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Antonio e Cleopatra, Akhenaton: l’Egitto in scena

Creato il 30 luglio 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online
A una settimana dalla conclusione della dilogia teatrale di Antonio e Cleopatra e , Akhenaton i due spettacoli realizzati in occasione di Expo/Exto 2015 dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino in collaborazione con il Museo Egizio, i commenti del regista Valter Malosti, della Agnese Grieco e degli attori neodiplomati Beatrice Vecchione, Matteo Baiardi e Christian Di Filippo dramaturg

Cleopatra: Se è amore davvero, dimmi quant'è/ Antonio: È un amore miserabile quello che si può misurare/ C: Voglio fissare un limite sino al quale essere amata/ A: Allora dovrai per forza scoprire nuovo cielo, nuova terra. Nessun vivente, a meno che non si chiami Matusalemme, può serbare memoria delle interpretazioni di Sarah Bernhardt o di Eleonora Duse nei panni della bella regina dei Tolomei. Tantomeno credo esista qualcuno che sia andato alla prima dell' Antonio e Cleopatra di Alfieri. È stata il 16 giugno sì, proprio al Carignano di Torino. Peccato si tratti del 1775. E se dovesse esserci ancora qualche superstite in giro, beh, sarebbe un giallo perfetto da affidare ad Agatha Christie.

Note di scena, note di regia
" Antonio e Cleopatra e Akhenaton nascono dall'esigenza di realizzare un progetto estivo all'aperto, in una sede non ordinaria come il Cortile del Museo Egizio", racconta Malosti, direttore della Scuola per attori del TST e noto regista shakespeariano. "Credo sia una ventina d'anni che lì dentro non si faceva più niente". Da una parte Shakespeare dunque, quella tragedia erotica che non sappiamo neppure se fu messa davvero in scena ai tempi del bardo; dall'altra una contaminazione - come conferma Agnese Grieco, artifex (direbbe Carmelo Bene) di gran parte del secondo testo drammaturgico - tra un'"irrappresentabile" opera della Christie, Mahfouz e L'uomo Mosè e la religione monoteistica di Freud.

Ma che cos'hanno in comune questi due spettacoli, che a sere alterne, fino alla scorsa domenica, sono stati ospitati nei pressi di via Accademia delle Scienze 6? Innanzittutto entrambi parlano di Egitto. O meglio, dice Agnese Grieco, "dell'immagine che dell'Egitto aveva elaborato l'Europa degli anni '30". Ce lo confermano i costumi (lunghi strascichi di paillettes, divise militari e parrucche alla Sorelle Lescano), i personaggi (ad esempio, i tre baldi visitatori che in Akhenaton ammirano il Busto - in carne ed ossa - di Nefertiti) e le situazioni (l'eco della guerra, che nel secondo spettacolo è chiaramente quella del '39-'45). Ma ci sono poi anche elementi di disturbo: i tacchi alti (a dire il vero un po'manierati) o le inversioni sessuali attore-parte tipiche del regista; la voce del professor Gilberto Sacerdoti che, agghindato come un simpatico critico in gorgiera, è visibile nel video che accompagna Antonio e Cleopatra; e infine, le sonorità tra il dance e l'orgia alessandrina.

Secondo elemento: in entrambi gli allestimenti la scena è poverissima. Ricorda davvero, per essenzialità e raccoglimento, i teatri elisabettiani o anche i più recenti esperimenti da camera che nel secondo Novecento "fecero la fortuna" (si fa per dire...) di Grotowski e di Barba. In Antonio e Cleopatra un lungo tavolo (come quello posto da Castri nel John Gabriel Borkman torinese del 2002) che diventa anche spazio prossemico e di dibattito, qualche sedia e un po'di argenteria; in Akhenaton quasi soltanto il candido chaise longue. Colpiscono, in questo "tripudio povero" d'arte visiva, le tende di fili bianchi sistemate, in entrambe le opere, ai due estremi della passerella scenica.

Infine, Valter Malosti riconosce un terzo fil rouge, "l' elemento dionisiaco che percorre i due spettacoli", provati per ben due mesi e mezzo e alla cui stesura avrebbero partecipato gli stessi interpreti. "In Antonio e Cleopatra - continua il regista - ho voluto inserire delle maschere. Sono diverse da quelle tradizionali della Commedia dell'Arte. Sono insieme iper-realistiche e astratte; si tratta di volti umani sovrapposti ad altri volti umani. Il loro scopo principale era dare maggior forza alle parole". Antonio e Cleopatra - che Malosti ci tiene a separare dai classici stereotipi della "tragedia d'amore" o della "tragedia di Storia" - rappresenta un ulteriore mattone nel suo già ricco cantiere shakespeariano, che si concluderà nel 2017 con la drammatizzazione dei Sonetti.

Parole d'attori
Fiore all'occhiello degli spettacoli sono gli attori, neodiplomati alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, tutti poco più che ventenni, ammirevoli soprattutto per la loro grande abilità nel rappresentare parti mature, di anziani, pur essendo così giovani. Attori che avremo il piacere di vedere anche il prossimo anno nelle produzioni del TST, tra cui l' Arialda. Noi di Retrò Online Magazine abbiamo avuto modo di parlare con tre di loro, i protagonisti.

Beatrice Vecchione, classe 1993, è Cleopatra (in Akhenaton il Gran Sacerdote di Amon, Meriptah), una Cleopatra intensa, sincera e astuta. "Essere Cleopatra - racconta - è stata una grande sfida. Si dice di lei che contenga "l'infinita varietà della natura": volevo che la mia Cleopatra destasse meraviglia e incanto, che fosse lei, in quanto fantasia, a superare la natura (Enobarbo, nel descriverla ad Agrippa, ne parla proprio così)". Ma la regina è innanzittutto una donna. Che tipo di femminilità incarna allora? "È una femminilità sempre un po' "ubriaca" - rivela Beatrice - un'ubriachezza come apoteosi dei sensi". Franco Marenco diceva che "Cleopatra non riesce a prevalere nella dimensione del potere, ma invece e per sempre in quella teatrale", soprattutto grazie al sacrificio finale: "La morte - continua Beatrice - ė un momento di trionfo: Cleopatra va incontro alla sua natura di dea madre (chiama infatti l'aspide "bambino"), si libera dalle sovrastrutture di questo "basso mondo", per ricongiungersi, in un amore immortale, all'uomo che ha tanto amato. La morte, dunque, come consacrazione, come tensione verso la realizzazione totale di sé, svincolata dalla trappola del mondo materiale".

Ma che mondo sarebbe senza Antonio? Un mondo vecchio, di sicuro. A interpretarlo è il brioso e zelante venticinquenne Matteo Baiardi, l'attore più energico di tutta la compagnia (basta osservarlo al momento degli applausi), che è però costretto a trascinare sulla scena uno stanco triumviro: "Antonio non è un debole, è una persona che con Cleopatra ha conosciuto l'amore, un sentimento che può essere veramente straziante (lo dico per esperienza personale), che può perfino farti tradire il tuo impero". Ma per Matteo il teatro è prima di tutto un "gioco" e forse ha in mente quella frase di Brook: A play is play! Anche lui riconosce, come Beatrice, la difficoltà nell'interpretare un personaggio "anziano": Antonio fatica a muoversi sulla scena non tanto per la spossatezza fisica dovuta all'età, ma perché "l'amore gli ha completamente dilaniato l'anima". L'attore in chiusura ci parla del lavoro di gruppo: guardando gli spettacoli, si crede di trovarsi di fronte ad un ensemble coeso e molto unito, ma Matteo parla piuttosto di un "rapporto complicato", di problemi di fiducia, di scontri fra personalità forti, di sottili invidie. Insomma, non un gruppo amicale, ma di professionisti, con tutte le implicazioni (positive e negative) del caso. Ferma restando, comunque, la loro grande prova d'attori.

Ultimo, ma non meno importante, Christian Di Filippo, 22 anni, il bravissimo ed emozionante faraone monoteista: "Agnese Grieco ha lavorato insieme a noi nell'adattamento alle esigenze teatrali del testo della Cristie, accogliendo le nostre proposte di (ri)scrittura. Se Akhenaton è piaciuto così tanto è perchè siamo stati tutti coinvolti nel suo processo di creazione, dando linfa a personaggi sepolti nella storia dell'Egitto". "Interpretare Akhenaton - continua Christian - è stato per me un onore. Sinceramente, non ho trovato grandi difficoltà, perchè lo sento vicino a me. Fare l'attore credo significhi dire la propria e lavorare sul "faraone eretico" mi stia aiutando a farlo". Riguardo le sue prime esperienze teatrali, Christian racconta: "In questi anni di Scuola ho avuto modo di farne già molte che mi hanno cambiato la vita. Di prospettive ce ne sono. Il teatro - conclude in epigrafe - ha bisogno di noi giovani attori, ma innanzittutto dobbiamo imparare ad averne cura, ad avere rispetto per un mestiere a lungo bistrattato anche se pieno di bellezza. E poi, umiltà: essere disponibili ad imparare. Sempre. Tanto".

Antonio Cleopatra, Akhenaton: l’Egitto scena

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