Magazine Cultura

All’ombra dei giganti – puntata n.7

Creato il 29 aprile 2014 da Rivista Fralerighe @RivFralerighe

I taccuini del giovane Howard
Dove e come nasce l’ispirazione dei grandi maestri del passato

Gli scrittori moderni talvolta si affannano a raffinare e alimentare la propria immaginazione assumendo dosi massicce di finzione, sotto forma di pellicole cinematografiche, serialità televisive, o letture di genere. Eppure a spiare le fonti e i materiali che hanno provocato e alimentato la voce dei grandi narratori del passato, ci si imbatte in abitudini ed esercizi assai differenti. Oltre alla lettura, vi è l’osservazione attenta e maniacale della realtà, l’immersione nei vizi e nelle virtù dei propri simili attraverso l’ascolto e l’osservazione, l’arrendersi all’abbraccio degli elementi della natura. Era così, oltre che attraverso i drammi e le perversioni personali, che nasceva la capacità di sublimare le stranezze e le anomalie del quotidiano, che si affinava l’innata e spontanea capacità raffigurativa.

Prendiamo un caso tra tanti.

foto2

Qualcuno sosterrà che da un bambino che a nove anni è affascinato dalle letture di E.A. Poe, che ha divorato la quantità di libri che un suo coetaneo di oggi digerirebbe forse nel corso di tre esistenze, già follemente appassionato di racconti fantastici, di astronomia e di chimica, che a dieci anni manifesta i primi esaurimenti nervosi, che a quindici cade da un’impalcatura procurandosi un’emicrania cronica che lo devasterà per il resto della vita, che non fa segreto di un rapporto quasi morboso con la madre che tuttavia morirà presto, dopo aver sofferto di isteria e depressione, che nella vita non farà altro mestiere che scrivere racconti e saggi…

Ecco di uno così si dirà che non ci si può aspettare un immaginario e un gusto per la narrazione ordinari o banali. Infatti così fu. Nel caso che stiamo per prendere in esame, è stata di certo la bizzarria dell’esistenza a facilitare il compito, a indurre incubi e visioni, a servire su un piatto d’argento l’orrore che già a ventinove anni gli faceva affermare che ‘la vita è più orribile della morte’. Che la morte è desolazione, ma la vita è popolata da ‘bestie immonde e dall’istinto malvagio dell’uomo primitivo’.

Molti avranno capito che stiamo parlando del giovane Howard Phillips Lovecraft, un maestro, benché forse psicopatico, da alcuni definito un rabbioso visionario, razzista, misogino. Ma comunque lo si voglia intendere, Lovecraft è senza dubbio uno dei pochi autori moderni in grado di ispirare generazioni di scrittori e affascinare schiere di lettori.

È difatti sua la dimora che, nel breve tempo a nostra disposizione, abbiamo intenzione di violare, alla ricerca di indizi e ispirazione. Non proprio una delle sue dimore maggiori, non i suoi raccolti più famosi come The Call of Cthulhu o The Dunwich Horror, ma un piccolo capanno dove egli usava rifugiarsi per raccogliere idee e mettere a fuoco intuizioni. H.P. Lovecraft tenne, come altri scrittori prima e dopo di lui, un taccuino di appunti (The Commonplace Book) su cui annotava idee e intuizioni da trasformare, in futuro, in veri e propri racconti. Ci servirà per giungere a comprendere quale filtro utilizzasse il giovane Howard per osservare e interpretare il proprio mondo. Nel suo taccuino vi è, infatti, un’interessante raccolta di brevi frasi, epifanie, accenni di visioni, ipotesi o nuclei di trame. Brevi periodi nei quali la prima parte è di solito la fotografia della realtà quotidiana che d’incanto, nella sequenza successiva, si tramuta in un terrificante mistero: come ‘remare su un lago sotto il chiaro di luna’ e all’improvviso ‘scivolare nell’invisibilità’. Oppure avere di fronte ‘un giardino sul quale la luna proietta ombre tutt’altro che normali perché trattasi di oggetti invisibili agli occhi umani. Quella di Howard è tensione e sforzo di scoprire l’orrore e il mistero nelle cose che lo circondano: un castello notato presso le rive di un fiume, che diventa un incubo perché il suo riflesso rimane inalterato sulla superficie dell’acqua anche secoli dopo che questo è stato distrutto. Oppure un semplice e innocuo pescatore che, sotto il chiaro di luna, getta la rete in acqua.

Lovecraft disegno
Di certo, per il nostro giovane visionario, ciò che avviene al chiarore di luna è sempre messaggero di sventure e orrori. Sotto di esso, i corpi dei morti si muovono, camminano, scrivono. Busti umani senza testa sopravvivono e crescono. Case anonime diventano finestre aperte sul mondo dei morti, che occhieggiano terrificanti, in agguato, pronte ad ingoiare gli incauti umani.
Howard ci confida che la maggior parte delle sue visioni sono negate agli altri umani. Solo a lui, ad esempio, è concesso ammirare (pensiamo che siamo negli anni trenta del secolo scorso) le fantastiche e mirabolanti creature provenienti da altri pianeti. Va ricordato che per il nostro giovine irrequieto letterato, l’orrore non giunge solo dal passato (tombe, mummie, resti archeologici, antichi manoscritti, che egli scorge ovunque) o dal presente (luoghi desolati, sette segrete, valli stregate, strane regioni sottomarine), ma spesso e volentieri, appunto, anche dal futuro. Howard fantastica di popoli alieni, di esseri mostruosi che si mescolano ai terrestri, camuffandosi tra di essi indossando pelle umana. Ci racconta di strambi insetti che penetrano nel cranio e costringono a ricordare cose aliene e straordinarie. Di pianeti formati da materia invisibile. Di mondi ultra-dimensionali, di regioni corrose dal tempo, di abissi insondabili colmi di meraviglie.
Sempre non dimenticando che al tempo di Howard la televisione è ancora una bizzarria da laboratorio scientifico. E difatti, non condizionata da immaginari indotti e predigeriti dai media (come potrebbero essere i nostri), quella di Lovecraft è una lente capace di sublimare l’orrore quotidiano in proiezioni fantastiche. Le sue visioni sono potenti, frutto del rifiuto e dell’insofferenza per il presente. Tutto così diventa occasione e pretesto per fuggire, per passare attraverso il velo insignificante del presente, per viaggiare attraverso il tempo, i diversi mondi nel quale si frammenta e popola. È così che semplici casupole abbarbicate sulla parete di un dirupo, diventano orride incrostazioni. Dalle finestre non si vede più l’insignificante cortile della casa di Red Hook, ma Atlantide, Notre-Dame de Paris, la spianata delle Piramidi, o i ghiacci della Siberia. I libri antichi non sono più fogli ingialliti e polverosi, ma chiavi per accedere a realtà mutate, aliene, abitate da creature alate. Anche gli specchi si trasformano in portali, capaci di reintrodurci nei sogni che abbiamo interrotto al sorgere del sole. E il corpo di un defunto, il suo guscio corporeo, in realtà attende di riprendere vita non appena il suo spirito ritornerà da un viaggio fantastico attraverso le ere passate.
Questo e altro ancora, ispirato magari da lunghe passeggiate nel fitto di qualche bosco, sulle sponde sassose di un laghetto, risalendo le rocce friabili di un dirupo, o semplicemente fissando le crepe nell’intonaco della parete sopra il letto. Ed è proprio questo altalenare tra il mondo interiore e le suggestioni esterne che faceva nascere la scintilla creativa, suscitava epifanie narrative, manipolava l’attenzione del giovane Howard conducendolo attraverso trame che l’avrebbero consacrato come uno dei più grandi maestri della narrativa moderna.

Sappiamo o sapremo noi, miei cari e talentuosi seguaci, fare sfoggio di altrettanta spontaneità, originalità e tensione artistica dopo cotanto abbuffarci di narrazione catodica a buon mercato?
Chi vivrà vedrà. Alla prossima, se vi aggrada.

Samuel Giorgi

 



Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :