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Campania: l’Industria della “munnezza” e l’impatto oltre l’ambiente

Creato il 26 maggio 2011 da Yourpluscommunication


Campania: l’Industria della “munnezza” e l’impatto oltre l’ambiente

Esiste una industria al Sud Italia che non conosce gli effetti della crisi economica. E’ quella dei rifiuti.

Ogni anno in Campania la fabbrica della “munnezza” produce profitti record destinati ad arricchire politici corrotti o tecnici disonesti e ad ingrassare imprenditori camorristi o collusi con la camorra.

Da quasi 20 anni la Campania assorbe centinaia di milioni di euro in nome dell’emergenza rifiuti. Denaro che alimenta un circuito economico spesso in odore di camorra.

Napoli, terza città di Italia, viene devastata dalle immagini che la ritraggono in ginocchio, sommersa dalla spazzatura, la stessa che, democraticamente, ,invade con identica ferocia, i quartieri periferici ed i quartieri della cosiddetta “Napoli bene”.

Le proteste e le rivolte popolari poco aiutano il riequilibrio cittadino e, sull’orlo del disastro igienico sanitario, oltre alla munnezza vengono prodotti altri devastanti effetti collaterali, come la fuga dei turisti da Napoli e la condanna dell’Unione Europea.

La storia dell’emergenza rifiuti, comincia alla fine degli anni ottanta: la raccolta differenziata e l’attenzione ad una sana politica ambientale, erano chimere. L’ Italia stava per diventare la sesta potenza al mondo ma,le notizie sulla devastazione che prendeva corpo sui giornali nazionali,venivano (nella migliore delle ipotesi), confinate a fondo pagina. In quegli anni nasceva il triangolo di potere mafioso-imprenditoriale- politica.

In passato con la munnezza non si ricavano denari: negli anni settanta mettere a disposizione una cava in provincia di Caserta per riempirla di rifiuti era un piacere che l’amministrazione faceva al privato che, altrimenti, non avrebbe avuto altro modo per utilizzarla.

Alla fine degli anni ottanta, i rifiuti inondarono le città ed i sistemi di gestione andarono in tilt.

Campania: l’Industria della “munnezza” e l’impatto oltre l’ambiente

Il primo clan che, con lungimiranza, comprese l’affare rifiuti fu quello dei Casale-si.

Il clan prende il nome dal comune di Casal di Principe ed ha la propria roccaforte nella provincia di Caserta.

I camorristi sfruttavano l’incapacità della classe politica italiana su due livelli: il primo era quello della raccolta dei rifiuti solidi urbani nei comuni di Lazio, Emilia Romagna, Toscana e di altre zone del Nord. Lì i sindaci, pur di liberarsi dei rifiuti, erano disposti a pagare intermediari alquanto originali per non dire sospetti.

Il secondo livello era invece caratterizzato dal fatto che i Casalesi, controllando il territorio casertano, grazie anche alla collaborazione politica, individuavano territori dove poter smaltire, con la massima tranquillità, rifiuti illecitamente.

E’ così che i Casalesi diventarono da un lato interlocutori della politica e dell’imprenditoria -che nel ricco Nord del Paese non riuscivano(e riescono) a gestire il ciclo integrato dei rifiuti; dall’altro, per smaltire i rifiuti hanno iniziato a devastare i territori della Campania, definita dai Romani, con l’appellativo di felix.

Là, nelle cave controllate dalla camorra, dove si poteva smaltire allegramente ogni genere di spazzatura, la Campania si andava via via trasformando nella “pattumiera d’Italia”.

L’avvocato Cipriano Chianese fu il primo a fiutare l’affare: comprò terreni, gestì le cave ed anticipò sul tempo anche la potente organizzazione criminale dei Casalesi.


Giuseppe Parente

Campania: l’Industria della “munnezza” e l’impatto oltre l’ambiente
Giuseppe Parente è nato a Napoli nel 1976, dove vive e lavora scrivendo di politica interna e di attualità (con particolare attenzione alle questioni legate al lavoro). Collabora con Rinascita, quotidiano di Sinistra Nazionale, Terra quotidiano ecologista e Fascinazione, il blog di Ugo Maria Tassinari. Su Radio Entropia,è on air con Rock Time Machine (trasmissione radiofonica settimanale) condotta insieme ad Antonio Casolaro.

…continua


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