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“Cinacittà” – Tommaso Pincio

Creato il 24 agosto 2011 da Temperamente

Tommaso PincioGenere distopico. Racconto biografico. Lunga analessi. Sviluppo del tema dello scontro di civiltà. Dissipazione economica. Lessico ricercato, tecnica di dialogo peculiare (una battuta di discorso diretto e una in perifrasi), ironici riferimenti ai film che spesso dettano il comportamento nella vita (riecco il Barocco).

Si può provare a incasellare i vari aspetti di un romanzo senza riuscire a dare minimamente l’idea di quella straordinaria somma di elementi, ben superiore al mero valore di ciascuno, che costituisce una storia narrata per iscritto, pagina dopo pagina.

Si può provare a raccontare la storia ridotta a fabula: uno degli ultimi romani rimasti a Roma dopo cambiamenti climatici che hanno eliminato l’inverno e reso il tempo un’unica, lunga, afosa estate deve sopravvivere allo stravolgimento culturale derivante dall’invasione cinese della capitale italiana, viene sottratto all’esclusione (autoimpostasi per indolenza e nausea della società) dal signor Wang, la cui frequentazione lo porta ad essere coinvolto in un «delitto efferato»: la prostituta Yin viene uccisa e l’avvocato fricchettone Trevi cerca di limitare, senza successo, i danni di una giustizia –  anch’essa – cinese.

 

Si può allargare il campo del giudizio, tirando in ballo i significati traslati del racconto, il suo aspetto metaforico: la Roma antica, quella repubblicana e quella imperiale, accomunate come periodo di grandezza imperiale e crudeltà che avrebbe ispirato il nazismo, è messa a confronto con la Roma capitale a noi attuale e da poco passata nel tempo del racconto di Pincio; entrambe sono paragonate al tempo distopico del presente narrativo, un futuro da noi poco distante e possibile, uno degli scenari potenzialmente realizzabili a breve tempo. Si creano una serie di corrispondenze fra luoghi e atteggiamenti, e fra personaggi. L’avvocato Trevi farebbe arrossire Cicerone, padre dei legulei. Il protagonista è un novello Michelangelo, artista biscazziere impelagato in torbide vicende e incline al ritratto di donne di malaffare, con tragico finale.

L’aspetto strettamente narrativo: lungo il filo rosso dei riferimenti a film e telefilm americani, i ‘legal thriller’. Al punto che il protagonista – non se ne scopre mai il nome, ma vien spontaneo chiamarlo Tommaso – si accorge spesso di aspettarsi che le cose vadano come nella realtà, ben più familiare, raccontata dagli statunitensi: si aspetta che gli vengano letti i diritti all’atto dell’arresto, per esempio. Questo ha a che fare con l’ironia e con la constatazione dei nostri modelli culturali, ma assai più con questioni – oserei dire – di poetica: la realtà ci è ben più sconosciuta di altre narrazioni precedenti, che hanno colonizzato il nostro immaginario. Pincio lo sa bene e si tiene ben alla larga dal citazionismo inconsapevole di tanti narratori italiani, inclini a dare ai loro personaggi nomi improbabili (John e Jack, per dare respiro di internazionalità) e setting altrettanto assurdi alle loro storie di scrittori italiani (perché mai un napoletano dovrebbe ambientare il suo thriller con serial killer a New York – a maggior ragione se non vi ha mai messo piede?). Pincio dimostra quanto sia vero che non vi è nulla di più universale del particolare, e la storia di un ‘romano di Roma’ in via Veneto è quella dell’ultimo uomo sulla terra, è quella del genere umano in un’epoca di crisi, ed è la vostra e la mia. E se ancora questo non dovesse convincere (perché Cinacittà è più di stile, prosa, fabula e significati), diamine, leggete il libro.

Carlotta Susca


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