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Big Eyes

Creato il 11 gennaio 2015 da Mattia Allegrucci @Mattia_Alle
Big EyesPotremmo stare qui per ore a descrivere i non trascurabili difetti di Big Eyes, primo tra tutti la sceneggiatura che non riesce a dare vera importanza ai personaggi di contorno e che si limita a raccontare una storia principale senza però chiudere tutte le eventuali sottotrame. Potremmo stare qui per ore a discutere su un cast non eccelso, su Christoph Waltz macchietta di se stesso (assolutamente falso), su tante cose che si leggono un po' ovunque, ma perderemmo la possibilità di parlare di Tim Burton, regista che ancora oggi riesce ad incantare il suo (e sottolineo suo) pubblico con un lavoro certamente non eccelso, ma pieno dei suoi tratti distintivi nonché di riferimenti a se stesso impossibili da non cogliere. È come se il regista avesse parlato del suo percorso, della sua carriera e dei suoi lavoro piuttosto che di Margareth Ulbrich, sposata per la seconda volta con Walter Keane, truffaldino falso artista interessato al solo profitto.
Come due facce della stessa medaglia (un'inquadratura meravigliosamente grottesca esplica questa situazione: un dipinto per metà incompleto  riempie parte della scena e, specularmente al suo fianco, moglie e marito si guardano e si baciano), i coniugi imbastiscono una frode dichiarando al pubblico che i famosi dipinti dagli occhi grandi sono opera di lui, quando invece è lei la vera autrice e madre di quei poveri orfanelli così tristi (un'ombra, che prima non esisteva sui ritratti, inizia ad aleggiare attorno a quei giganteschi occhi, sempre più accusatori, sempre più tristi). Walter si lascia trasportare dai soldi e dalla fama sovrastando la moglie (proprio come la performance di Waltz sovrasta quella di Amy Adams, per molti un errore ma in realtà una scelta registica atta a rappresentare la situazione in famiglia), ma Margaret inizia a sentirsi in colpa per aver svenduto così tanto i suoi prodotti - i suoi figli - e così, con i suoi occhi spaesati, il suo sguardo confuso e soggiogato dal beffardo e onnipresente sorriso del marito, decide finalmente di dire la verità. La domanda è una: dov'è Burton? In molti l'hanno cercato nei mancanti tratti dark/fantasy, trovandone poco, altri l'hanno sovrapposto alla figura di Margaret, pittrice costretta a vendere la sua arte perché vuole anche lei il suo inverno caldo. In realtà, se si cerca attentamente, Burton è in tutto il resto ma, soprattutto, in quel quadro incompleto cui accennavo qualche parentesi fa, in quel dipinto che raffigura per metà l'autrice e per metà suo marito, perché Burton è sì un artista ma anche un imprenditore, è un regista ma anche un produttore, e chi meglio di lui sa vendersi alle grandi major hollywoodiane? Dunque, se nei vecchi acrilici della signora Keane possiamo rivedere Edward mani di forbice, Ed Wood e magari anche Mars Attacks!, nelle cartoline, nei poster e nelle fotocopie di essi ci sono Planet of the Apes, Alice in Wonderland e forse anche un po' de La fabbrica di cioccolato (ripresa in parte anche nei titoli di testa, molto simili alla fabbrica che sfornava le tavolette tutte uguali di Willy Wonka). Burton è Margaret ma è anche Walter, un autore che conosce la sua arte e che sa anche come venderla, un regista che ha avuto la fortuna di economizzare il suo talento, perché l'arte è moda, ed è forse il motivo per cui al giorno d'oggi molti dicono che Burton sia all'antica o, peggio ancora, la macchietta di se stesso: è semplicemente un regista passato di moda (quella di Nightmare Before Christmas e Batman, quella che ha figliato migliaia di gadget, peluche, giocattoli e anche serie animate), il quale però riesce ancora a pulsare e a trapelare attraverso opere più intime, personali e meno commerciali come questa.

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