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Berlusconi, la politica e il problema della leadership

Creato il 13 ottobre 2011 da Elvio Ciccardini @articolando

Berlusconi, la politica e il problema della leadershipLeadership! E’ un’ambizione contagiosa che rende dipendenti e, come una droga, logora sia chi ce l’ha, sia chi la subisce. Domani il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, andrà a chiedere l’ennesima fiducia per il suo Governo in Parlamento e tenterà di riaffermare, appunto, la sua leadership. Oggi, invece, ha dichiarato apertamente che il Paese non può fare a meno di lui. Non esistono alternative valide a lui…

Eppure, non so per quale motivo, il sottoscritto è convinto che il problema reale della politica italiana sia, tra le altre cose, anche quello della gestione della leadership e dei leaders.

Per la prima volta dalla nascita della Repubblica Italiana, i partiti di governo sono “partiti di leaders”. Così, non veicolano più ideali, visioni della società o scelte politiche. Anzi, al contrario, sono diventati contenitori promozionali che hanno il nome del “capobranco”, o lo contengono nel loro logo, e, sopratutto, sono l’espressione identitaria del leader di turno.

In pratica, la politica dei tempi moderni è personalizzata da tanti piccoli dittatori esaltati che, attraverso un deviato sistema democratico, trovano legittimazione. In questo modo, i partiti non gestiscono più la società civile. Mentre, nel frattempo, i leaders la strumentalizzano per i propri fini.

In questo contesto Berlusconi è stato sicuramente leader, il migliore dei leaders. Si è legittimato come “uomo del fare”, l’imprenditore di successo capace di creare ricchezza per se e per la nazione. Ha promesso, garantendo di persona, cioè mettendoci la faccia, i suoi programmi elettorali. Ha costruito un esercito di cortigiani. Ed ha attaccato tutti quelli che lo accusavano, rendendoli indigesti all’opinione pubblica. Alla maniera di Luigi XIV, Silvio incarna in chiave moderna l’espressione “l’Italia sono io”.

L’opposizione non è che sia costruita e definita secondo modelli alternativi. L’Italia dei Valori ha un unico leader, che la ha fondata e che la rappresenta. I Radicali si alternano tra liste Bonino e liste Pannella. Poi c’è una il partito di Fini e via discorrendo. Una cosa è certa, Silvio Berlusconi è quello che ha letto e appreso meglio il manuale sulla leadership di Bernard Bass.

Ma non è nemmeno questo il punto. Poichè la politica è l’arte di governare le società, non di affermarsi come “capo della società”.

Governare la società vuol dire saper produrre una sintesi dei bisogni di cui essa è espressione e trasformarla in politica pubblica. Mettersi a capo di una società, invece, significa doversi imporre su tutto e su tutti ledendo necessariamente i diritti degli altri a vantaggio dei propri.

La politica dei capi, e non dei governanti, vuole che l’assertività sia un problema in ogni caso. Da un lato, l’incapacità di imporsi crea un “corto circuito” nel leader, che non riesce a realizzare gli obiettivi che si è prefisso e a raggiungere risultati. In questo la sinistra docet. All’opposto, un capo troppo assertivo diventa insopportabile ed anche se per un certo periodo riesce a ottenere quello che vuole, alla lunga i costi sociali cominiciano a farsi sentire con conseguenze gravi sui risultati. E’ il caso del Silvio nazionale.

La politica dei governanti è diversa. Si afferma dalla capacità di analisi e comprensione dei problemi sociali. Trova fondamento e legittimazione nell’ascolto e nel dialogo con le parti sociali. Costruisce collegialmente le politiche pubbliche che devono essere il frutto della mediazione di interessi diversi, a volte anche contrapposti, di cui i gruppi sociali stessi si fanno portatori.

La politica dei governanti non ha bisogno di un uomo per essere funzionale al paese. Le bastano il sistema di regole e convenzioni sociali. Si alimenta con la partecipazione dei cittadini e sopravvive alle congiunture. Non è assimilabile ad un impero. Verosimilmente è paragonabile ad un terreno fertile sul quale qualcuno decide di seminare, sapendo che, nel tempo, altri raccoglieranno, mentre altri ancora areranno, in un susseguirsi di stagioni e di epoche che rendono una nazione figlia della propria storia e protagonista del proprio futuro.

L’alternativa a Silvio Berlusconi non è l’Anti Berlusconi, uomo oggi non meglio identificabile. L’alternativa a Berlusconi, e all’attuale classe politica, è l’affermazione di un principio che vede nel personalismo un danno sociale e che riconosce nella partecipazione collettiva e nel dialogo sociale le fondamenta di un essere e sentirsi nazione. In questa ottica, l’alternativa al governo Berlusconi è più che mai realtà.



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