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Balatele

Da Renzomazzetti

Guttuso disegna Lumumba.

Il re e i potenti lo perseguitarono. Lo arrestarono continuamente. La sua vita fu quella simile a tantissimi rivoluzionari del ventesimo secolo. Il carcere divenne, anche per lui, come una seconda casa, e, dal carcere, scrisse: < Noi non marceremo mai contro il Belgio, perché sappiamo che la grande maggioranza del popolo belga è contro l’oppressione dei negri. Il popolo belga non approva un regime coloniale che tiene schiavi quattordici milioni di congolesi ed è diretto da un piccolo gruppo padrone di tutte le nostre ricchezze. I nostri nemici sono i colonialisti, coloro che dividono i ricchi guadagni delle società coloniali. E’ questa minoranza di profittatori che ci impone un duro calvario. Partigiani dell’amicizia tra i popoli, noi proveremo domani che non siamo dei razzisti e degli antibianchi. I razzisti, di qualunque parte siano, neri o bianchi, non sono che degli idioti; è l’uomo con i suoi valori che conta, il resto non è che falsità. Il Congo indipendente non potrà mai, in questi tempi moderni, vivere isolato: deve entrare nel consesso delle nazioni libere e cooperare con esse. Coopereremo anche con il Belgio, da pari, a pari, da Stato sovrano a Stato sovrano >.

L’AFRICA SARA’ LIBERA

Piangi, amato mio fratello negro nei millenni di morti bestiali!

Le tue ceneri furono sparse per la terra dal simun e dall’uragano.

Tu, che non hai mai innalzato piramidi

per tutti i tuoi potenti boia,

tu, catturato nelle razzie, tu, battuto

in ogni battaglia in cui trionfa la forza,

tu, che hai imparato in una scuola secolare

un solo slogan: schiavitù o morte,

tu, che ti sei nascosto nelle jungle disperate,

che hai affrontato tacendo migliaia di morti

sotto la maschera della febbre delle paludi…

 

E venne il giorno in cui comparve il bianco.

Fu più astuto e cattivo di ogni morte,

barattò il tuo oro

con uno specchietto, una collana, ninnoli,

e corruppe con l’alcool i figli dei fratelli tuoi

e cacciò in prigione i tuoi bimbi.

Allora tuonò il tam-tam per i villaggi

e gli uomini seppero che salpava

una nave straniera per lidi lontani,

là dove il cotone è un dio, e il dollaro è imperatore.

 

Condannato a una prigionia senza fine,

lavorando come una bestia da soma

tutto il santo giorno sotto il sole spietato,

solo una cosa temevi:

che ti lasciassero vivere, ti lasciassero vivere.

E presso il fuoco, nell’allarme, nei confusi sogni

ti sfogavi in canti di dolore

semplici e senza parola, come l’angoscia.

Accadde che persino ti rallegrasti

e in una esuberanza di forza danzasti

e tutto uno splendore di nuova virilità,

tutta una giovane volontà risuonasse,

su corde di rame, su tamburi di fuoco,

e il principio di questa potente musica

crebbe dal ritmo del jazz come un tifone,

e gridò alto agli uomini bianchi

che non tutto il pianeta appartiene a loro.

Musica, tu hai consentito anche a noi

di sollevare il volto e di guardare negli occhi

la futura liberazione della razza.

Che le rive dei vasti fiumi che portano

verso l’avvenire le loro onde vive

siano tue!

Che tutta la terra e tutte le ricchezze

siano tue!

Che il caldo sole di mezzogiorno

bruci le tue pene.

Si asciughino ai raggi del sole

le lacrime che il tuo avo versò,

tormentato in queste lande luttuose!

Il nostro popolo, libero e felice

vivrà e trionferà nel nostro Congo.

Qui, nel cuore della grande Africa!

-Patrice Lumumba-

 

splendore.

 

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