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A che punto è la notte

Da Povna @povna
Un romanzo specchio (e figlio) evidente dell'epoca in cui è scritto, anche se di certo non epocale, A che punto è la notte chiude (la data di pubblicazione è del 1979) il decennio insieme breve e lungo degli anni '70 con uno spaccato che - per molti aspetti - riesce a dar conto dei problematici, contraddittori, ma non per questo non meno ricchi e a loro modo autocoscienti, fermenti di una complessa Italia. E' un libro corale in molti modi diversi: narrativo (con le trame che si sovrappongono - va detto, non sempre solo in armonia e senza segni di sutura); stilistico (con i vari punti di vista che raccontano una stessa storia che non è la stessa perché la verità è, anche, negli occhi di chi guarda, fino a tentare un ultimo - onnisciente ma che in realtà è esterno ridotto - punto di vista di un problematico dio); linguistico, dunque (perché i vari stili e le varie voci che si intrecciano hanno, tutte quante, una loro grammatica cui attingere e da usare); di commistione di generi (sia perché, banalmente, la detective story classica si fa poliziesco metafisico, nel quale "it is not death, but life, which must be solved"; sia nella ricerca del filo di ricostruzione, e spiegazione, di una cronaca che - nella mescolanza dei fili possibili e delle allusioni timidamente allegoriche - è già quasi storia). Proprio per questo, prevedibilmente, i modelli esibiti sono tanti: dal solito Pasticciaccio (perché se Santamaria non è Ingravallo, e una soluzione in qualche modo riesce a cavarla, nello stesso tempo è chiaro ed evidente a tutti, a fine pagine, che ogni cosa - se c'è bisogno della focalizzazione esterna di qualcuno che per definizione è onnipotente - non la si può spiegare), alla tradizione del poliziesco di azione, e meno di concetto (che ha perso - è questo il senso delle reiterate allusioni al melodramma - la fiducia piena in una capacità di illuminazione razionale), fino a tutta la fitta trama di riferimenti neoplatonici, gnostici (e quindi Apocalissi, e vangeli apocrifi; ma anche quattocenteschi e oltre, e Ficino, ma, perché no, anche Bruno e Campanella - e ovviamente pure i Catari e Dolcino) che serve da controcanto per spiegare le deviazioni (ir)razionalistiche della trama. Non manca nemmeno l'autocitazione colta, con quell'accenno alla famiglia Campi lasciato cadere dalla nuova signora della borghesia alta che Santamaria si porterà a letto a fine- storia, in un recupero di stilemi e modi di leggerezza che avevano caratterizzato la Donna della domenica, prima dunque che iniziasse 'la notte' (ricordata a più riprese, e non solo dal titolo) della storia italiana (ed è questo forse - il tentativo di recuperare, insieme ai mille fili che già hanno cambiato genere, un barlume di quell'altro modo di narrare, di quell'altro Santamaria che si muove a suo agio nella borghesia che pure non frequenta, di quell'altra fiducia nella ragione che ancora tutto spiega e tutto rimette a posto in una ricostruzione armonica, del teatrino privato, dell'ironia che illumina, ma indistingue tutto e tutti, e che ora si guarda tragicamente allo specchio in mezzo al piombo, e alle durissime prese di coscienza seguite al rapimento Moro - che maggiormente stride in un romanzo che, sette anni dopo, può essere letto pure come una mezza ammissione di fallimento, di incapacità di leggere, a inizio di decennio, che cosa fosse davvero, dove avrebbe portato quella Torino, e quella Italia, solo apparentemente così leggera e così vana).
Così, alla fine di una lettura che può scegliere, deliberatamente, di seguire un percorso, o quell'altro, si chiude il libro, e si ritorna (gnosticamente) all'inizio: con quel titolo (senza punto di domanda) che denuncia, insieme preciso e impotente, che il buio è ancora buio, e tocca ammetterlo, ma anche che "quale sia il punto" (nonostante l'assenza di punto di domanda), proprio del tutto non si può spiegare. E, mezzo perplessi e mezzo soddisfatti, quello che colpisce, più di ogni riflessione altra, è quante poche persone (specie in sede di critica - con le eccezione di un paio di timidi saggi, tutti, guarda caso, prodotti fuori Italia) abbiano richiamato i paralleli (davvero quasi espliciti) tra questo libro e un certo 'romanzo neo-storico' (ma anche, per ammissione diretta del suo autore, a più riprese, potentemente allegorico dei tempi) uscito a solo un anno di distanza, nel 1980, di un tale Umberto Eco, all'anagrafe (titolo: Il nome deglla rosa). Eppure, come si diceva, le analogie sono tante (e non tutte, e non solo, di ovvia temperie culturale).
ps. con questo libro la 'povna riesce, dopo molto tempo, a partecipare a uno degli omonimi venerdì di Homemademamma.

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