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Arzana e quel reportage con aggettivi eccessivi

Creato il 06 luglio 2012 da Zfrantziscu
di Vittorio Sella Ci sono pregiudizi duri a morire nel circuito della informazione che si occupa di banditi e banditismi. Spesso si cade nell'errore di abbinare il giudizio negativo sul  racconto delle imprese del fuorilegge al paese in cui è nato il bandito. In questo modo viene coinvolta l'intera comunità condannata a subire un'ondata di luoghi comuni in chiave spregiativa. Ma c'è anche chi si spinge più a fondo, va oltre l'aspetto del vivere sociale della collettività-paese ed equipara l'assetto urbanistico de centro abitato alla forma dell'arma usata dal bandito al centro delle cronache. Nel recente passato un paese del nuorese, martoriato da una criminosità elevata, è stato equiparato alla forma di una pistola. Qualche giorno fa ad un paese dell'Ogliastra è toccato scoprire che  l'assetto urbanistico del  proprio centro abitato assomiglia alla forma del fucile. Poche righe leggibili all'interno di un ampio reportage pubblicato a cura di Attilio Bolzoni  nell'inserto La Domenica di Repubblica con il commento dello scrittore sardo Marcello Fois. Al centro dell'ampio servizio giornalistico ci sono le vicende di Attilio Cubeddu, definito l'ultimo bandito. Fatti di cronaca nera che i quotidiani  sardi hanno più volte messo in risalto. Ma in questa occasione ciò che colpisce è l'aggettivazione  che  Attilio Bolzoni seleziona per offrire al lettore domenicale un quadro della comunità di Arzana, paese dove Attilio Cubeddu è nato. Ogni  aggettivo è un giudizio senza appello in attesa dell'uscita di scena dell'ultimo bandito di Arzana “paese con il destino segnato” e “con il marchio ignobile”. L'affondo è leggibile qualche riga prima, quando è descritta la forma urbanistica di Arzana, simile “alla forma di un fucile” secondo le parole che  Attilio Bolzoni scrive di aver “raccolto da un amico sardo”. E cosi le ha riportate senza quello spirito critico che negli anni '60 e '70 del secolo scorso animava la schiera degli inviati speciali che si precipitavano in Sardegna per narrare vicende di banditismo, di sequestri di persone, di sottosviluppo e ansie di rinascita. Gli inviati di quella generazione, prima di scrivere, bussavano alle porte degli storici, degli antropologi, dei giuristi e dei grandi avvocati. In molti vi era la voglia di capire, di andare  oltre le misure repressive, ad eccezione di qualcuno, speciale al contrario, favorevole alla soluzione finale come mi era capitato di leggere in un settimanale di vasta diffusione. Parole che avevano l'effetto di contribuire a far salire la febbre alta nel corpo in sofferenza della società sarda. Da giovane studente liceale ne soffrivo perché avvertivo l'assenza di orizzonti e di futuro. Ora che so i confini tra i fatti delle cronaca e le opinioni non riesco a giustificare quella sequenza di aggettivi sulla popolazione arzanese. Che trovo sotto processo in attesa di appello.


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