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Avere vent’anni: AT THE GATES – Slaughter Of The Soul

Creato il 29 novembre 2015 da Cicciorusso

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Luca Bonetta: Il ventennale di Slaughter Of The Soul è l’occasione perfetta per tirare le somme pure sull’ultimo lavoro degli At The Gates: quell’At War With Reality di cui abbiamo parlato approfonditamente un po’ tutti e di cui ha parlato bene o male chiunque si interessi anche solo vagamente al metallo. Il verdetto finale, a più di un anno dalla sua uscita è che sì, si lascia ascoltare, è un bel disco, ma l’interesse e la foga che nutrivo si sono esauriti nel giro di poco tempo, tant’è che sono ormai diversi mesi che non lo ascolto. Un discorso uguale ma opposto lo si può fare per Slaughter Of The Soul: uscito ben due decadi fa e presenza fissa nel mio stereo ad intervalli più o meno regolari. Non che non fosse quasi scontato, considerata la caratura dell’album in questione: una pietra miliare del death metal, melodico e non, scimmiottato in innumerevoli salse da centinaia di band più o meno note. Un disco composto da ragazzi poco più che ventenni con la testa piena di idee e la stoffa per comporre uno dei dischi migliori nella storia dell’heavy metal. La sola Blinded By Fear è una delle canzoni più coverizzate da qualunque band di ragazzini che decida di mettere mano agli strumenti e fare musica. Pezzi come Suicide Nation, Cold e la splendida outro The Flames Of The End impreziosiscono un lp che siede di diritto nella hall of fame personale di qualunque metallaro dotato di buon gusto. Fa un po’ tristezza vedere come di dischi simili non ne escano più, e qua mi verrebbe da attaccare un pippone infinito sul come è cambiata la percezione della musica da parte non solo del pubblico, ma in primis dei musicisti stessi. Vi risparmio, per ora, la filippica e mi limito a mettere su un’altra volta Slaughter Of The Soul.

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Ciccio Russo: Nell’anno nel quale la scena di Goteborg esplode e In Flames e Dark Tranquillity ne codificano i canoni, il gruppo che fino ad allora era stato la mina vagante di quel giro, il più sperimentale e difficile da inquadrare, esaspera alcune intuizioni dello splendido ep Terminal Spirit Disease, modera la componente melodica e maideniana con un’urgenza figlia del thrash più parossistico (i Dark Angel erano una delle influenze citate più spesso dagli At The Gates nelle interviste) e tira fuori un eclatante miracolo di sintesi compositiva che lo scioglimento della band, di poco successivo, contribuirà a consegnare quasi subito alla leggenda.

Se Slaughter Of The Soul è uno dei dischi della mia vita non è solo perché è un capolavoro indiscutibile, uno di quei picchi di ispirazione che, se non ti chiami Black Sabbath o Iron Maiden, si toccano una volta sola ma, molto banalmente, perché quando uscì avevo quattordici anni. Comprendere appieno perché i metallari della mia generazione abbiano un legame interiore così profondo con questo album è difficile non solo per chi all’epoca era troppo giovane ma anche per chi era già troppo vecchio e magari aveva allora l’età che ho io oggi. La rabbia repressa, la disperazione cosmica, il lacerante cupio dissolvi che animano pezzi come Nausea, Need o World Of Lies diventarono per migliaia di ragazzi il miglior catalizzatore possibile delle angosce di chi nel ’95 si ritrovava investito dal terremoto emotivo dell’adolescenza, offrendo una catarsi molto più profonda e concreta di quella che poteva arrivare dal nichilismo distruttivo, e in fondo rassicurante, degli Slayer o dall’astrazione romantica di My Dying Bride e compagnia. È anche uno dei pochissimi dischi  che non ha mai smesso di passare con continuità nel mio stereo in vent’anni di militanza metallica. È parte di me, ne conosco a memoria ogni singolo assolo, ogni stacco di batteria, ogni parola dei testi, che non pescano da Nietzsche o Crowley ma dalla beat generation e dalla cultura psichedelica. E ancora oggi, quando ascolto Cold, mi sento come se qualcuno mi strappasse l’anima dal petto e me la ricacciasse in gola.

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Trainspotting: Questo è un disco talmente fondamentale da essere stato sviscerato in mille modi diversi da vent’anni a questa parte, e sono sicuro che anche i miei sodali qui su Metal Skunk ne avranno parlato da quel punto di vista. Però, visto che il germe della critica per l’amor di critica colpisce evidentemente anche ciò che non deve colpire, vorrei fare delle precisazioni.
Ho sempre pensato che questo fosse uno degli album più intoccabili di sempre, perfetto nella forma e nella sostanza, capace di mettere d’accordo tutti per motivazioni talmente evidenti da non aver neanche bisogno di essere specificate. E così è stato, almeno per il primo decennio dalla sua uscita. Successivamente, complice  il proliferare impazzito di sottogeneri e sotto-sottogeneri svedesi e americani che avevano Slaughter of the Soul come punto di riferimento principale, qualcuno ha iniziato a tirare anche gli At The Gates dentro al calderone di sdegnoso rifiuto verso i suddetti sottogeneri. Un ragionamento tipo: i Lamb of God mi fanno schifo; gli At The Gates sono i progenitori dei Lamb of God; anche gli At The Gates fanno schifo. Oppure, all’opposto, gente che paragonava Slaughter Of The Soul al metalcore americano preferendo quest’ultimo perché, a parità di proposta musicale, sarebbe meglio prodotto, più maturo e cose simili. Noi di Metal Skunk ovviamente rigettiamo tali affermazioni e proponiamo il carcere duro per chi le porta avanti. Siamo anche disposti a formare degli squadroni della morte punitivi, ma con un minimo preavviso perché dobbiamo organizzarci con i turni di lavoro. Io per esempio prima delle 6 non posso proprio. Se pensate che io sia esagerato chiedetevi come si possa fare ad ascoltare Need (e a LEGGERE Need) e non solo rimanere indifferenti, ma addirittura sporcare il momento mettendosi a pensare al metalcore. O al death-thrash svedese di marca post-Soilwork. O a qualsiasi altra cosa.



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