Lo sguardo della sensibilità femminile
Anilda Ibrahimi e Reina Roffé ci raccontano la propria storia attraverso quella di altre donne, rivelando parte del mistero che avvolge l’universo femminile; eppure la loro narrazione non si esime mai dal confronto con una dimensione più ampia, quella storico-politica della propria terra, forse perché rispetto agli uomini hanno l’impressione di subire i mutamenti epocali senza mai prenderne realmente parte.
In Rosso come una sposa, romanzo d’esordio di Anilda Ibrahimi, la saga dei Buronja e le vicende dell’Albania nel corso del ‘900 sono rievocate alternando leggende e realtà, ma sempre da una voce femminile: prima quella di Saba, il cui mondo è circoscritto al villaggio senza tempo di Kaltra, attorniato da montagne e silenzio; poi da sua nipote Dora che, pur vivendo tra Tirana e Valona, non può vedere al di là delle restrizioni imposte dal regime comunista. Anche le protagoniste dei racconti di Uccelli rari ed esotici, con maggior drammaticità, vivono l’oppressione e l’inibizione della dittatura militare (siamo nell’Argentina degli anni ’70): la stessa Reina Roffé ha subito la censura del romanzo Monte de Venus, ritenuto immorale e scandaloso poiché tratta di una donna omosessuale, ed è poi stata costretta all’esilio (dal 1988 risiede a Madrid).
Cos’altro accomuna i personaggi creati da queste due scrittrici? Innanzitutto la loro delicata sensibilità: “ero giovane, sentivo le rose chinate sotto la pioggia e il polso del mondo tra i petali” (Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa, Einaudi); “era invisibile anche a causa del suo silenzio. Difficilmente le uscivano parole dalla bocca. Le pronunciava rapidamente, sottovoce, con difficoltà e persino con un rossore sulle guance, un rossore primitivo, improprio per la sua pelle candida, che provocava negli altri un forte imbarazzo. Per zia Reche le parole dovevano sembrare sciupate da subito, futili, superflue” (Reina Roffé, Uccelli rari ed esotici, Poiesis).
Ed è proprio la loro sensibilità che contribuisce a renderle vulnerabili, malinconiche quando non disperate: “da piccola sono stata molto felice, ma poi ho smesso. Ho smesso così, di colpo, come i fumatori che decidono da un giorno all’altro. Ma non come quelli che poi ci ricadono; io non sono più ricaduta. Solo una volta all’inizio” (Rosso come una sposa); “non piangeva perché sapeva che era inutile, ma la sua ricevuta di ritorno era una disperazione tangibile. Se qualcuno avesse teso una mano verso di lei, avrebbe potuto palpare quella fitta rete che la avvolgeva” (Uccelli rari ed esotici).
Ricorrere al sarcasmo vuol dire allora lottare per non soccombere, raccontare è l’unico strumento perché la propria voce non venga sovrastata da quella maschile o sommersa dagli eventi. La Ibrahimi lo fa con uno stile franto, paratattico, mettendo in successione innumerevoli episodi (a volte poco più che aneddoti), sino ad alterare senza compromettere le atmosfere che dipinge, suggestive anche quando cariche di dolore.
La Roffé rifugge, invece, dal rischio di nebulizzare la materia narrativa disponendola in brevi racconti, che la critica ha giustamente definito “esemplari”: la sua scrittura sa essere lirica e prosaica, lieve e penetrante; in poche pagine non solo fa presagire la traiettoria di intere esistenze, ma traccia anche le coordinate dell’animo delle sue eroine (il sottotitolo della raccolta è “cinque racconti di donne straordinarie”, ma lo sono solo nella misura in cui ogni donna lo è nella quotidianità).
