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BaLuba a chi? I Luba del Congo (3)

Creato il 28 luglio 2013 da Davide

La società tradizionale Luba era governata da un re sacro o mulopwe, che veniva tratto dai balopwe. un gruppo di re minori che agivano come intermediari tra il mondo degli esseri umani e quello degli antenati e degli spiriti. Il re possedeva poteri sovrannaturali, che erano trasmessi per via maschile e rappresentavano il fondamento della sua autorità assoluta. Il mulopwe aveva tre fonti di potere: 1. Era a capo di una gerarchia secolare di governatori e sotto-governatori, giù fino ai capi villaggio locali. 2. Raccoglieva il tributo dai capi locali, che era poi ridistribuito in forma di doni ai seguaci leali. In pratica questo sistema di tributo ammontava a una rete di commercio controllato dallo stato. 3. Il mulopwe riscuoteva un notevole prestigio spirituale. Era a capo della società segreta dei Bambudye o Mbudye, a cui appartenevano tutti i re, i capi e i funzionari.

La società Bambudye, che comprendeva uomini e donne, trascendeva le linee di parentela e serviva a tenere il regno insieme. Gli Uomini della Memoria Bambudye preservavano le tradizioni orali tribali tramite le Tavole mnemoniche o lukasa, che erano delle tavole fatte per stimolare la memoria visuale connessa ad eventi della storia reale. Gli storici Mbudye erano rigorosamente addestrati a recitare genealogie, liste di re e tutti gli episodi della storia fondativa della sovranità. La lukasa, una tavola piatta della grandezza di una mano in legno, coperta di perle e di ideogrammi in bassorilievo era usata durante i rituali per insegnare ai neofiti i miti sacri degli eroi culturali, le migrazioni dei clan e l’introduzione alla sovranità sacra. Una lukasa era l’oggetto più importante della storia reale Luba e il più importante artificio per la memoria. I colori e le configurazioni di perle e ideogrammi su una lukasa indicano i codici di sovranità attraverso un ventaglio di connotazioni che fanno scattare ricordi di gesta, imprese, qualità e aspetto fisico. Tre teste scolpite in cima a una lukasa, per esempio, indicano il capo della società Mbudye, cioè il re, e i suoi funzionari più anziani. Il sistema di sovranità sacra Luba si dimostrò tanto duraturo e influente da diffondersi per gran parte dell’Africa Centrale e da essere adottato, con delle modifiche, dai Lunda, i Lozi e altri popoli.
Sorelle o figlie dei re Luba erano imposte ai re clienti come consorti, specialmente nei regni lungo la frontiera, e l’importanza delle donne reali era sottolineata nell’episodio di Mbidi Kiluwe e il Cane di Mwanana nel mito delle origini Luba. I figli delle unioni delle donne reali con i re clienti vivevano spesso nel palazzo del re Luba ed era probabile che tra uno di loro venisse scelto quello che avrebbe regnato sul regno di suo padre alla sua morte. Le donne reali Luba erano anche spie del re Luba residenti alla corte dei re clienti ed erano anche responsabili della supervisione della raccolta e del trasporto dei tributi dovuti dagli stati clienti. L’imposizione di una donna Luba proveniente da un lignaggio reale patrilineare Luba era particolarmente efficace con i popoli matrilineari. Il diritto di un maschio proveniente da tale unione a regnare localmente era legittimato attraverso la madre e così veniva creato un nuovo lignaggio matrilineare reale con stretti legami con il lignaggio patrilineare reale Luba. Al contempo, la progenie maschile di queste donne reali non poteva rappresentare una sfida per il re Luba o i suoi figli maschi per la sovranità sull’Impero.
Secondo sia i Luba che i Lunda, un cacciatore che veniva da lontano fondò la sacra sovranità. Un’analisi dell’epica Luba mostra che il principe vagabondo Mbidi Kiluwe, una creatura celeste che portava fertilità, era connesso con la pioggia. Questo principe raffinato venne in contatto con un rozzo e violento principe indigeno, che non era altri che il pitone dell’arcobaleno Nkongolo. Nell’epica i due personaggi sono messi in contrasto in ogni modo: per esempio Nkongolo si comporta in modo troppo aperto, mentre il suo ospite agisce sempre in modo controllato, in particolare con abitudini a tavola assai schizzinose. L’ospite sposa le due sorelle del re, ma poi le lascia per tornarsene al suo paese nell’est. In sua assenza una delle mogli, Bulanda, partorisce un bimbo divino, Kalala Ilunga. Questo bimbo ha la capacità di rimbalzare, è un grande danzatore, guerriero e giocatore d’azzardo, e suscita la gelosia dello zio materno il re, che decide di ucciderlo tendendogli delle trappole. Kalala Ilunga riesce sempre a cavarsela e fugge da suo padre ad oriente. Nkongolo lo insegue con le sue truppe ma non riesce a superare il fiume Lomami, che rappresenta anche il confine del suo regno, cioè il confine tra il cielo e la terra. Kalala Ilunga presto arriva con un suo esercito e sconfigge facilmente lo zio materno, lo decapita e lo evira, portando i trofei alla capitale. Così il figlio del signore della pioggia ha decapitato il pitone arcobaleno, il padrone della stagione secca.
Come fondatore di una nuova dinastia, Kalala Ilunga sembrava il solo erede e padrone del mondo. Come i suoi successori terreni egli accumulava i privilegi provenienti sia da un padre celeste, che gli insegnò i segreti culinari della sovranità sacra (bulopwe), e quelli dello zio materno, un rustico proprietario terriero che possedeva il potere politico (bupfumu). Il fuoco reale esigeva silenzio, il re era doppio mediatore tra cielo e terra; infatti il re era introdotto dallo spirito della pioggia ed era probabilmente associato al pianeta Venere (e al suo ciclo agricolo). Altri aspetti di cosmogonia erano proiettati nella grande storia della fondazione dello stato, il solo testo mitico importante conservato dai Luba.
Nkongolo, il pitone-arcobaleno e primo re ctonio, non conosceva la grande legge sociale dello scambio matrimoniale: aveva rapporti sessuali con le sue due sorelle prima che le due donne fossero date in moglie all’ospite straniero, Mbidi Kiluwe. Questa unione iperesogamica abolì perciò l’incesto. Ma come successori sia di Nkongolo che di Mbidi, i re Luba dovevano praticare un incesto rituale sia con la madre che con le sorelle quando erano incoronati, all’interno di una capanna senza porte o finestre nota come la ‘casa della sfortuna’. Agli occhi dei Luba le relazioni incestuose erano fonte di calamità, ma così la regalità sacra dei Luba integra questa parte maledetta del potere ereditata da Nkongolo. Attraverso questa trasgressione il re è proiettato in una zona di assoluta solitudine, all’interno e fuori dell’ordine culturale. E’ al di fuori del lignaggio, proprio come è senza compagni a tavola, nel suo ruolo di erede di Mbidi Kiluwe.
Considerato di origine divina, il re esercitava un’autorità assoluta e gli erano attribuiti poteri soprannaturali. Era circondato da una corte di dignitari, servi e artisti. Nel 1874-75 Cameron, un viaggiatore europeo, racconta della sua prima visita al re, che stava seduto in cima alle sue vittime e alle mogli inginocchiate. La corte seguiva una complessa etichetta, che aveva bisogno di una prolifica produzione di oggetti di prestigio e cerimoniali: lance, archi, scettri, coltelli, asce come pure lo sgabello reale o trono, che stava posto tra il consigliere o kioni e la nipote del re al momento dell’investitura reale. Porta frecce, simboli dell’indissolubilità del matrimonio reale, erano posti alla testa del letto. Nella danza di guerra hutumboka il re, portato dai soldati, ricreava il mito di Nkongolo, il crudele tiranno che aveva invitato Kalala Ilunga a danzare sopra un fosso pieno di lance. I capi del lignaggio reale, garanti della continuità del potere, possedevano scettri, asce, letti, poggiatesta e sgabelli scolpiti con figure femminili. Lo sgabello è simbolo di potere anche tra i Chokwe e i Tabwa. (segue e bibliografia alla fine)


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