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Al cinema: recensione "La collina dei papaveri"

Creato il 07 novembre 2012 da Giuseppe Armellini

presenti spoiler
Goro non è Hayao ma può diventarlo.
In realtà sarà difficile parlare delle differenze tra i due perchè anche questo ottimo, forse non magnifico, ma ottimo La Collina dei papaveri è stato scritto dal padre (sceneggiatura adattata però, non originale).
E siccome in un cartone solo un addetto ai lavori può capire che significhi realmente "regia", io che posso limitarmi soltanto alla sceneggiatura non posso non pensare che questo non è altro che l'ennesmo film del grande Hayao i cui La città incantata e Il castello errante di Howl sono senza problemi tra i miei 10 cartoon di sempre, probabilmente nei 5.
Sono due le differenze più lampanti con i maggiori capolavori del padre.
Il primo è l'assoluta mancanza di elementi fantasy, dalle ambientazioni ai debordanti (anche per numero) personaggi che popolavano i magici mondi di Chihiro and co. Certo non si arriva al drammatico realismo che ha per esempio quel grande capolavoro che è Una tomba per le lucciole (un mio cruccio non averne parlato, fa parte dei dispersi di questi mesi), siamo pur sempre davanti a un film per famiglie (non per bambini tout court però) ma tutte le vicende e i personaggi sono assolutamente verosimili.
L'altra differenza più grande, molto meno evidente e probabilmente soggettiva, è che questo film di Goro abbia bisogno assolutamente della visione completa per avere un suo perchè, per acquistare valore, per essere apprezzato.
Nei film di Hayao l'intreccio di solito è un tantino confuso e l'esplosione di vicende, personaggi, tematiche e ambientazioni rende quei cartoni così ricchi di cose che possono sopravvivere ed essere amati a prescindere dalla perfezione di script.
Qui il cerchio deve essere chiuso per forza, le due vicende parallele, quella della difesa da parte degli studenti di un loro presidio culturale, il Quartier Latin, una specie di scuola autogestita davvero suggestiva, e quella più intima dell'amore forse impossibile tra Umi e Shun, queste due vicende dicevo devono esser chiuse perchè il film non risulti pesantemente incompleto e forse addirittura noioso, inutile.
Per il resto sempre forti le tematiche di Hayao, quelle sociali, quelle del ricordo, quelle del legame con la tradizione e il rifiuto del progresso e curiose alcune analogie, quasi identità, con altri film precedenti, come l'aspettare la nave del padre di Ponyo o le pulizie totali del castello errante.
Non parliamo ovviamente dei disegni, marchio inconfondibile dello Studio Ghibli, quei volti disegnati con la poesia nella grafite.
Il film nell'ottima seconda parte trova un suo perchè, il Quartier Latin, simbolo di attaccamento alla cultura e alla tradizione ma anche di magnifica condivisione da parte di ragazzi di esperienze ed ideali è salvo mentre la faccenda dei due ragazzini si tinge di giallo e forse rimane un punto interrogativo fino alla fine.
Sono davvero fratelli o no?
Tenerissima e anche un pò scomoda la tematica dell'amore che rischia di non poter esser vissuto perchè sostituito da quello fraterno.
E splendide soprattutto due scene, gli occhi di lei che si bagnano durante l'arringa di lui in assemblea, magnifica sequenza in cui in due occhi vediamo nascere un amore non solo fisico ma anche intellettivo e soprattutto un indimenticabile abbraccio tra Umi e sua madre, un abbraccio che nasconde una verità che la figlia crede di avere ma non vuole rivelare alla madre (che forse, però, lo sa già). Quelle lacrime, quel misto di dolore,affetto e parole non dette che si scambiano le due è qualcosa di grande, che nasconde un mondo sotto.
Umi, Shun, fregatevene della storia di quella foto, vivete la vostra.
( voto 7,5 )

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