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Aldo Palazzeschi, Le sorelle Materassi

Creato il 16 maggio 2013 da Paolorossi

piazza michelangeloPer coloro che non conoscono Firenze o la conoscono poco, alla sfuggita e di passaggio, dirò com’ella sia una città molto graziosa e bella circondata strettamente da colline armoniosissime. Questo strettamente non lasci supporre che il povero cittadino debba rizzare il naso per vedere il cielo come di fondo a un pozzo, bene il contrario, e vi aggiungerò un dolcemente che mi pare tanto appropriato, giacchè le colline vi scendono digradando, dalle più alte che si chiamano monti addirittura e si avvicinano ai mille metri d’altezza, fino a quelle lievi e bizzarre di cento metri o cinquanta.

Dirò anzi che da un lato soltanto e per un tratto breve, la collina rasentando la città la sovrasta a picco, formandoci un verone al quale con impareggiabile gusto ci possiamo affacciare. Lassù si accede per mezzo di scalinate […]

Scalinate, dunque, o strade così ripide il cui nome basta a rivelarne il carattere: Costa Scarpuccia, Erta Canina, Rampe di San Niccolò… La collina sovrastante è quella parte del Viale dei Colli fino al Piazzale Michelangiolo e che molti, pur non avendo visto avran sentito nominare, o si saranno immaginato attraverso testimonianza di fotografie stampe e cartoline.

Per tale fatto dunque, corrono fra le città e le sue colline zone di pianura più o meno vaste che possono separarla da esse per due o tre chilometri, talvolta meno, talvolta oltre questo confine.

Ho detto armoniosissime, giacchè la cosa che salta agli occhi dello spettatore anche distratto, mediocre o indifferente, è la linea di essa che veduta una volta non sarà facile cancellare dal ricordo; producendosi tale armonia dalle irregolarità più impreviste, come soltanto il caso può architettare; intendendo accreditare quel significato alto, un profumo quasi direi di miracolo e di mistero, con cui viene pronunziata da noi questa parola; e volendo esprimere, per maggiore chiarezza, che quando è precisamente il caso che fa l’architetto, tutti gli architetti della terra rimangono a guardare. Irregolarità impreviste alle quali nessuno saprebbe suggerire una correzione, aggiungere qualcosa o levare; che non cade mai nel fosco, nell’orrido, nel romantico, sensuale o nostalgico, mantenendo un’intonazione luminosa e chiara di signorilità e di eleganza, di civile bellezza.

Se sul principio gli architetti della terra rimasero in ammirazione di quanto avesse saputo operare il caso sopradetto, mi affretterò ad aggiungere che una volta guardato bene non rimasero poi con le mani alla cintura, ma trassero da quell’esercizio tanta forza e sapienza al loro ardimento ch’è doversoso affermare che di quanto il caso potè con l’opera sua, gli uomini con la loro raddoppiarono di bellezza; giacchè è pregio inestimabile di queste colline l’esser disseminate di ville,  di castelli costruiti nei punti più suggestivi, vòlti in tutti i sensi, di tutte le epoche, d’ogni stile, e che mai ne turbano l’armonia; circondati da parchi e giardini che invece di produrre una atmosfera di irrealtà da sogno o fiaba, per virtù di certa severità e raffinatezza riescono a darci l’illusione della realtà più semplice, di intimità domestica, di nobiltà sicura, di sobrietà e saggezza, di modestia anche quando le proporzioni rendano difficile il compito di nascondere la potenza.

Alle ville e ai castelli si aggiungono le ville più piccole, le villette, le case, i casolari, i paesi e le borgate che la varietà del suolo lascia apparire in un complesso che rende insaziabile l’occhio dell’osservatore per il numero inesauribile delle scoperte, portandolo naturalmente alla conclusione che il secondo artefice, per avere tanto amato e compreso il primo, si sia impossessato del suo segreto al punto che ora tutto sembra fatto da lui: dall’uomo, si, che sempre e in ogni dove ci appare volgendo intorno lo sguardo, l’uomo nella sua espressione più alta e più degna.

Ogni qualvolta io abbia avuto l’occasione di accompagnare degli stranieri sopra queste cime, o italiani d’altra regione, per esprimere tanta diversità di visuale, di senzazioni o apprezzamenti, non riuscivano a trovare che una parola: «bella! bella! bella!»  tante vole ripetuta e in tanti toni, talora coi denti un pochino stretti,  ma si capisce che chi diceva «bella» ne aveva un’altra nel cuore e, come tutti gli amanti, non potendo ammettere bellezza che superi quella del proprio amore, un sospetto soltanto li faceva turbare per un istante; parola che forma nella memoria, e nel giusto orgoglio, un coro gradevolissimo, o meglio, una sinfonia discorde e armoniosissima come le colline di Firenze.

Aldo Palazzeschi – Le sorelle Materassi


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