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Bacchiglione Blues: leggi l’incipit

Creato il 09 febbraio 2011 da Paolo Franchini

Il primo capitolo del nuovo romanzo di Matteo Righetto è su VareseNoir, grazie alla collaborazione dell’ufficio stampa di Perdisa Editore.

Buona lettura a tutti!

1

Arrivati a quel punto non era più nemmeno una questione
di soldi, quanto piuttosto di principio. Una specie di senso
di giustizia, se volete, di rettitudine, se per lui rettitudine
voleva dire qualcosa.
Il lavoro che gli era stato richiesto più di un anno prima,
l’aveva fatto senza fiatare, l’aveva fatto subito e l’aveva fatto
come Dio comanda. Nei minimi dettagli.
Eppure, e questa era la nota dolente, i soldi pattuiti non li
aveva mai ricevuti, anzi, di quella cifra non aveva avuto neanche
un centesimo, ragion per cui a un certo punto aveva deciso
di andare a prenderseli di persona una volta per tutte, senza
inutili convenevoli, false cortesie o stupide richieste formali.
Perciò quella sera prese la sua Fiat Bravo bianca taroccata
di tutto punto con tanto di vetri oscurati, mascherine coprifari,
spoiler e alettone posteriore, e si diresse deciso a Gorgo,
anzi, tra le campagne attorno a quella minuscola frazione,
perché era proprio lì che viveva Tito Pasquato, il suo debitore,
in quella bassa provincia padovana che tanto assomiglia
alla Louisiana occidentale. Abitava esattamente in una cascina
ristrutturata lontana anche dagli occhi di Dio, affogata
tra i campi di barbabietole, soia, bruma e nient’altro, eccetto
l’amara consapevolezza di essere collocati nel culo del mondo.
Una cascina nascosta come una stella in pieno giorno.
La Bravo procedeva lenta nella notte, attraversando decine
di chilometriche stradine sterrate uguali l’una all’altra
come bianchi perimetri dei campi coltivati che si estendevano
a destra e a sinistra. Ovunque. La strada la ricordava
perfettamente e guidava guardando dritto davanti a sé, attraversando
di tanto in tanto qualche banco di foschia spessa
come il fondotinta sulla faccia di un vecchio clown, mentre
decine di falene, moscerini e altri insetti notturni si spiaccicavano
sul vetro del suo parabrezza rilasciando una poltiglia
densa e appiccicosa.

I fari illuminavano a malapena le stradine di ciottoli, mentre
dalle casse dell’autoradio risuonavano alcuni pezzi dei Balkan
Blues, con una musica battente e ritmata che si alzava nel
cielo assieme al polverone sollevato al passaggio dell’auto.
Quando finalmente intravide la sagoma della vecchia  cascina
di Tito Pasquato a qualche centinaio di metri di distanza,
sorrise soddisfatto, pensando che di lì a poco avrebbe
definitivamente risolto la questione e buonanotte a tutti.
Avrebbe parcheggiato l’auto davanti all’ingresso, avrebbe
bussato alla porta, si sarebbe fatto dare con le buone o con le
cattive quei fottuti soldi e infine se ne sarebbe tornato a casa
col suo bel malloppo. Né più, né meno di ciò che gli spettava.
Poco ma sicuro.
Non appena però fu in prossimità della casa notò che non
c’era alcuna traccia del Ducato Maxi scalcagnato di Tito, solitamente
posteggiato sull’aia. Pensò subito che quello fosse
un brutto segno. Il segno che con tutta probabilità il farabutto
non era in casa.

Parcheggiò la Bravo davanti all’ingresso, aspettò che la
polvere sollevata dalla sua auto svanisse inghiottita dalla prima
foschia d’ottobre e dai campi di barbabietole, quindi si legò i
capelli dietro la testa con un elastico, si tirò su le maniche sulle
braccia nerborute e ancora abbronzate e, come ultimo ma più
importante gesto, afferrò con fermezza il suo Fabarm Martial
caricato a pallettoni da cinque millimetri di diametro.
Quarantacinque anni, uomo di grossa corporatura, fanatico
di calcio bosniaco al punto da portare con orgoglio un
tatuaggio di Safet Sušić sul bicipite destro, tirò un sospiro,
bevve un sorso di rakija alla pera che teneva nascosta nel cruscotto,
spense l’autoradio, scese dalla Bravo brandendo il fucile
a pompa e si avvicinò all’entrata, camminando con passi
lunghi e ben distesi sulla ghiaia. Non aveva l’aria da duro o
cattivo. Sembrava piuttosto un placido distillato di entrambe
le qualità e, soprattutto, dava l’impressione di conoscere
qualcosa che nessuno era in grado di vedere. Quando dopo
pochi istanti fu davanti all’ingresso, portò uno sguardo rapido
e fugace verso il tetto della cascina, sospirò nuovamente
e infine bussò deciso alla porta. Tre colpi secchi. Nessuna
risposta. Pensò che forse Tito non c’era. O che forse voleva
fare il furbo come sempre. Bussò una seconda volta. Altri tre
colpi secchi. Niente. Bussò una terza. Silenzio. Intanto dai
campi intorno si levava il forte gracidare delle rane e il suono
gutturale e convulso di qualche strana bestia probabilmente
in estro. Una fitta nebbia iniziò a levarsi dai fossi rendendo il
paesaggio spettrale. Pensò che quella storia lo aveva davvero
stancato e che anziché trovarsi di fronte al palco di un bel
concerto blues stava perdendo il suo tempo in quel posto di
bifolchi per avere una cosa che gli spettava di diritto.

A un certo punto la porta di legno della cascina si aprì
lentamente, cigolando come un fagiano agonizzante finito
sotto le ruote di un motocarro. Si aprì piano piano e dietro
di essa comparve, piccola, rugosa e smunta, la figura di una
vecchietta occhialuta e ingobbita, una sorta di lumaca con
tanto di guscio sulla schiena e le lenti degli occhiali spesse
come il fondo di un Pokal dell’Ikea.
«Chi è?» chiese questa con una vocina flebile.
«Sono Zlatan. Zlatan Tuco», rispose il bosniaco per la verità
poco sorpreso. «Sono qui per figlio. Puoi chiamare lui,
per favore?» disse con il tono della voce grave e il suo forte
accento slavo mentre nascondeva con cura la grossa arma
dietro la schiena.

Zlatan si ricordava benissimo della vecchia e ricordava altrettanto
bene sia il suo proverbiale rincoglionimento, sia la
sua sostanziale cecità che le impediva di vedere perfino se era
giorno o notte.
«Tito?» chiese lei.
«Già. Dobbiamo parlare di vecchio affare. Puoi chiamare
lui fuori?».
La vecchia sospirò con aria rassegnata e poi disse:
«Ah, Tito non c’è, è andato via».
Zlatan guardò rapidamente a destra e a sinistra, poi nuovamente
dove avrebbe dovuto essere parcheggiato il Ducato
e infine sbirciò dentro casa, oltre la lumaca del Neozoico.
«Come sarebbe a dire “andato via”?» disse aprendo meglio
la porta.
«Oggi pomeriggio. Ha preso il suo furgone ed è partito.
Per qualche giorno. Così mi ha detto. Ma lei chi è?».
«Te l’ho detto: Zlatan Tuco». E così dicendo spalancò del
tutto la porta.
«Beh, dove crede di andare? Gliel’ho detto: Tito non c’è».
«Sai per caso dov’è?» insisté lo slavo continuando a
guardare all’interno della casa per scrutare eventuali movimenti
sospetti.
«A me non dice mai niente, entra ed esce quando vuole e
ringrazio Dio se è ancora vivo. Lei è un suo amico?».
«No, signora. Tempo fa ho fatto un lavoretto per lui e
sono venuto per chiedere soldi che avanzo. Io e lei ci siamo
già conosciuti, ma forse lei non ricorda».
«No, infatti. Cosa vuole, sono vecchia… come ha detto
che si chiama?».
«Zlatan».
«E che razza di nome è?».
«È un nome straniero. Di ex Jugoslavia. Bosnia», disse
spostando garbatamente la vecchina di lato ed entrando prepotentemente
all’interno della casa.

La vecchia allora si sistemò gli occhiali sul naso e dopo un
attimo di silenzio mormorò:
«Oh, per carità! Ci mancavano anche gli stranieri, adesso.
Mio marito si rivolterà nella tomba. Chissà cos’ha combinato
quel disgraziato… Senta, ma cosa ci fa dentro casa mia,
che cosa vuole?».
«Te lo chiedo un’altra volta: sai dove posso trovarlo?» disse
Zlatan voltandosi verso di lei e brandendo il fucile a pompa
che la vecchietta non riusciva a vedere.
«Chi, Tito?».
Zlatan perse la pazienza e sbraitò:
«Sì, cazzo! Tito! Tito! Tuo figlio! Chi sennò?» e avanzando
col fucile in mano pronto a colpire iniziò a perlustrare
palmo a palmo tutte le stanze in una sorta di caccia all’uomo,
come una volpe affamata intenta a stanare un coniglio. Continuando
a parlare con la vecchia, cercò il suo uomo nelle
camere, in bagno, al piano di sopra, sotto i letti, dentro gli
armadi, poi di nuovo giù in cucina e nei ripostigli, dove trovò
soltanto un gatto spelacchiato e spaventato.
«Dove ti sei nascosto?» urlò Zlatan correndo di qua e di
là, «vieni fuori, brutto figlio di puttana!».
«Ehi, ma dove corre di qua e di là, adesso? Le ho detto che
mio figlio non c’è. Ha provato piuttosto a chiamarlo al telefono?
» disse la vecchia tenendosi invano le stanghette degli occhiali
con entrambe le mani per cercare di capirci qualcosa di più.
«Sì, l’ho chiamato decine di volte. Quando vede che sono
io non risponde perché non vuole pagarmi. Ma alla fine pagherà,
questo è poco ma sicuro. Pagherà caro!» disse Zlatan,
ritornando da lei senza la sua preda. «Perché a Bačka Topola,
mio paese in Vojvodina, debitore paga debito. E se non paga,
fa brutta fine. E Tito deve pagare, sennò Tito brutta fine.
Molto brutta!».

Quindi uscì tutto trafelato, andò in macchina, prese una
torcia elettrica che teneva nel cruscotto accanto alla rakija e,
Fabarm nella mano destra e torcia in quella sinistra, iniziò
a perlustrare guardingo e risoluto tutt’attorno alla casa, fin
dentro il pollaio, la rimessa e la baracca degli attrezzi, mentre
la vecchia, uscita anche lei, continuava a ripetergli: «Provi a
telefonargli, provi a telefonargli, lo chiami».
Niente di niente. Di Tito nessuna traccia. Allora il bosniaco
cessò la vana ricerca, si avvicinò lentamente alla vecchia
e con un tono filiale le disse:
«Se per caso lo vedi, digli che Zlatan Tuco ha finito di
aspettare».
E senza aggiungere altro salì in auto, si sciolse i capelli,
accese nuovamente il sound dei Balkan Blues e ripartì tra il
buio e la foschia facendo sgommare sul ghiaino le ruote della
sua Bravo tamarra.

BACCHIGLIONE BLUES, il nuovo romanzo di Matteo Righetto.
Dal 9 febbraio in libreria.

 


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