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Conflitti interiori.

Da Suster
C'è una me che quando esce di casa la mattina, con una pupa a mo' di koala sul fianco e un'altra attaccata al braccio che si ferma a ogni gradino per costringerla ad ammirare i fiori bianchi del susino, c'è una me che maledice quelle dannate scale, e desidererebbe tanto abitare in una casa normale, in un condominio, magari, con atrio e tutto il resto, e ascensore, e magari anche pagare la pulizia delle scale, al limite, ma poter lasciare il passeggino nell'androne, invece che nella rimessina del sottoscala a portata di muffe e pioggia.
C'è una me che quando cammina per strada a volte sbircia nei giardini altrui, indugia sulle facciate delle villette bifamiliari, immagina vite al di là delle finestre con le serrande abbassate, protette da grate e sbarre che lasciano intuire un'urgenza di privacy legittima e motivata probabilmente dal possesso di beni sudati in anni di onesto e integerrimo lavoro ben retribuito, contributi pagati, contratti sicuri, entrate adeguiate al proprio tenore di vita.
Quella me a volte fantastica nella sua testa, come ha sempre fatto, sin da quando era bambina, e immagina una casetta con veranda, aperta su un bel pezzettino di prato verde, con alberi e cespugli baciati dal sole in primavera, due sdraio pieghevoli piazzate all'ombra di una grande tenda avvolgibile per l'estate, e un tavolino tondo, con ombrellone al centro, con sopra appoggiato un mazzo di chiavi, o di carte da gioco, un pallone rotolato sul vialetto accanto al cancello, un gatto stravaccato sotto una grande pianta di rosmarino.
C'è una me che a volte vorrebbe davvero tanto, con tutta se stessa, avere una casa con un piccolo salotto (al limite va bene anche se non è piccolo), con un divano e magari due poltrone, ma si accontenta anche del divano, sul serio, un divano dove sprofondare la sera stanca davanti a un brutto film su rete 4 o magari davanti a un bel film in dvd, di cui non riuscirà mai a vedere la fine se non  ratealmente, perchè tempo cinque minuti si sarà già addormentata, con una bimba in braccio e un'altra di fianco, con le gambe appoggiate sul tavolino forse o forse allungate sul bracciolo, con un tappeto in terra ingombro di giochi di bambine e di libri, e un segnalibro che avanza lento tra le pagine dell'unico di quei libri privo di figure, una pagina ogni due-tre giorni, e a volte sta fermo per settimane, a volte qualcuno lo leva da lì in mezzo e non si sa più quale fosse il segno che aveva il compito di tenere in mezzo a  tutte quelle pagine tutte uguali, senza figure.
C'è una me che continua a pensare a una bella cucina spaziosa, pulita, ed efficiente, con un posto per ogni cosa, e con grandi piani da lavoro, su cui allineare ninnoli privi di reale utilità, come saliere e pepiere a forma di maiali, o timer per togliere gli sformati dal forno prima che sia troppo tardi, una schiera di pensili dove riporre ordinatamente barattoli di vetro con tappi in alluminio, facenti parte di uno stesso stock, e con le scritte "caffé" "zucchero" "farina", sportelli che non cadono in testa alle bimbe quando li apri e scolapiatti che non crollano sul lavello originando tragici stoviglicidi. Quella me  forse avrebbe servizi di piatti tutti uguali, magari non pregiati, ché nessuna delle mie me arriverebbe ad attribuire tanto valore al possesso di un servizio di piatti pregiati, magari li avrebbe presi da ikea, pagandoli niente, guarda, un affarone, ma belli eh.
Poi c'è un'altra me, che ha i piedi ben piantati per terra, vive un giorno dietro l'altro ripristinando continuamente la scala delle proprie priorità, fa i conti con quel che ha e se lo fa bastare, pensa che tutto sommato potrebbe andarle molto peggio e che prima di toccare il fondo farà sempre in tempo a trovare una via d'uscita, perché sa che è capace di darsi da fare, e si sa arrangiare, ed è fiduciosa, anche se un pochino spaventata per il futuro; tiene dietro alle sue due bambine e anche se arrivano giorni che si sente davvero stanca, e vorrebbe tanto poter staccare con la testa per un giorno solo, e sentirsi un po' più leggera, esonerata dalla responsabilità di essere qualcuno da cui dipendono le giornate di qualcun altro, malgrado ciò sa anche che le bimbe la tengono sul pezzo, che se sta dietro a loro, ai loro ritmi, ai loro giorni, riuscirà a sfangarsi una giornata dietro l'altra finché non le torna il sereno nell'anima, e tutto sembrerà di nuovo un po' più facile, e le ringrazia ogni giorno in cuor suo per costringerla a dare valore a un fiore, a un attimo, a un particolare, a un gatto che scappa saltando sopra un muro, per offrirle tante occasioni di sorriso, e di scambio, per costringerla a cantare anche quando non ne ha proprio voglia, tipo la mattina appena sveglia, per costringerla a guardare le cose che ha, la sua casa sgangherata, la sua terrazza senza tettoia e le sue torte bruciacchiare, con l'occhio puro di una bambina che le vede bellissime, per il solo fatto di appartenerle, di appartenere al suo quotidiano, di essere le sue e di nessun altro.
Questa me le altre le manda tutte a cagare.
E fa bene.
Conflitti interiori.

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