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Alberto & Charlene: per le nozze dietro ai fornelli c’è Ducasse

Creato il 26 giugno 2011 da Marinam

AlbertoeCharleneNon è una grande notizia che la cena per le nozze di Alberto e Charlene sia stata affidata al pluristellato Alain Ducasse. La novità è che Altezza Reale ospita un commento a tema, firmato da Alessandra Gennaro, una delle più brillanti ed acute, nonché brava – molto brava, ve lo assicuro, dietro ad i fornelli e con la penna  - food blogger italiane, animatrice, insieme all’amica Daniela di Menù Turistico. Leggete con attenzione.

La notizia che sarà Alain Ducasse ad occuparsi del menu del ricevimento delle nozze di Alberto di Monaco con Charlene Wittstock  ci ha colto di sorpresa allo stesso modo in cui, negli anni, abbiamo appreso che l’assassino è il maggiordomo e che  la mezza stagione non esiste più.  D’altronde, optare per una scelta differente sarebbe stato chiedere troppo: il Louis XV, il ristorante dell’Hotel de Paris in cui Ducasse lavora dal 1987, è stato il primo ristorante all’interno di un albergo ad essere insignito dalle tre stelle Michelin e ad entrare di diritto nella storia della gastronomia internazionale. Un tavolo al Louis XV, all’epoca, era il preludio ad un’esperienza indimenticabile, con la grandiosa opulenza della Salle Empire a far da cornice ad un servizio dichiaratamente ispirato ai fasti della grande ristorazione europea dei secoli scorsi: lo scintillio della mise en place, l’eleganza enfatica delle cloche argentee e una teoria di camerieri impeccabili nelle loro divise e nelle loro mansioni, che li volevano sempre presenti e mai invadenti, con una squisitezza di modi davvero d’altri tempi.

Ducasse-Alberto

Quello fu il momento della svolta, nella carriera di Ducasse: a differenza dei suoi predecessori e dei suoi maestri- Guerard, Lenotre, Verger- che sorvegliarono dall’interno il lavoro della loro brigata, dalla coordinazione della linea di cucina financo all’ispezione quasi maniacale di ogni singolo piatto pronto per essere servito, il giovane Alain scelse una strada diversa e svoltò nella direzione dell’imprenditoria. Come dire che i suoi orizzonti non si sarebbero arenati sul pur splendido Louis XV, ma avrebbero spaziato là dove lo avrebbe portato il fiuto. La prima tappa lo condusse  nella vicina Provenza, dove aprì La Bastide de Moustier e dove recuperò le energie per le successive imprese che, nel giro di pochi anni, lo videro unico detentore al mondo di tre locali equamente tristellati (oltre al George V, i ristoranti di Parigi e di New York, quest’ultimo chiuso nel 2007) e, con un totale di ben 19 stelle Michelin, lo celebrarono come lo chef più stellato dell’intero universo. Anzi, forse proprio per assecondare l’immediata associazione col firmamento, Ducasse collabora da qualche tempo con l’ESA per elaborare menu e piatti che serviranno a nutrire gli astronauti in missione su Marte:  i fortunati esploratori dello spazio faranno colazione con pane e marmellata di pomodori verdi, pranzeranno con quaglie arrosto in salsa al Madera e, non essendoci alcuna necessità di stare leggeri, a certe altezze, potranno pure godersi un pollo speziato con verdure in salsa thay, per cena. Come dire, a destinazione  ancora non ci siamo arrivati, ma un marziano in cucina ce lo abbiamo già.

Contrariamente a quanto una simile carriera potrebbe suggerire, Ducasse non è amatissimo dai Francesi: si inchinano al suo genio, questo sì, ma da qui a smuovere la sfera degli affetti, ce ne passa. Il motivo è da ricercarsi in quello che si diceva prima- vale a dire la concezione imprenditoriale che da quasi trent’anni anima ogni sua attività e che viene percepita come un vero e proprio attentato all’immagine secolare e forse anche un po’ stereotipata dello chef , romanticamente ed ossessivamente  ancorato ai fornelli della sua cucina. Da uomo di mondo qual è, Alain ci scherza su, giungendo pure a sorridere a chi, paragonando la sua catena di imprese al famigerato Mc Donald’s, lo ha chiamato Mc Du. Ma quando si è trattato di fare una scelta, fra la natìa douce France e il fascino sfacciato di un paradiso fiscale come Montecarlo, Ducasse non ci ha pensato due volte e ha rinunciato a cuor leggero alla cittadinanza francese in nome di quella monegasca: or son giusto tre anni, da quando il Principe Alberto, con una decisione sovrana, rese suo suddito lo chef più illustre del suo Principato, dandogli in cambio tutti i diritti e i privilegi di cui godono i suoi concittadini. Ivi compreso, a quanto pare, l’onore per l’organizzazione della cena di gala per le nozze più rimandate della storia.

Fin qui, come si diceva, nessun stupore. Così come non ha stupito l’immediato sbottonamento dello chef sul menu nuziale: nulla è lasciato all’immaginazione, in queste nozze che somigliano, ogni giorno di più, ad un’operazione di marketing e il dietro le quinte della cena ha subito la stessa sorte, non riservando nessun colpo di scena. D’altronde, la fortuna di Ducasse corre sul filo di una cucina di territorio, portata ai vertici della perfezione senza nessuna concessione al “famolo strano” dei suoi colleghi iberici o ai filosofeggiamenti da fornello (quando si dice “pensiero debole”) di alcuni chef nostrani: ed è questo, in buona, anzi ottima sostanza,  che i 450 invitati alla Terasse de l’Opèra Garnier troveranno nei loro piatti.

Quello che invece sorprende è il taglio del tutto strumentale che si è voluto dare alla notizia: di solito, un menu reale fa storia a sé, da tanto riesce a creare aspettative e a suscitare curiosità. Stavolta, invece- lo si è inserito all’interno di un messaggio globale, quello che la coppia formata da Alberto e Charlene vuol lasciare non solo ai suoi sudditi, ma addirittura al mondo. E passi che non abbiano dato carta bianca allo chef: le interferenze di chi paga, ahimè, esistono da tempo immemorabile e a quanto pare non basta un firmamento di stelle Michelin ad assicurare l’immunità. E passi anche che il menu “debba somigliare alla coppia”, come dice lo stesso Ducasse nell’esclusiva a Hola. Ma che la somiglianza venga ricercata nella semplicità, nell’armonia, nella precisione e nella modestia che i due sono convinti di incarnare, questa è roba da stropicciarsi gli occhi e chiedersi davvero se si sogna o si è desti. Come se non avessimo visto e-session photoshoppata di Karl Lagerfled o gli sponsor  ultragriffati della cerimonia o il tourbillon di brand che ruotano intorno all’evento e che nulla hanno a vedere, per spontaneità di affetti,  con le buone cose di pessimo gusto che, come da tradizione, hanno fatto da sfondo alle nozze di William e Kate.

Lo spettacolo continua, con l’indicazione dell’”orto” del Principe come fonte di approvvigionamento per la cena e con la precisazione che le verdure necessarie per la preparazione dei piatti verranno colte la mattina stessa del ricevimento, alla faccia di  noi povere cuoche per diletto a cui è stato insegnato che l’organizzazione è tutto e che già con dieci commensali iniziamo a portarci avanti una settimana prima, figuriamoci con 450. E va bene che la brigade sarà di circa 350 persone e che al timone ci sarà l’eccellenza di Ducasse: ma il troppo stroppia sempre e comunque, anche se i soggetti son teste coronate e gli oggetti virtù così lodevoli come la semplicità e la modestia. Senza contare che per testimoniare un impegno a favore della difesa del nostro pianeta non basta eliminare il foie gras dal menu o scegliere il pescato sostenibile al posto del caviale: un po’ più di coerenza, condita magari da un briciolo di spontaneità, avrebbe fatto di più e meglio.

Alessandra Gennaro

Monaco
 

Lo chef sconosciuto e probabilmente non stellato che ha realizzato la torta di Grace e Ranieri nel lontano 1956

Grace&Ranieri

Gli sposi e la loro torta

Caroline

Altra torta nuziale in quel di Monaco, ecco qua la principessa Caroline appena diventata madame Stefano Casiraghi


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