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BLUES PILLS / NIK TURNER @Roma Vintage, 25.07.2014

Creato il 30 luglio 2014 da Cicciorusso

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I Blues Pills sono il mio nuovo gruppo preferito del mese. Prima che venissero annunciati tra gli headliner del Totem Psych Fest non li avevo manco mai sentiti nominare. Sono in giro da tre anni e, dopo un paio di ep, hanno appena pubblicato un full omonimo su Nuclear Blast (che, in teoria, è l’ultima etichetta che dovrebbe occuparsi di musica del genere ma vabbé) già piazzatosi nella, finora risicatissima, lista delle presenze obbligatorie nella playlist 2014.

Tecnicamente vengono da Örebro ma ad avere il passaporto svedese è solo la cantante Elin Larsson. Il chitarrista Dorian Sorriaux, appena diciottenne, è di nazionalità transalpina, mentre la sezione ritmica è composta da due ex membri degli statunitensi Radio Moscow: il bassista Zach Anderson e il batterista Cory Berry. So di dare un grande dolore al Masticatore, che dei Radio Moscow (anch’essi tornati di alla carica quest’anno, con il quarto album di inediti Magical Dirt) è un grande fan, ma per me i Blues Pills sono molto meglio. Soprattutto sul palco. Parker Griggs e i suoi nuovi amici, visti all’Init un paio di mesi prima, mi avevano lasciato un po’ freddino. Un revival piacevolissimo ma senza troppi guizzi. Come ha sottolineato Vicienzo (che, lo ribadiamo, è una persona seria), ci sono un sacco di band italiane (ma anche francesi, spagnole, serbo-croate… A proposito di Croazia, sentitevi gli Uma Thurman, sempre su segnalazione del Masticatore) che fanno più o meno la stessa roba con risultati altrettanto apprezzabili. I Blues Pills, invece, spiccano nella massa di amabili fricchettoni nostalgici per svariati motivi. Il primo sono le canzoni. I riferimenti sono sempre quelli: Blue Cheer, Cream, tutto l’hard’n’blues americano a cavallo tra i ’60 e i ’70. I ragazzi, però, si concedono pochi svarioni psichedelici e vanno dritti al sodo, con brani ficcanti e quasi sempre canticchiabili, arrangiati in modo più aggressivo rispetto alle versioni in studio. Ci troviamo tutti a intonare il ritornello di Devil Man come se fosse da sempre una delle nostre hit da doccia. Poi c’è Zach, il vero motore della formazione, sia dal punto di vista ritmico che melodico. L’impalcatura del riffing la regge lui, il piccolo Dorian si limita spesso ai contrappunti. E poi, beh, c’è Elin, con il suo carisma e la sua voce straordinaria. Un’estensione e una potenza impressionanti. Se mi sono venuti più volte in mente i Big Brother & The Holding Company non è un caso: sembrerà un paragone banale ma la timbrica intrisa di soul della scandinava ricorda in maniera incredibile quella di Janis Joplin. Un’ugola nera nel corpo di una bianca.

Siamo in pochi, troppo pochi. Come saprete, il Totem Psych Fest, quello che sembrava il miglior festival stoner/heavy psych possibile, era stato annullato pochi giorni prima a causa dell’improvvisa decisione delle autorità locali di negare l’utilizzo della location prevista, il Castello di Rocca Sinibalda, nel timore di temporali, un’evenienza per la quale gli organizzatori assicurano fossero attrezzati. Le esibizioni degli headliner stranieri (i due giorni successivi avrebbero suonato Church of Misery e Radio Moscow ma purtroppo non ce l’ho fatta in entrambi i casi) erano state comunque recuperate e spostate all’Aeroporto di Centocelle, nell’ambito di Roma Vintage, e all’Init a prezzi popolari. Purtroppo il preavviso minimo ha pesato ben oltre il previsto sull’affluenza ed è meno di un centinaio di persone a spellarsi le mani quando, dopo un’ora di show intensissimo, i Blues Pills scendono sorridenti dal palco. Loro sembrano essersi comunque divertiti un mondo. Anche noi.

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Dopodiché si apre un altro varco spaziotemporale dal quale esce un arzillo signore di 73 anni con capelli lunghi, occhialoni da sole e bretelle d’ordinanza. È Nik Turner, l’ex Hawkwind riaffacciatosi l’anno scorso sulle scene con il grazioso assai Space Gypsy, che ha visto la vena psichedelica del sassofonista sporcarsi di new wave grazie al sodalizio con vecchi arnesi del punk albionico tra i quali Nicky Garratt degli Uk Subs. È da quel disco che pesca la prima parte di un set lunghissimo, a tratti estenuante, come ci si aspetta da un uomo che quarant’anni fa era abituato a somministrare acidi al pubblico e poi andare avanti a suonare per ore e ore finché non fosse collassato chiunque, sopra e sotto il palco. Gli astanti sono ridotti a poche decine ma a Turner frega nulla. Come avviene con molti cantanti anziani, la voce tradisce l’età quando parla ma non quando canta. Non sta fermo un attimo e durante i pezzi si lancia in assoli di sassofono e flauto che a volte sembrano un po’ andare per conto loro ma va bene così. Nik viene da un mondo dove la musica e la vita seguivano tempi e regole diversi. Per questo, nell’animo, è molto più giovane anche dei ragazzi che formano il suo gruppo di supporto e gli sorridono. Loro, dopo due ore, magari vorrebbero pure staccare e farsi una birra. Nik no. Forse anche loro, come me, pensano che sarebbe bello arrivare alla sua età come lui. Ma non è possibile per chi ha trascorso l’infanzia tra lo spauracchio dell’Aids agitato già dalle elementari e campagne antidroga dai toni terroristici. Fanculo, voglio essere nato nel ’40 anch’io e aver trascorso la gioventù tra botte di Lsd e vezzose hippy con i fiori nei capelli e le ascelle irsute.

Verrebbe voglia di portarselo a casa Nik Turner, adottarlo, stare tutto il giorno ad ascoltare i suoi racconti e la notte fare insieme lunghe jam session con gli amici finché non si sta tutti così strafatti che si va ognuno per conto proprio appresso a un accordo diverso ma sembra tutto bellissimo lo stesso e sono le otto del mattino, qualcuno vada a prendere le paste, no, non quelle di speed ma quelle con la crema. Qualcuno vicino a me afferma che “pare che non gli sia ancora sceso un acido da Woodstock“. E infatti sembra molto più felice di noi Nik, oltre che molto più fico. A un certo punto si leva gli occhiali e si lancia nel delirio psicotico di Something’s not right con un campionario di faccette e falsetti che risulta genuinamente inquietante. E alla fine c’è pure spazio per qualche classicone degli Hawkwind, da D Rider (“questa l’ho scritta io!”, puntualizza) a Space Invaders. Mi sa che vi siete davvero persi qualcosa.



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