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Ci sono riusciti - Guangzhou, Cina

Creato il 27 luglio 2010 da Pulfabio
Ci sono riusciti - Guangzhou, CinaÈ una di quelle notti in cui ti lasci trasportare dal profumo del vento, dagli incontri, da quel che la vita ti mette a disposizione, non per l'anno prossimo o per domani, ma sul momento, su quel marciapiedi, molte ore prima che il giorno arrivi a farti razionalizzare tutto. E la cosa, almeno per me, riesce meglio quando sto all'estero, preferibilmente in un luogo in cui non conosco nessuno, non ho alcun aggancio, alcuna boa a cui aggrapparmi quando la corrente mi trascina alla deriva. Se poi gli eventi si snodano in Asia, o meglio ancora in Cina, dove nemmeno gli appigli culturali ti danno una mano, il tutto è ancora più rischioso, succulento ed eccitante. Il posto giusto, almeno per questa notte, è Guangzhou, una città dove la maggior parte degli stranieri sbarca attratta da quel colosso sproporzionato che qui chiamano fiera. Per cercare fortuna, fare soldi, spremere una delle tette meridionali di questa mucca, la Cina, che sembra crescere in maniera incontrollata, vittima di qualche cellula impazzita. E dove io, non tanto per fare l'originale ma più per naturale matrice cialtrona, sono arrivato per caso, proveniente da Hong Kong e diretto a Kunming, una località del sud ovest dalla cui tranquillità mi lascio cullare da ormai più di un anno.Appena sbarcato dal treno programmavo - un verbo che se associato alla mia vita ha sempre lo strabiliante effetto di spaventarmi e divertirmi al tempo stesso - di fermarmi per un paio di giorni soltanto. I due giorni sono scaduti da circa due settimane e considerando le condizioni al contorno, in questa notte limpida, con la brezza che soffia dal Fiume delle Perle e mi spolvera la nuca, non vedo certo come potrei partire domani, o anche dopodomani, per quel che può contare. Sono uscito da un locale, una ragazza che ho conosciuto all'interno sta per tornare a casa, dove con gli amici continuerà a chiacchierare, ad ascoltare musica, a bere e a mangiare. Con mia sorpresa mi invita a seguirli. Ci sarebbe sempre quell'istinto atavico che mi spinge a farmi pregare un po', non tanto per fare il difficile quanto forse per camuffare questa  condizione di vulnerabilità che spesso mi porto addosso, ma lo lascio da parte e salgo nel taxi. Il viaggio è lungo, lunghissimo, nonostante sia notte e non ci sia traffico ci mettiamo un tempo che ho smesso di calcolare, durante il quale una Volkswagen che esiste solo qui ci porta sempre più lontani dal fiume, dal centro, lungo un viale, attraverso alcuni incroci, poi lungo un altro di quei larghi stradoni cinesi, pianificati per sopportare non certo il traffico di oggi ma forse quello che le batterà fra alcuni anni. 
Arriviamo in un tipico complesso residenziale di periferia - incredibilmente non siamo ancora in aperta campagna - con i palazzi tutti uguali, le sbarre, i negozietti al piano terra, la desolazione notturna delle vie circostanti. Compriamo da bere e da mangiare in uno squallido tugurio che sembra un pizzicagnolo medievale con un edificio moderno in cima. Saliamo, per fortuna c'è l'ascensore, un accessorio che in Cina non è mai da dare per scontato. 
Trascorriamo varie ore storditi dalla birra, dalle chiacchiere, dal torpore e alla fine anche dalla luce dell'alba. Gente va e viene: ad un certo punto mi ritrovo persino sdraiato sul divano con la ragazza, noi da soli, nell'intervallo di qualche istante o di qualche ora che scorre troppo rapida tra la partenza di un gruppetto e l'arrivo di un altro. Poi la curiosità, la magia della situazione, il fascino di una lingua che ancora non comprendo bene e di una cultura che forse non capirò mai svaniscono così, quasi d'un tratto, con il cip di un uccellino che si poggia sul davanzale. 
È ora di andare. Ho salutato, sono in strada, passa un taxi e lo fermo. Ho in tasca i soldi che sarebbero stati sufficienti per pagarmi il viaggio dal locale all'albergo e magari aggiungerci una bibita e uno spuntino, ma questa è una tratta molto più costosa. Con la metropolitana non ci sarebbero problemi, da dovunque parti e ovunque arrivi costa sempre pochi kuai, ma dove la prendo? Sono persino all'esterno del perimetro segnato sulla mia cartina della città. 
Salgo, dico al tassista di portarmi alla stazione più vicina, ma con una certa fatica gli spiego anche che si deve fermare quando il tassametro segna la cifra che ho con me: da lì in poi proseguirò a piedi. Non credo sia una bella informazione con cui esordire in un taxi, d'altro canto non avrei saputo cos'altro dire, se non la pura verità. Il tassista sorride, ha voglia di chiacchierare, mi chiede di dove sono, se mi piace qui.Chissà se ha capito. E chissà se ciò che non comprende è quel che dico o piuttosto quel che faccio. 
All'inizio, travolto dai dubbi, sono un po irrigidito, non devo sembrargi un tipo molto amichevole, ma poi l'auto si ferma a un semaforo e mi lascio andare. Quando la conversazione si intoppa su una pausa lui mi guarda e sorride, coi denti anneriti dal tartaro che fanno a pugni con quegli assurdi guanti bianchi da chauffeur. "Non ti preoccupare, mi dai quello che puoi, ma io ti porto comunque alla stazione." 
Eccoli lì. Mannaggia a loro, ci stanno provando un'altra volta. Ma io non ci sto e allora provo la mossa d'orgoglio e dico che non c'è n'è bisogno, prenderò un autobus, camminerò, che ne so, tutto ma il taxi gratis no. Mi zittisce con un altro sorriso, borbotta qualcosa e preme sull'acceleratore. 
Gli ho pagato poco più di mezza tratta. A uno che non ha nemmeno i soldi per il dentista. Cammino veloce nel tunnel della metro. Cammino ed ecco che mi prende di nuovo. Ci hanno provato ancora e come spesso accade ci sono riusciti. A sorprendermi, a mettermi in imbarazzo, a sbugiardare i miei sospetti e a farmi venire gli occhi un po' lucidi. Oh sì, ci sono riusciti, eccome se ci sono riusciti. 
Ma alla fine è anche bello essere sorpresi.
Guangzhou, Cina, maggio 2007 
Foto: Aeroporto Internazionale di Guangzhou, di Fabio

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