
Angels in America è insieme triste, grottesco, ansiogeno, sorprendente, mélo, profondo: sembra che Mike Nichols abbia stentato a trovare un suo linguaggio unitario o abbia voluto lasciare diverse porte d'uscita. L'asse principale della vicenda ruota intorno alla coppia dissestata dei trentenni Prior (Justin Kirk), che ha l'AIDS, e Louis (Ben Shenkman), che non riesce a sopportare il crollo fisico del suo amato compagno: in una delle sue fughe, questi conosce Joe (Patrick Wilson), un avvocato mormone repubblicana di stretta osservanza (religiosa e politica), sposato con Harper (Mary Louise Parker) e soprattutto al servizio dell'odioso Roy (Al Pacino). Tra Louis e Joe l'affinità è palese, ma quest'ultimo si affanna a soffocare la sua omosessualità, per via della rigida educazione ricevuta dalla madre (Meryl Streep).
Su questo inferno si stagliano però due figure per curare a loro modo salvifiche, e in entrambi i casi si tratta di infermieri: Emily (Emma Thompson), con intelligente fermezza, assiste Prior nella sua malattia ormai conclamata e Belize (Jeffrey Wright) sorveglia e cerca di tenere a freno l'insopportabile Roy, che farnetica di sesso e potere, di inganni e di squallidi escamotage per non perdere onore e soprattutto la sua influenza sul mondo che, a suo dire, conta. La vita di tutti - in gradi diversi e in forme non comparabili - è immersa in uno squallore disarmante, appare fragile e bisognosa e in forma diversa Emily e Belize sapranno intervenire per donare un po' di serenità.
Io, io non vorrei mai vivere come queste donne e questi uomini, ma neanche queste donne e questi uomini riescono a scegliere la loro vita, nonostante la pretesa - o almeno il tentativo - di farlo. Dietro ognuno di loro c'è una storia che non raccontano, ci sono bivi, c'è un retroterra che noi solo intuiamo oppure impariamo poco alla volta, sempre più sgomenti. Angels in America non ha proprio nulla della trasgressione corrosiva e dei baccanali eccitanti di altre serie televisive (penso soprattutto all'edizione originale, inglese, di Queer as Folk): c'è posto solo per il rovinoso precipitare verso la morte, in questi sei episodi che cominciano con un rovescio del vangelo: se il libro sacro dei Cristiani significa "buona novella", significativamente la prima tappa di questa passione civile viene intitolata bad news, "cattive notizie".

Perciò, nel sereno epilogo, il monologo di Prior per gli spettatori assume un rilievo commovente per la volontà di riappropriarsi della propria dignità e della propria vita (da vivere fino in fondo, a costo di rinunciare a qualsiasi salvacondotto), partendo da una morte senza vergogna. Con la dimensione trascendente in forma di angeli (letteralmente, in greco, "messaggeri") si dialoga, anche quando si crea attrito e rifiuto, in una prospettiva più veterotestamentaria (e, certo, in un pastiche dottrinario tutto cinematografico). La vita, sembra dire l'uomo, è qui e ci appartiene tutta, prendercela (ciascuno con i propri valori e la propria volontà) è il nostro atto decisivo, il nostro modo orgoglioso e serio di esistere al mondo.
Il futuro, qualunque cosa sia la morte, verrà per tutti e ci incontrerà qui. We won't die secret deaths anymore.