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Black box

Creato il 29 luglio 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

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Espiazioni, conversioni, vite esemplari. «Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano» scrisse Beckett. Genio e follia. Squilibrio ed inventiva. Lo studio del disagio psichico è stato per secoli in continua evoluzione. Sin dal 200 d.C. si afferma nel mondo latino la scuola medica di Galeno che riprende Ippocrate. A questa spiegazione organica si contrappone quella magica legata alla cultura delle superstizioni: ancora oggi sopravvive nell’immaginario collettivo l’idea che alcuni disturbi sono collegati alle fasi lunari. «Sei lunatico!» – quante di quelle volte ce lo siamo sentiti dire. Presente sin dalle origini, c’è poi la spiegazione religiosa, per la quale colui che manifesta disturbi psichici è un indemoniato, posseduto da spiriti maligni. Arriviamo al Rinascimento italiano dove la ricerca dell’armonia si mescola con l’attrazione per il soprannaturale. Presente anche in questo periodo la spiegazione religiosa della follia la cui purificazione richiede il ricorso a pratiche di tortura e al rogo. Comincia a prendere piede l’intolleranza verso il soggetto affetto da disturbi mentali. Ricordiamo che a partire dalla fine del ’400 centinania di streghe e maghi vengono bruciati vivi sulle piazze pubbliche. Passa il tempo e la società si evolve. Gradualmente il folle viene associato al povero e criminale, la sua figura è vista come una minaccia alla quiete pubblica.  Con l’Illuminismo e con l’affermazione dei diritti dell’uomo e cittadino propagati dalla Rivoluzione francese si chiudono i già presenti istituti di segregazione e si inizia a pensare ad un trattamento in termini esclusivamente medici. Philippe Pinel in Francia, crea il manicomio, istituzione che diventa luogo di cura dei malati. Nel ’900 l’istituzione manicomiale si perfeziona e isola sempre più, oltre ai pazienti, anche se stessa: nasce il contenitore della follia. Disturbi, sintomi, comportamenti vengono attribuiti ad una patologia piuttosto che ad un altra. Risultato: cure di carattere sedativo. Negli anni ’30 del Novecento inizia a svilupparsi quella pratica di cui tutti noi siamo, purtroppo, al corrente: l’elettroshock. Difficilmente scorderemo il primo piano di Alex DeLarge: costretto ad una visione di pellicole legato a breve distanza dallo schermo con delle pinze che lo costringono a tenere gli occhi aperti provocando in lui delle sensazioni di dolore e nausea fino ad aggiungere alle immagini di sesso e violenza anche la musica di Beethoven. Nel mondo cinematografico questa, e molte altre scene, fanno rabbrividire e fanno pensare che si tratti in ogni caso di un mondo parallelo creato solo per lo schermo. Quello che accadeva in realtà in vari centri sparsi per l’Europa non è molto diverso. Sempre all’inizio del ventesimo secolo prende piede la più ampia rivoluzione storica nel campo delle conoscenze psicologiche. Il primo nome da ricordare: Freud.  Dalla metà degli anni ’50 venogno introdotti gli psicofarmaci: sostanze che attenuano i sintomi più gravi e controllano momenti di crisi. A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fioriscono molte iniziative: in Inghilterra c’è l’anti-psichiatria, in Francia la psicoteraria istituzionale e nella Germania Federale va segnalata l’esperienza del Collettivo socialista dei pazienti di Heidelberg, la prima auto-organizzazione di pazienti. A partire dagli anni Sessanta, in Italia, si sviluppa il Movimento italiano di negazione istituzionale. Fino al 1968 il ricovero avveniva con la certificazione di un medico e l’ordinanza del questore. Poteva anche essere attivato dietro richiesta del paziente ma si svolgeva con le stesse rigide regole. Nel ’68 viene votata in Parlamento la cosiddetta legge Mariotti che vuole trasformare il ricovero forzato in volontario. La legge 180 stabilisce il diritto della persona alla cura e alla salute e combatte il pregiudizio. Gli ospedali psichiatrici vogliono essere superati e finalmente, dopo anni, nel 1999, il Ministero della Sanità ne annuncia la definitiva chiusura. In questo contesto va sottolineato che la regione Friuli-Venezia Giulia recepisce pienamente le indicazioni della legge dando avvio a un grande processo di cambiamento.

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Black box. La mente è considerata una scatola nera il cui funzionamento interno è inconoscibile. Secondo John Watson, che sviluppa la psicologia comportamentale, quello che importa veramente è giungere ad una comprensione delle relazioni di certi tipi di stimoli ambientali e certi tipi di risposte comportamentali. In sostanza «Perchè facciamo quello che facciamo?». Black box è il titolo della serie tv ABC con focus sulle malattie mentali che debutta il 24 aprile scorso. Catherine Black, interpretata dall’attrice inglese Kelly Reilly (The Libertine, Pride & Prejudice, Me and Orson Welles, Sherlock Holmes) è una neuroscienziata. Nell’ambiente conosciuta come The Marco Polo of the brain, soffre segretamente di bipolarismo. Nessuno ne è a conoscenza, a parte la sua analista, Helen Hartramph. Helen ha un ruolo molto importante nella vita di Catherine, figura materna che sostituisce la madre biologica, anch’essa affetta da forti disturbi bipolari, morta suicida quando Catherine era ancora bambina. Helen è interpretata da Vanessa Redgrave: attrice inglese di fama mondiale che inizia con la Royal Shakespeare Company negli anni ’60, conosciuta al pubblico grazie all’interpretazione di Jane in Blow Up di Michelangelo Antonioni. L’introduzione promette bene. Focus sulle malattie mentali, cast con grandi nomi, genio e follia: mix perfetto per una serie tv fenomenale. Purtroppo mi tocca deludervi. «Questa è semplicemente pessima televisione. E si, lo so, che quando qualcosa è talmente pessimo c’è sempre un piccolo segmento di popolazione che spera nel “è cosi pessimo che mi piace”. Ma no. E’ cosi’ pessimo che è semplicemente…molto molto pessimo. Like “punch your giant-screen Samsung” bad» scrive Matt Fowler. Hmm, se solo lei avesse un modo per poter controllare i propri sintomi. Oh, aspetta! Sicuramente c’è. E’ solo che, appena può, e per ragioni sciocche, Catherine interrompe la sua dose di farmaci e diventa una bestia con un solo chiodo fisso: il sesso.  Assistiamo a delle scenette imbarazzanti dove a suon di Jazz vediamo la Marco Polo of the brain muoversi come una gatta ballando in modo provocatorio che sfocia nel ridicolo. Un’immagine eidetica difficile da realizzare quella dello stato mentale. Come portare sullo schermo una condizione mentale? Come far capire al pubblico quello che prova il personaggio? Beh, forse altri modi meno teatrali ci sono. Sicuramente sono tra quelli che ha cercato di vedere le qualità all’interno di questa serie tv e cerco di salvarla anche se continuamente si propongono delle immagini difficili da giustificare. Una serie tv con diversi problemi di bipolarismo: momenti dove la malattia mentale viene affrontata in modo serio e sembra quasi un prodotto di qualità vs. momenti imbarazzanti dove un facepalm viene in automatico.

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Anche se c’è una bufera in arrivo siamo comunque in estate. Va detto che una serie del genere è più che consigliata in questo periodo di, per chi se lo può permettere, vacanza. Lasciamo la seconda stagione di True Detective per i mesi invernali. Ogni tanto fa bene non prendersi troppo sul serio.


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