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A riveder le stelle...

Da Suster
A riveder le stelle...Nell'imbarazzante imbarazzo di esordire con il primo post dopo il nostro rientro in patria, giungo alla conclusione che non concluderò niente e mi preparo a scrivere un post sconclusionato.
Siete pronti? Probabile che a nessuno interessi leggerne un altro, ma il calore con cui scopro di essere stata attesa e commentata in mia assenza, a dispetto della spruzzata di neve fuori, mi confonde e mi fa arrossire.
Dunque voi mi pensavate?
E a me è mancato il blog.
Mi è mancato potermi raccontare, quando le impressioni del nuovo si affollavano tra gli occhi e il pensiero e faticavo a tenere in mano il bandolo per poterne poi tirarne fuori qualcosa da dipanare linearmente. Mi è mancato il contatto, l'idea di poter essere ascoltata e seguita da qualcuno al di fuori della mia realtà, quando di fronte a uno schermo che sapevo muto e cieco ho provato a raccogliere in appunti scritti le mie esperienze di vita cuotidiana.
Dunque mi siete mancati voi, e in sostituzione di questo mio spazio di raccolta ed elaborazione del vissuto, il quadernino che vedete in foto si è presto riempito di caratteri corsivi a volte fitti fitti e accuratamente stilati, altre volte disordinati e spaziati, buttati giù di fretta, per afferrare la rapidità di un pensiero che fuggiva.
Grafomane. Grafomane e pedante. Secchiona come al solito. Avrei potuto per una volta lasciarmi andare al puro vissuto, all'immediatezza dei rapporti umani pur nella difficoltà di comunicazione nell'idioma per me eternamente incomprensibile.
Ma ho fatto quanto era nelle mie possibilità per lasciar spazio a questo e a quello, nei limiti del mio carattere, delle difficoltà di adattamento e della necessità pur sempre viva in me di trovare attimi di raccoglimento.
Mi trovo ora nell'ambivalente condizione di fremere dal desiderio di raccontare le mie esperienze e nell'incapacità di iniziare, nel proverbiale non sapere da che parte, nel capire in che modo farlo, chiedendomi se davvero a qualcuno potrà interessare fino in fondo ciò che ho intenzione di fare. Ma non importa.
Per trarmi d'impaccio mi gioverò del suo aiuto, dell'aiuto di quel piccolo quaderno dalla rossa copertina, dono gradito e quanto mai sfruttato in penuria di altri mezzi di contatto con l'al di qua mediterraneo, e rimarrò fedele a quelle linee tematiche che avevo iniziato a buttare giù scrivendo, inchiostro su carta. Vi delizierò anche e ancora con le mie foto, scattate a volte con foga di accumulo, altre con stanca passività dettata dall'imperativo del documentare.
Non vi aspettate un viaggio avventuroso, anzi: non vi aspettate affatto un viaggio, non nel senso comunemente attribuito al termine. Il mio non è stato tanto un viaggio esteso orizzontalmente, da luogo fisico ad altro luogo fisico. E' più stato un viaggio verso l'interno, dall'esterno. Da estranea a parte di una comunità, i cui codici e taciti regolamenti sociali, comportamentali, che nessuno ti spiega, ma che apprendi con la pratica, ho imparato a comprendere e ad accettare, per quanto continui a non sentirli miei.
Non è stato facile, mi ripeterò. A tratti è stato estenuante, annichilente, perché per capire a fondo l'altro è necessario rinunciare a una porzione di te, metterla da parte quanto meno temporaneamente, dimenticare le tue convinzioni cristallizzate nel tempo del tuo vissuto, mettere in dubbio le tue sacrosante idee di normalità, concedere un incognita a ciò che hai sempre ritenuto scontato per far spazio all'apparente illogicità di consuetudini che non comprendi, al nuovo, la diverso.
Non mi è mai piaciuta molto la parola "tolleranza", per quel ché di sopportazione che sottintende: tollerare implica un abbozzare tacito e paziente, ma non un reale spazio di comprensione dato all'altro, non un mettere in discussione noi stessi. Non per nulla si riduce a zero quando pretende di mettere in crisi i nostri sacrosanti valori; c'è una portata massima della tolleranza che è dovuta al senso stesso della radice verbale di "portare", "sobbarcarsi un peso", il peso e l'ingombro dello spazio d'azione dell'altro, che spesso intralcia il nostro (quella storia della mia libertà che finisce dove comincia quella altrui).
Ma senza divagare oltre, mi interrogo e cerco di rispondermi sul senso di questo mio viaggio verso l'interno, verso l'interno di una realtà a me esterna, estera, per l'appunto.
E per farlo prendo a prestito il passo di un classico, suggeritomi dal commento di un'amica del web:
«Tout comprendre c’est tout pardonner»
Comprendere. Perdonare.
O forse in questo caso non si tratta tanto di perdonare, quanto di "accettare" l'altro e l'alterità.
Ed è di "accettazione" del diverso più che di tolleranza, più che di "sopportazione", che mi piacerebbe sentir parlare, anche dai nostri media tanto superficiali e vacui nel loro commentare le cronache riempiendosi la bocca di integrazione e integralismi.
Ammettere l'eventualità della diversità, della nostra non infallibilità nell'interpretare la vita, è assai più difficile del tollerare. Comprendere, dunque, accettare.
Integrarsi? Per quanto ci è possibile, rimanendo integri in noi stessi, perché anche l'altro impari ad accettare e a riconoscere la nostra, di diversità, conferendole e riconoscendole dignità di esistenza e di coesistenza.
Ora dite, suster, non ci dovevi parlare della Libia? Che diamine vai blaterando?
Ma vi avevo annunciato un post sconclusionato e voglio rimaner fedele ai miei propositi.
E poi ora concludo.
Sono partita con grande tribolazione, perché in fondo lo sapevo, che sarebbe stata dura, e  non solo per la guerra trascorsa.
Ma nel rispondere ai miei dubbi sull'identità individuale e di coppia, sul dove finisce l'io e inizia il noi, dove il venirsi incontro e dove l'annullarsi nell'altro, questo viaggio era per me una tappa necessaria e inevitabile.
Nel riprendere le fila del mio ora, fugando come al solito tra le mie scartoffie di tempi andati, mi son ritrovata tra le mani l'ennesimo quaderno. Non ridete: di poesie! O qualcosa del genere, insomma.
Eh, sì, dovrei smetterla di frugare tra le mie cose, rispettare la privacy di colei che fui, ma...
Quando leggo:
Insieme a te
immagino una vita assurdamente immensa.
Pensa! tutto può ancora iniziare.
Andare.
Vivere ovuque. Con te.
Imparare tutte le lingue
sentire suoni nuovi
altre luci e colori
amare musiche sconosciute...
Ho un universo da conoscere con te,
 e troppo poco tempo...
Vorrei sapere
del tuo passato, del tuo Paese,
della tua infanzia, la tua famiglia,
cosa sognavi, cosa cercavi,
quando partisti?
... Ti scoprirò
ti esplorerò
dovessi anche perdermi
o non arrivare mai...
Direi, può bastare. Scusate.
Il punto è: arrossisco di me stessa scoprendo entusiasmi d'amore che avevo evidentemente sepolto tra i miei ricordi e che ora fatico ad attribuirmi sentendomi parlare del beduino. Entusiasmo soprattutto per aver trovato in me la forza e il coraggio di amare nell'altro ciò che per me allora era nuovo, sconosciuto, e forse proprio per questo affascinante, suadente.
Poi col tempo si sa, ciò che prima ti affascinava ti inizia a infastidire, ad annoiare, diventa un fardello, un ostacolo, un'ineludibile realtà con cui fare i conti.
E allora ti chiedi: amo davvero questa persona?
O se vogliamo: la conosco davvero?
E qui arrivo, finalmente. Alla necessità di conoscere a fondo, per amare. E non di conoscere come sacrificio all'amore, ma come conferma, come accettazione del confronto tra due e disponibilità a superare l'uno, la propria inviolabile individualità, monolitica e inamovibile.
Non era mia intenzione partire con queste dissertazioni, così come non sapevo in realtà cosa aspettarmi dal mio viaggio, ma quasi sempre le aspettative disattese si rivelano per essere le esperienze più interessanti.
Spero di riuscire a comunicare, almeno in parte, nel resoconto di viaggio verso l'interno, che mi accingo a intraprendere, ciò che ha significato per me, nel mezzo del cammin...
Se vorrete seguirmi nella selva oscura dei miei arzigogoli mentali!

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