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ASPETTI PEDAGOGICI DELLA PROPEDEUTICA MUSICALE parte prima

Creato il 02 febbraio 2015 da Isa Voi @VoiIsa
La rubrica della dott.ssa Anna SuraceASPETTI PEDAGOGICI DELLA PROPEDEUTICA MUSICALE parte primaPropedeutica musicale è un avvicinamento alla musica per i bambini nella fascia di età 0-6 anni. Affonda le sue radici nella pedagogia del “fare” attivamente, nella convinzione che solo facendo, provando, sperimentando in prima persona sia possibile apprendere in un modo più incisivo rispetto a un apprendere teorico e nozionistico.Lo studio della musica è da sempre correlato allo studio teorico della melodia, del solfeggio, della composizione e lo studio di strumento complesso e fatto di esercizi metodici noiosi. Come la scuola tradizionale, grazie all’avvento di alcuni pedagogisti “illuminati” che hanno introdotto nell’educazione un modo nuovo di imparare, allo stesso modo anche lo studio della musica ha sentito l’esigenza di modificarsi, staccandosi (almeno in parte) dal modello nozionistico per dare spazio al fare attivo, creativo e che produce apprendimento spontaneo.Nel ‘900 l’Attivismo dichiarò definitivamente dignità e autonomia dell’infanzia rispetto al mondo mentale adulto: il bambino non è più un oggetto da istruire, ma un soggetto che costruisce attivamente il proprio apprendimento. Il centro su cui fa perno l’attivismo è il “fare”. Spesso, però, si è teso a cadere nel così detto “fabrilismo”, ovvero il fare fine a se stesso che si risolve nella mera attività dell’alunno, priva di profondità di significato. Scrive Dewey La sola attività non costituisce esperienza. È dispersiva, centrifuga, dissipante1. Esperienza è, invece, l’unione di un elemento attivo (ad esempio, un esperimento) e un elemento passivo (ad esempio, ciò che segue all’esperimento e cui si deve sottostare). Non è esperienza il fatto che il bambino metta semplicemente il dito nella fiamma; è esperienza quando il movimento è connesso col dolore al quale sottostà2; è esperienza, quindi il nesso tra le azioni compiute e la realtà e il suo sviluppo, il quale provoca un cambiamento in chi compie l’azione, cambiamento che può essere tradotto con il termine “apprendimento”. Il superamento del modello didattico trasmissivo ha permesso di considerare l’atto didattico innanzitutto come una relazione fra soggetti attivi, curiosi, competenti, liberi di muoversi e pensare in un ambiente pensato dall’adulto, impegnati in un fare di senso che porti a vivere un’esperienza.In che modo si inserisce nel quadro appena accennato l’apprendimento musicale? Ci sono molte teorie a riguardo, ma dietro ad ognuna di esse vi è la convinzione che la musica si possa imparare come il linguaggio: nessuno insegna la lingua materna ai bambini che imparano a parlare, ma la lingua viene assimilata “per immersione”. Se esaminiamo l’apprendimento del linguaggio, la maggior parte dei bambini riceve una guida informale prescolastica all’acquisizione delle competenze linguistiche, adeguata e sufficiente per trarre beneficio dall’istruzione formale scolastica.Come nasce il linguaggio? Teorie a confronto.
Il comportamentista Skinner spiega l’apprendimento umano e animale sulla base dell’addestramento del comportamento tramite un sistema di rinforzi positivi e negativi, tali che essi creino un collegamento tra stimolo e risposta. Anche l’apprendimento del linguaggio sottostà a questa regola.Il linguista Chomsky, invece, si oppone a Skinner, sostenendo l’importanza delle regole sintattiche: Chomsky ha ipotizzato che i bambini apprendano il linguaggio perché possiedono un meccanismo innato, denominato LAD, sigla che sta per Language Aquisition Device (meccanismo di apprendimento del linguaggio). Secondo l’autore, tale meccanismo è solo nel cervello umano ed è attivo già dalla nascita. La capacità è innata. Le regole sintattiche sono: intuite implicitamente, sollecitate dal contatto con lo stimolo linguistico, dal contatto si innesca un processo attivo di ricerca e verifica, si attivano grazie alla maturazione del LAD.Per Piaget, invece, la comparsa del linguaggio nel bambino è la manifestazione della capacità di rappresentazione del mondo mediante l’uso di simboli, capacità strettamente legata allo sviluppo cognitivo e frutto dell’interazione di diverse facoltà mentali.Si può dire, quindi, che secondo Piaget è impossibile separare sviluppo dell’intelligenza dal linguaggio. Vygotskij sottolineò l’importanza dell’interazione sociale come base per lo sviluppo cognitivo e, soprattutto, per lo sviluppo del linguaggio. Quest’ultimo ha per lo psicologo russo avvio nei rapporti interpersonali e nelle interazioni del bambino con i genitori, adulti, coetanei; in un primo momento il suo uso è inter-psichico, cioè solo comunicativo, mentre, in un secondo tempo, viene interiorizzato (per esempio il bambino impara a ripetere nella mente la sequenza di azioni necessarie per compiere un determinato compito).Bruner trasmise ed ampliò il pensiero di Vygotskij mettendo in rilievo come i piccoli imparino la lingua madre nel contesto familiare, in cui, anche se la lingua non è ancora appresa, essa viene comunque sempre messa in relazione a ambienti, routine, persone, oggetti, ecc. che fanno parte della vita del bambino e, per questo, a lui ben noti. Da ciò si deduce che il ruolo più importante è quello assunto dai genitori o caregiver, mediatori tra il piccolo, il contesto e il linguaggio.
Quindi, appurato il fatto che la lingua madre non viene insegnata ai bambini in modo formale, almeno fino all’approdo alla scuola primaria in cui vengono introdotti lettura, scrittura e grammatica, i piccoli imparano comunque a comunicare e acquisiscono in breve tempo un vasto vocabolario semplicemente ascoltando e interagendo con le persone che stanno loro accanto.
Posta questa fondamentale premessa introduttiva, si pone la domanda: perché, invece, per avvicinare i bambini al linguaggio musicale, devono passare per l’insegnamento formale?
1 J. Dewey Il mio credo pedagogico, La Nuova Italia, Firenze, 1954, pag. 130
2 Ibidem

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