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Buddhismo e Socialismo: un fondamento condiviso

Creato il 29 aprile 2014 da Rodolfo Monacelli @CorrettaInforma

Buddhismo e Socialismo: l’insegnamento rivoluzionario del sorgere dipendente

Buddhismo Buddhismo e Socialismo: un fondamento condiviso

Con il presente articolo, non voglio tanto riflettere sul rapporto storico tra buddhismo e regimi socialisti – spesse volte purtroppo conflittuale – quanto sulla possibile concordanza tra una visione del mondo buddhista e una socialista.

Diverse personalità autorevoli nel mondo del buddhismo si sono occupate di questo tema, tanto che è nato un fenomeno assai particolare chiamato “buddhismo socialmente impegnato”; se tuttavia queste persone si sono occupate del rapporto tra etica buddhista ed etica socialista, io vorrei tentare di dimostrare come la metafisica buddhista reca in se stessa i semi di una visione del mondo socialista. Sappiamo infatti che un concetto fondamentale della metafisica buddhista è quello di vacuità (Śūnyatā): tutto ciò che esiste è vuoto di esistenza propria. Questo concetto può suonare strano a un orecchio occidentale e ricordargli l’incubo – sempre più reale – del nichilismo che attanaglia la sua società: nessuna cosa esiste, dunque non esiste nessun valore e l’unico metro di misura consiste nella forza bruta del potere d’acquisto. Siamo tuttavia ben lontani da tutto ciò, poiché vacuità non significa non esistenza, bensì non esistenza intrinseca.

Se osserviamo ogni fenomeno, compresi noi stessi, dobbiamo constatare che esso dipende necessariamente da almeno uno di questi elementi:

-   dalle sue parti

-   da cause e condizioni

-   da una designazione nominale

Un oggetto che noi designiamo con il nome di “tavolo”, altro non è che un asse con quattro gambe, le quali a loro volta sono scomponibili in parti (atomi, molecole, ecc.). Non è dunque possibile trovare un “” permanente e autonomo del tavolo: esso infatti dovrebbe trovarsi in una delle parti o nell’unione delle sue parti o al di fuori di esse. Le gambe non sono il tavolo, come non lo è nemmeno l’asse: di conseguenza nemmeno la loro unione può essere il tavolo – due cose che non sono il tavolo, non possono certamente formare un tavolo, esattamente come due pecore non formano una mucca – mentre se togliamo queste parti non rimane niente che possa essere definito come tavolo. A ulteriore conferma che esso non esiste intrinsecamente, dobbiamo notare che l’esistenza dell’oggetto che noi designiamo come “tavolo” dipende dall’albero da cui è stato tratto il legno, dal sole e dalla pioggia che hanno permesso all’albero di crescere, dalla nuvola dalla quale la pioggia è caduta, dal lavoratore che ha costruito il legno, dal cibo che lo mantiene in vita, ecc. Il tavolo non esiste in maniera autonoma, intrinseca e indipendente, dunque è vuoto di esistenza propria: non significa che il tavolo non esista in assoluto – sarebbe infatti assurdo affermare questo – ma semplicemente che esso non esiste indipendentemente dalle sue parti, da cause e condizioni e da una designazione nominale. Anche i fenomeni non-composti e non-prodotti (come lo spazio), quindi permanenti, non godono di esistenza intrinseca, poiché dipendono necessariamente da qualcosa (lo spazio, per esempio, dalla condizione in cui non c’è ostruzione al contatto).

Lo stesso discorso che riguarda la negazione del dei fenomeni esterni lo si può applicare al Sé della persona: non è possibile infatti trovare un di Manuel in alcuno degli atomi che lo compongono e inoltre esiste sempre in dipendenza da qualcosa (dai genitori che lo hanno generato, dal cibo che lo mantiene, dalle persone che hanno prodotto quel cibo, ecc.). Questo non significa che Manuel non esista in alcun modo – sono infatti qui a scrivere l’articolo, se non esistessi non potrei nemmeno scriverlo – ma solo che Manuel non esiste in maniera autonoma e indipendente. È bene tenere a mente questa distinzione per non cadere nell’assurda visione nichilista.

Colui che raggiunge questa saggezza (prajñā) sviluppa la cosiddetta Natura di Buddha (Tathāgatagarbha). Essa altro non è che la realizzazione della nostra vera natura e lo sviluppo massimo delle virtù etiche – che da questa saggezza sorgono – di un essere risvegliato. I testi buddhisti affermano che ogni sofferenza e dolore sorge dall’ignoranza riguardo alla vacuità dei fenomeni, poiché da essa scaturisce l’attaccamento e il senso dell’ Io-Mio, che ci fa percepire come separati e indipendenti dagli altri.

Veniamo ora a delineare in che modo tutto ciò si possa collegare a una visione del mondo socialista. La visione capitalistica insegna la realtà intrinseca del Sé: l’individuo, infatti, secondo tale prospettiva, esiste in maniera intrinseca e deve porsi in competizione con gli altri individui per il proprio profitto personale. L’etica capitalistica si basa infatti sull’egoismo, sulla bramosia, sulla competizione, sullo sfruttamento dell’individuo sul prossimo – che può essere la natura, l’animale o persino l’uomo stesso – in vista di un maggiore profitto. Tutto ciò non può che sorgere dalla credenza dell’esistenza intrinseca del Sé: il capitalista, pensando a sé stesso come esistente indipendentemente dal resto, si pone al di sopra del prossimo e considera il proprio benessere come più importante del benessere degli altri. Egli si pone alla cima di una piramide gerarchica, nella quale gli altri esseri umani, gli animali e la natura stanno al di sotto di lui, per aumentare il proprio profitto e soddisfare il proprio desiderio di benessere, ossia un desiderio che non potrà mai essere soddisfatto, poiché richiede sempre maggiore benessere.

Il monoteismo del mercato, criticato ultimamente anche da Papa Francesco, è lo stadio finale dell’etica e della visione del mondo capitalistica: ogni rapporto comunitario deve essere annientato, poiché ciò che conta è unicamente l’individuo e la sua capacità di trarre profitto dagli altri esseri umani e dalle risorse del pianeta terra. La scia di morte e di sofferenza che il capitalismo si lascia dietro è nota a tutti, specie in questi ultimi decenni, poiché il mondo è sempre più globalizzato e gli individui e le risorse naturali poste al di sotto del capitalista sono sempre di più. L’affermazione che ogni sofferenza derivi dal credere nell’esistenza intrinseca del Sé, alla luce dei misfatti del capitalismo, si rivela in maniera palese. Sia ben chiaro che non si tratta di un attacco personale ai capitalisti: questi infatti, secondo un’ottica buddhista, agiscono unicamente spinti dal desiderio di felicità che è il desiderio che accomuna tutti gli esseri senzienti ma, essendo ottenebrati dall’ignoranza della credenza nell’esistenza intrinseca del Sé, generano unicamente sofferenza e sfruttamento.

Per abbattere il capitalismo è dunque necessario riconoscere la realtà del sorgere dipendente e della vacuità: essa infatti ci porta a riconoscere come noi, non essendo dotati di esistenza intrinseca e indipendente, abbiamo il dovere di agire per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Essi, esattamente come noi, desiderano la felicità, ed è dedicandoci al loro benessere che noi raggiungiamo anche la nostra. Non potremo mai considerarci realmente liberi finché anche un solo essere su questa terra sia soggetto allo sfruttamento e alla schiavitù: laddove la libertà del capitalista si ferma a lui stesso, poiché è accecato dall’egoismo e dall’ignoranza, la libertà del socialista che ha realmente compreso l’insegnamento del sorgere dipendente si estende a tutti gli esseri senzienti. Liberi dal veleno dell’egoismo, che ha prodotto così tante sofferenze, iniziamo a sviluppare l’altruismo, generando felicità in noi stessi e negli altri.

L’essenza del socialismo altro non è che il riconoscimento dell’interdipendenza di tutti i fenomeni. L’individuo non si pone più in contrasto con l’altro individuo, perché riconosce la propria interdipendenza. Se Ayn Rand diceva che la misura di un uomo consiste nell’indipendenza, noi possiamo dire che la misura di un uomo consiste nel riconoscimento dell’interdipendenza. Se qualcuno può obiettare  come fanno molti capitalisti che ciò provocherebbe assenza di responsabilità nelle persone, noi rispondiamo che è proprio la comprensione dell’interdipendenza che genera responsabilità: se ogni fenomeno è interdipendente e in rapporto causale con gli altri, la nostra responsabilità non può essere soltanto individuale, bensì universale. La comprensione dell’interdipendenza è la più elevata presa di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri.

Solo attraverso la comprensione del sorgere dipendente di tutti i fenomeni l’essere umano può realmente raggiungere la sua reale natura, votata al beneficio degli altri esseri senzienti. La lotta anticapitalistica non è più dunque soltanto una mera ideologia da contrapporre a un’altra ideologia, ma si tratta del problema della sofferenza di tutti gli esseri senzienti, ormai arrivato a un punto talmente profondo da non potersi risolvere se non attraverso una battaglia – interiore ed esteriore – senza tregua.

di Manuel de Palma




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