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Adulazione? No, grazie!

Creato il 27 febbraio 2014 da Athenae Noctua @AthenaeNoctua

Una delle professioni di libertà intellettuale più forti della letteratura italiana risiede nel carme manzoniano In morte di Carlo Imbonati. L'autore lombardo lo scrive nel 1805, in omaggio al compagno della madre; i due amanti vivono insieme a Parigi, ambiente nel quale il giovane Alessandro viene in contatto con le idee degli Illuministi, traendone importanti indicazioni morali e letterarie.
Queste le parole dell'Imbonati al Manzoni in un sogno notturno (vv. 207-215):

"Sentir - riprese- e meditar di poco
esser contento: da la mèta mai
non torcer gli occhi, conservar la mano
pura e la mente: de le umane cose
tanto sperimentar, quanto ti basti
per non curarli: non ti far mai servo:
non far tregua coi vili: il santo Vero
mai non tradir: né proferir mai verbo,
che plauda al vizio, o la virtù derida."

La necessità di rimanere legati alla verità e all'onestà e di rifiutare tutto quanto può corrompere la moralità e l'obiettività è ben riassunta in quel "non ti far mai servo" (v. 212): un intellettuale che si rispetti non scende a patti con i disonesti e non si piega per alcun motivo ad elogiare i cattivi comportamenti.

Carlo Imbonati, d'altronde, ha avuto un buon maestro, che risponde al nome di Giuseppe Parini, un esempio incarnato della radicale devozione a simili principi. Costui, infatti, dopo un'onorata carriera di precettore presso le nobili famiglie lombarde e di funzionario imperiale a Milano, trascorre la vecchiaia in solitudine, in preda alla malattia e alla difficoltà, così come ce lo ritrae Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis (ed. definitiva 1817). L'orgoglio dell'indipendenza intellettuale, che non si piega nemmeno di fronte alla debolezza del corpo, si sfoga nell'ode La caduta (1786), nella quale Parini immagina di cadere per strada a causa dell'infermità che lo affligge; soccorso e riconosciuto da un passante, viene invitato a rivolgersi ai potenti, che, di certo, accoglieranno di buon grado una personalità come lui, se solo vorrà implorarne la protezione o si presterà ad imbrogliarli con false promesse.

"Sdegnosa anima! prendi
prendi novo consiglio,
se il già canuto intendi
capo sottrarre a più fatal periglio.
[...] Dunque per l'erte scale
arrampica qual puoi;
e fa' gli atri e le sale
ogni giorno ulular de' pianti tuoi.
O non cessar di porte
fra lo stuol de' clienti,
abbracciando le porte
de gl'imi che comandano a i potenti"
[...] Mia bile, al fin costretta
già troppo, dal profondo
petto rompendo, getta
impetuosa gli argini; e rispondo:
"Chi sei tu che sostenti
a me questo vetusto
pondo e l'animo tenti
prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.
Buon cittadino, al segno
dove natura e i primi
casi ordinar, lo ingegno
guida così che lui la patria estimi.
Quando poi d'età carco
il bisogno lo stringe,
chiede opportuno e parco
con fronte liberal che l'alma pinge.
E se i duri mortali
a lui voltano il tergo,
ei si fa, contro a i mali,
de la costanza sua scudo ed usbergo.
Né si abbassa per duolo,
né s'alza per orgoglio".

Per Parini, colui che lo soccorre gli risolleva il corpo, ma, con le sue parole vergognose, vuole abbattere il suo spirito, spingendolo a strisciare al suolo.
La prima e più solenne dichiarazione di libertà, però, si data a oltre quattro secoli e mezzo prima di quella de La caduta. Nel Paradiso dantesco, infatti, troviamo il Sommo poeta impegnato nell'affermazione dello stesso, sacrosanto principio. Nel Cielo di Marte, dove risiedono gli Spiriti combattenti, Dante incontra Caccaguida, suo antenato, il quale gli predice le sofferenze dell'esilio: il poeta sarà costretto a lasciare la sua amata Firenze e a provare "sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e'l salire per l'altrui scale" (XVII, 58-60); come ai vv. 41-50 de La caduta, anche in questo passo ritorna l'atto di arrampicarsi per le scale delle case dei potenti, segno di massima umiliazione.

Adulazione? No, grazie!


Dante appare imperturbabile di fronte alla prospettiva dell'esilio, perché la consapevolezza della sventura rende più coraggiosi nell'affrontarla, ma ha un legittimo dubbio: se sarà costretto ad abbandonare Firenze in una condizione di solitudine e nello stato di inrme poeta, come potrà, nel raccontare il suo viaggio, essere schietto e descrivere anche i cattivi comportamenti di persone realmente esistite e i cui successori sono ancora in vita? Non rischierà di inimicarsi i potenti del suo tempo e di cadere ancora più in basso?
Cacciaguida gli risponde e, come se volesse ricordargli il puzzo e lo schifo del mare di escrementi in cui Dante aveva visto sguazzare gli adulatori nel canto XVIII dell' Inferno, sottolinea la necessità di mantenersi fedeli alla verità, anche a costo di provocare il risentimento dei propri contemporanei, perché il futuro finirà per illuminare ogni cosa, rendendo giustizia alle sue parole (vv. 121-135), come illustrato dall'allegoria mitologica di Francois Lemoyne.

"Coscienza fusca
o de la propria o de l'altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov' è la rogna;
ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d'onor poco argomento".

L'onestà e la verità ad ogni costo: una fiera professione d'orgoglio che accompagna i nostri poeti fin dall'origine della letteratura nazionale e che, forse, è bene ricordare più spesso.


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