Poi però mi sono rotto le palle. Le storie fallimentari di Dj Iaio, il protagonista e narratore, stufano in fretta. Cocaina, belle fighe, scandaletti, soldi e abiti di marca. Un personaggio che è superficiale sia nella volontà dello scrittore sia nel risultato. Per far passare le pagine e scorrere inchiostro Culicchia inserisce più volte la descrizione dell'Hummer H3, il suv del protagonista, dei dischi che suona - in particolare l'orrenda Spastik di Plastikman remixata dai Dubfire -, dei vip avvistati nei locali del centro, del porcellino nano vietnamita e delle due righe che si fa prima di uscire. D'altronde - mi dico - se devi raccontare un inetto non hai molto da dire, è inetto, punto e basta. C'è una Torino che è così, è reale, e il racconto di quella Torino non può che essere di questo tipo. Solo dei maestri saprebbero tirare fuori delle riflessioni umane profonde da quella parte di società. Mica stiamo a scrivere A rebours come Joris Karl Huysmans raccontando il male di vivere del dandy Jean Floresses Des Esseintes. Mica stiamo raccontando la Napoli post-bellica come Curzio Malaparte in La Pelle.
Un'amica mi ha detto che ci sono libri che meritano di essere scagliati contro i muri quando non ci piacciono. Questo libro non mi è piaciuto, ma non l'ho scagliato. S'è fatto leggere tutto d'un fiato nelle giornate noiose di una Torino d'inizio agosto. E l'ho finito più per dovere morale che per piacere. Peccato. Aver perso tempo così.