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Accelerare la ricerca: come fare?

Creato il 29 maggio 2011 da Emmecola

Accelerare la ricerca: come fare?Ho avuto un’interessante discussione con un mio lettore in questi giorni. Il tutto è iniziato quando ho pubblicato un post un po’ sarcastico e irriverente a proposito di un articolo apparso su Science, in cui si ipotizza che nell’uomo avvengano frequentemente degli eventi di RNA editing, cioè delle alterazioni a carico degli RNA messaggeri che li rendono quindi diversi dalla regione di DNA da cui si sono originati. L’articolo è stato criticato da molti: in particolare, Joe Pickrell su Genomes Unzipped ha spiegato che la metodologia utilizzata nello studio non era sufficientemente solida per supportare le conclusioni degli autori. Io ho semplicemente constatato questa cosa, facendo notare che è già la terza volta nel giro di pochi mesi che Science viene criticata pesantemente per un articolo pubblicato.

Il lettore con cui mi sono confrontato è Alberto, uno dei miei “fedelissimi”. Secondo lui, è ingiusto criticare Science per avere pubblicato questo lavoro, pur parziale e incompleto, per un semplice motivo: i responsabili della rivista hanno sentito il dovere morale di accelerare la ricerca in questo settore, dando visibilità a una scoperta potenzialmente rivoluzionaria. Non importa quindi che non si abbia ancora la conferma definitiva di quel risultato, l’importante era metterlo sotto gli occhi di tutti, annunciare al mondo che poteva esistere un meccanismo che fino ad ora ci era sfuggito. Toccherà agli altri ricercatori lavorare per dimostrare o eventualmente confutare quella scoperta. Questo, in sintesi, il pensiero di Alberto.

Io ho risposto dicendo che è buona cosa accelerare la ricerca, ma è altrettanto importante che i risultati di un lavoro scientifico siano il più solidi possibile. Il team di Science avrebbe dovuto chiedere agli autori di fare un semplice controllo: verificare con una veloce analisi bioinformatica che le sequenze “alternative” non provenissero per caso da altre regioni genomiche, anziché essere state oggetto di RNA editing. Certo, non sarebbe stata un’analisi conclusiva comunque, perché poi si sarebbe dovuto dimostrare quali delle regioni trovate fossero effettivamente trascritte, ma ad ogni modo era un controllo doveroso che avrebbe dato uno spessore molto diverso ai risultati.

La discussione è poi slittata sul mondo della ricerca in generale, e sulla diffusione e condivisione delle nuove scoperte. Peppe Liberti di Rangle sarebbe sicuramente più adatto di me a parlare di questo argomento, ma voglio comunque dire la mia. Io credo che velocizzare la ricerca sia fondamentale: è inaccettabile che nel mondo di Facebook, Twitter e di tutti gli altri socialcosi, i ricercatori siano rimasti bloccati al pachidermico sistema della peer-review old-style. La revisione tra pari è (o dovrebbe essere) garanzia di qualità per gli articoli pubblicati, ma la lentezza con cui si arriva alla pubblicazione, e soprattutto il fatto che molte riviste non sono ad accesso libero, di fatto riduce drasticamente la condivisione delle informazioni, e quindi il loro potenziale utilizzo per ricerche future. L’open-access è un grande passo avanti in questo senso, soprattutto quello delle riviste PLoS, dove i lettori possono lasciare i loro commenti direttamente sugli articoli pubblicati. In questo caso, il problema è – se vogliamo – di una eccessiva libertà di parola, dal momento che chiunque potrebbe scrivere le peggiori sciocchezze. Due strategie diverse, due differenti scuole di pensiero: la prima dovrebbe garantire la qualità a discapito della lentezza, la seconda promette velocità di diffusione senza fare troppo filtro sulla qualità.

Ecco perché io mi oppongo a una revisione all’acqua di rose da parte di Science: questa rivista fa parte della prima scuola di pensiero, ed è una delle migliori riviste al mondo. Il suo compito è pubblicare risultati forti e solidi, e se gli editor chiudono un occhio sulla robustezza dei risultati, allora viene meno l’unica cosa che possono offrire. A questo punto, meglio pubblicare su PLoS e lasciare che il Joe Pickrell di turno faccia immediatamente le sue rimostranze. Altrimenti cosa succede? Succede quello che è successo per l’articolo sul DNA ad arsenico, pubblicato a Dicembre prima di essere attaccato su tutti i fronti da decine di ricercatori. Anche in quell’occasione le critiche partirono da un blog, e soltanto oggi, dopo 6 mesi, Science le ha raccolte e pubblicate ufficialmente, conferendo loro un’aura di scientificità che evidentemente prima non avevano. E’ possibile, nell’era di internet, aspettare 6 mesi prima di conoscere l’opinione della comunità scientifica a proposito di un lavoro? Se si vuole accelerare la ricerca, bisogna passare dall’open-access. Oppure, se proprio si vuole restare vincolati al vecchio sistema, quantomeno pretendo che gli editor delle riviste pubblichino soltanto articoli con tutte le carte in regola, senza necessità di revisione post-pubblicazione. Ecco perché non sono d’accordo con il mio lettore Alberto, secondo il quale un risultato va pubblicato anche quando non è molto consistente, solo per portare la questione agli occhi dei ricercatori: questo, in un sistema di pubblicazione goffo e lento come quello della peer-review, non accelera la ricerca, ma al contrario rischia di rallentarla.



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