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C’è molta confusione sotto il cielo del PD. La situazione dovrebbe essere eccellente (ma non lo è)

Creato il 11 gennaio 2011 da Domenico11
C’è molta confusione sotto il cielo del PD. La situazione dovrebbe essere eccellente (ma non lo è)Come Jacques de La Palisse, il generale francese morto in battaglia a Pavia nel 1525, anche il partito democratico “se non fosse morto sarebbe ancora in vita”. La parabola elettorale del PD dimostra come in politica quasi mai due più due fa quattro. Il tentativo di fondere due tradizioni importantissime nella storia della Repubblica italiana, quella cattolica e quella comunista, è stata un’iniziativa nobile e per certi versi romantica. Ora però occorrerebbe prendere atto che l’esperimento è fallito miseramente e che, probabilmente, sarebbe il caso di fare un passo indietro. Se errare è umano, perseverare, in questo caso, è masochista. È evidente che alleati ma separati si ottengono risultati più positivi, alla faccia della vocazione maggioritaria del partito e di un bipartitismo impossibile nel nostro sistema politico. Lo dice anche la storia. L’unificazione socialista realizzata nel 1966 fu sonoramente rispedita al mittente dagli elettori due anni più tardi, quando PSI e PSDI ottennero, insieme, il 4,5% di voti in meno rispetto a quelli conquistati, separatamente, nelle precedenti elezioni. Guarda caso, una percentuale quasi identica a quella ottenuta dal PSIUP, che in quell’occasione realizzò l’unico exploit della sua breve esistenza. Nenni e Saragat, che non erano fessi, compresero che quella bocciatura esprimeva la rivendicazione di un elettorato che voleva custodire gelosamente la propria identità. Per cui preferirono fare ritorno ai rispettivi alvei partitici.
E poi, cos’è, oggi, il PD? Qualcuno sarebbe in grado di spiegarne strategia e linea politica? La sua classe dirigente è sempre impegnata a rincorrere e strattonare la giacca di chi, incidentalmente e per le più svariate ragioni, sembra essere in grado di mettere in difficoltà Berlusconi. Lo ha fatto con Fini, con Casini, con Montezemolo, con Emma Marcegaglia, addirittura potrebbe essere disposta a farlo con Tremonti. Ma così non si va da nessuna parte. Altrimenti avrebbero dovuto puntare su José Mourinho o Veronica Lario, gli unici davvero in grado di appannare l’immagine di invincibile che il premier con ostentato auto-compiacimento promuove. A furia di flirtare con il terzo polo, nell’attesa messianica di un incidente di percorso che azzoppi definitivamente il presidente del consiglio, il PD si è ridotto a fare il figurante di una rappresentazione in cui i protagonisti sono altri. Guardiamo a casa nostra, in Calabria. C’è un commissario, Adriano Musi, con un compito poco chiaro a lui per primo. Adamo e Bova, i dioscuri provenienti dalla tradizione comunista, al momento sono fuori dal partito. L’altro uomo forte del PD calabrese, Loiero, gioca da sempre una partita in proprio, nonostante la ricorrente puntualizzazione (excusatio non petita) di essere stato tra i fondatori del partito. Una posizione molto sui generis, certificata dall’esistenza di Autonomia e diritti. Il PD non è in grado di avanzare una candidatura credibile e seria né alla provincia, né al comune di Reggio. Per questo sembra cercare qualcuno da sacrificare (film già visto con la candidatura, alle passate comunali, di Lamberti-Castronuovo, praticamente abbandonato al proprio destino). Si parla di un “papa straniero”, De Sena o Minniti. Ma con quali criteri vengono scelti i candidati? Non occorre essere dei geni, basta possedere un minimo di buon senso per comprendere che in un comune il candidato a sindaco deve essere espressione del territorio per avere qualche possibilità di vittoria. Caratteristica che non appartiene, per mille motivi, né a De Sena, né a Minniti. Per la provincia, si attende la nascita del terzo polo e l’eventuale candidatura di Fuda. Come nelle passate regionali, il rischio è che, alla fine, un accordo UDC-PDL possa mandare tutto all’aria. Anche in questo caso, l’attendismo e l’immobilismo del PD risultano incomprensibili, e di corto respiro la sua strategia politica.
Il finale, scontato, rimanda alla celebre scena in cui Fantozzi, tutto preso dalla visione della partita della nazionale di calcio, neanche capisce ciò che gli succede intorno e alla moglie che gli sta confessando di essersi innamorata di un altro dice “va bene, ora che l’hai detto puoi andare”. Manca solo il rutto libero.

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