Asti, Rifondazione Comunista e la crisi dell’Industria

Creato il 28 maggio 2011 da Palotto

La crisi della Askoll Ceset non e’ un fulmine a ciel sereno come neppure puo’ essere paragonata ad un campanello d’allarme, ma e’ una tappa verso lo smantellamento del polo industriale astigiano. Asti e la sua provincia stanno assistendo alla trasformazione del tessuto produttivo senza averla mai evocata e, quello che e’ peggio, senza sapere quali saranno le conseguenze per il nostro gia’ martoriato territorio. La chiusura della Way Assauto continua a rappresentare il segnale d’impotenza, di rassegnazione e di mancanza d’iniziativa da parte della societa’ astigiana e sopratutto della politica. Lo scenario piu’ ricorrente e’ che attorno a queste fabbriche in crisi si scatena un balletto da cui spunta un messia, al quale, per salvare i posti di lavoro, vengono garantite facilitazioni di ogni tipo tra cui una riduzione notevole dell’organico e contratti fortemente peggiorativi per coloro che possono rientrare nel ciclo produttivo. Dopo un po’ di tempo, il “messia”, scopertosi umano e quindi fallibile, si arrende davanti all’evidenza abbandonando il progetto di salvataggio dell’impresa oppure trasferendola in un paese che offra condizioni piu’ favorevoli per realizzare guadagni rapidi. In entrambe i casi a rimetterci saranno esclusivamente il lavoratore e il tessuto sociale nel quale egli vive che dovra’ farsi carico dei problemi che la disoccupazione determina.

A rischiare di dover recitare il copione appena descritto, nell’ astigiano , sono a migliaia e sono tutti i dipendenti dei diversi stabilimenti che stagnano in una situazione di crisi. Per un partito che fa del comunismo l’asse portante del suo agire e che riconosce nella classe operaia il proprio punto di riferimento e’ fondamentale capire il processo e le cause che ne hanno determinato l’attuale distanza. Gli interrogativi che hanno spinto il nostro partito ad avviare un inchiesta nelle fabbriche sono statila necessita’ di verificare il grado di percezione della soggettivita’ classista tra i lavoratori e se la nostra formazione politica sia in grado di raccoglierne le istanze. Nelle aziende con cui siamo entrati in contatto la nostra iniziativa e’ stata accolta con favore e nei focus group che abbiamo condotto con nostra grande e positiva sorpresa abbiamo registrato che l’idea che la crisi la paghino soltanto i lavoratori e le loro famiglie ha, nella testa delle persone, una forma definita. Lo stereotipo dell’operaio che vota Lega e incolpa la politica, gli immigrati e il mondo intero della sua evidente marginalita’ nel processo produttivo e quindi nell’ambito sociale in cui vive non lo abbiamo incontrato. D’altronde l’atteggiamento nichilista da parte dei lavoratori e’ il sintomo dell’assenza di una proposta, di un elaborazione che permetta di uscire dal cono d’ombra e riprendere un confronto necessario per rimettere al centro il proprio riscatto sociale. Il campione che abbiamo analizzato sa leggere bilanci, capire i cicli produttivi e riconoscere i sintomi di un progressivo disimpegno da parte della proprieta’ e affronta le difficolta’ con grande determinazione. Sono, per dirla in senso gramsciano, le donne e gli uomini di fronte ai quali occorre togliersi il cappello. Il metodo dell’inchiesta ci ha aperto un mondo che credevamo racchiuso su se stesso con una forza di reazione ridotta al lumicino. La consapevolezza che occorre lottare per riaffermare che il lavoro e’ prima di ogni altra cosa dignita’ della persona, esiste ancora e si mantiene integra. Manca il collegamento tra le diverse realta’, manca una forza politica in grado di materializzare le uniche risposte possibili: colpire le delocalizzazioni, ripensare una nuova vocazione produttiva in grado di rilanciare il comparto dell’industria sottraendo risorse alla pura e semplice speculazione. Nell’ultimo discorso della Dottoressa Marcegaglia, fatta alla platea di Confindustria, si scopre che il paese e’ fermo da dieci anni. Dove sono gli investimenti che a pioggia dovevano arrivare a seguito di un atteggiamento piu’ morbido dei sindacati verso la precarizzazione e le dolorose ristrutturazioni in corso dagli anni ottanta?
Cosa dire ad un operaio che ha creduto al motto “dobbiamo essere tutti imprenditori” e su questo credo ha investito 20 anni della sua vita in una fabbrica che sta chiudendo magari non per scarsa produttivita’ ma semplicemente perche’ la si porta in Serbia o in Romania? Basta dirgli che come “imprenditore” ha sbagliato investimento? No, non basta perche’ a fallire e’ stata un intera classe dirigente trasversale alla politica e al padronato. Ci rendiamo conto che non e’ sufficiente raccogliere inquietudini e farne delle “narrazioni”, ma serve il rilancio della cultura del lavoro. E’ innegabile che la ricostruzione di un rapporto organico con le fabbriche da parte di una forza politica come la nostra possa sembrare attualmente velleitario, ma citando don Helder Camara Vescovo di Brasilia “se aiuto un povero sono un santo, ma se gli spiego le ragioni della sua poverta’ divento un pericoloso comunista!”.

Davide Corona, resp. Commissione Lavoro PRC Asti



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