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Cane e scarafaggio

Creato il 10 ottobre 2014 da Rivista Fralerighe @RivFralerighe

Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.

La fattoria degli animali, G. Orwell

Cane e scarafaggioLa letteratura ci ha abituati a vedere il mondo attraverso gli occhi dell’uomo. Ciò che leggiamo, anche se in prima apparenza sembra parlare di tutt’altro, rispecchia per forza di cose la condizione umana, la sua storia o la sua psicologia.

Di particolare importanza può essere un esempio orwelliano: La fattoria degli animali (Animal Farm, 1945) trasmuta l’intera società del tempo – se vogliamo soprassedere sulla grande attualità dell’opera – in forma animale.

L’animale come allegoria umana ha radici molto profonde. Si pensi alla latinità o alle prime opere medievali, dove erano orsi e leoni a rappresentare qualità del protagonista – lo stesso Artù porta il nome di Art, cioè orso. Anche in tempi recenti, nel cinema, abbiamo esempi di questo tipo. Anche solo l’ovvio film Ladyhawke (1985) ne può dare idea.

Può essere tuttavia interessante analizzare due casi singoli e compararne gli scopi. In tal senso si possono vedere Cuore di cane (Собачье СердцеI, 1925) di Michail A. Bulgakov e La metamorfosi (Die Verwandlung, 1915) di Franz Kafka.

Cane e scarafaggioLe trame di queste due opere sono universalmente note. È bene soprassedere – per il momento – sull’intento satirico di Bulgakov sulla Russia stalinista. Amplierebbe troppo il discorso e in questo momento ci interessa analizzare esclusivamente le figure dei due “trasformati”.

Siamo infatti davanti a processi apparentemente inversi: in Cuore di cane il cane randagio Sarik viene trasformato in uomo. Ne La metamorfosi è invece un uomo che si ritrova mutato in un orribile scarafaggio. Il percorso contrario porta Gregor Samsa all’isolamento e Sarik – divenuto Sarikov – alla società.

Ma sebbene per Gregor Samsa non ci sia altro che solitudine, di fatto per entrambi si tratta di un confronto con la società, una società sostanzialmente diversa. Gregor non si isola di sua volontà. La “maschera” di scarafaggio non lo impensierisce nemmeno, e il primo pensiero è di andare al lavoro, di riprendere le sue attività sociali. Ma è la società stessa – nelle persone della sua famiglia – a costringerlo ad abbandonare quel mondo.

Sarikov ne è invece sottomesso. Da esterno viene inglobato e trasformato ben più di quanto non l’abbia fatto il processo medico.

Il filo che li lega è proprio – banalmente – la trasformazione. Ma dietro l’allegoria zoomorfa indica il cambiamento profondo dell’essere umano. Un uomo, in entrambi i casi, sconfitto dalla società, inglobato o espulso. Costretto, in entrambi i casi – contro la sua volontà – a cedere in quella lotta che non può vincere. E in quest’ottica si rivelano interessanti entrambi i finali. Da una parte il ritorno alla condizione di partenza, la riparazione dell’errore, certo, ma anche un’ammissione di resa. Dall’altra l’abbandono definitivo del campo di battaglia.

Cane e scarafaggio

È stato necessario premettere che avremmo lasciato da parte l’intento satirico e critico di Bulgakov. E questo ne è il motivo. Al di là dell’intento politico o sociale dell’opera, nell’intima sfera emotiva del personaggio si ritrova la certezza di essere solo granelli di sabbia, incapaci di affrontare e vincere la lotta contro quello sistema in cui siamo nati e che da sempre ha governato anche il nostro stesso modo di pensare. Il lieto o triste fine dei racconti importa poco. Poiché l’uomo, seppur visto come animale, affronta la vita e ne esce sconfitto.

 

Maurizio Vicedomini



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