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CAKE di Daniel Barnz (2014)

Creato il 07 maggio 2015 da Ifilms
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Scritto da Giuseppe Paternò di Raddusa
Categoria principale: Le nostre recensioni
Categoria: Recensioni film in sala
Pubblicato: 07 Maggio 2015
Jennifer Aniston   Daniel Barnz  

cake

Mettiamolo subito per iscritto: Cake, di Daniel Barnz, è il classico esempio di indie americano dalle qualità non elevatissime e dal budget risicato che va nei festival cercando buyers, gode di un buon cast e di una sceneggiatura semi-ordinaria, ed è costruito su un unico interprete. Mettiamo subito per iscritto (x 2) che Cake sarebbe opera di alcuna utilità senza la presenza della sua primattrice, Jennifer Aniston, che del film è anche produttrice esecutiva e responsabile della distribuzione, avvenuta – con discreto successo negli USA - mediante la creazione di una società apposita, la Cinelou Films.

Dopo aver nutrito per anni le colonne del gossip per le sue vicende personali, e aver fatto cassa con numerose commedie di successo, Jennifer Aniston ha investito moltissime energie nel ruolo della nevrastenica Claire, affetta da dolore cronico e vittima di un passato cui la sceneggiatura – di Patrick Tobin – si rivolge ora con pietismo incontrollato, ora con estrema reticenza, seppur in maniera mai irritante. La struttura del personaggio, che è sgradevole ma non insopportabile, contraddittorio ma in maniera coerente, petulante eppure silenzioso, rappresenta l’elemento più interessante dell’intera dramedy, neologismo azzeccato per sintetizzare le diverse indoli che animano il film: una più ironica, sarcastica, ai limiti dell’humour nero (e decisamente riuscita), l’altra, collocata nella seconda parte della pellicola, decisamente melensa.

Il rapporto di Claire con il dolore prima, e con il resto dell’umanità poi - sintetizzata, per esempio, dal bel personaggio della colf interpretato con forza da una bravissima Adriana Barraza, spalla comica ed egualmente tragica della Aniston - isolano il film dagli altri difetti che ne compromettono il risultato: una sceneggiatura stanca e debole (firmata Patrick Tobin), un cast non sempre all’altezza della Aniston e della Barraza (il fantasma Anna Kendrick e il vedovo Sam Worthington sono presenze piuttosto deboli, mentre fa piacere rivedere Felicity Huffman e William H. Macy, anche se per poco), e, soprattutto, una curiosa tendenza all’onirismo camp coraggiosa nelle intenzioni, ma ai limiti del ridicolo nella declinazione visiva. La colpa, qui, va tutta a Daniel Barnz: la sua regia non ha guizzi che non siano stantii o logori, e fiacca decisamente le intenzioni di un film che, soprattutto nella prima parte, presenta un character study notevole, certosino e quasi anomalo, nel cinema americano che racconta la donna oggi – e che si concentra sulle dipendenze tra umani e pillole, ma quello è un altro discorso.

L’indulgente risoluzione finale, i continui e logoranti sogni a occhi aperti, gli insopportabili flou si alternano a una non banale considerazione riservata al dolore cronico, a una discreta fluidità e all’incisiva recitazione della Aniston. L’attrice inanella in portfolio un’altra grande prova drammatica (dopo The Good Girl, 2002, di Miguel Arteta e dopo il sottostimato Friends with Money, 2006, di Nicole Holofcener): è un’interprete versatile capitata sul set sbagliato, ma regge sulle sue spalle l’intera baracca, e lo fa con estrema sicurezza. Non è cosa da poco. Per lei candidature al Golden Globe e al Sag, ma non quella all’Oscar: poco male. Del resto, dai tempi di Friends, le attenzioni sono (sempre state) tutte per lei.

Voto: 2/4


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