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Con l’accetta non si può razionalizzare

Creato il 10 novembre 2012 da Gadilu

Durante le recenti “vacanze”, scaturite tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre in seguito al riordino del calendario scolastico, ho letto un paio di libri sulla scuola. Il primo, scritto da Marco Lodoli, è stato reso abbastanza famoso, come spesso capita, da un film che porta lo stesso titolo: “Il rosso e il blu”. Si tratta di una raccolta di osservazioni – alcune acute, altre più bozzettistiche e non prive di un tratto moraleggiante – raccomandabile a chiunque volesse capire un po’ meglio il “disagio” degli insegnanti e degli studenti (fra l’altro si tratta di due “disagi” strettamente intrecciati). Il secondo è invece opera di Ugo Cornia, s’intitola “Il professionale” ed è composto con un ritmo tambureggiante e scosceso, quasi una sorta di stenografia del pensiero, ma proprio per questo efficace nel ritrarre la fisionomia incerta di un mestiere sempre sul punto di perdersi, cioè di essere frainteso, vanificato e quindi ridotto, per contrappasso, a uno stereotipo.

Quale stereotipo? Quello descritto ironicamente dallo stesso Lodoli riguardo al suo ipotetico crepuscolo: “È finito il tempo delle vacche grasse, delle vacanze rubate, della scioperataggine viziosa e incallita. Buoni solo a lamentarvi degli stipendi bassi, dei programmi confusi, degli alunni che vi spernacchiano, di questo mondo Dolce e Gabbana”. È insomma lo stereotipo dell’insegnante fannullone, privilegiato, imboscato nella sua classe, gravato di appena venti ore di lavoro alla settimana (quando gli va proprio male) e altrimenti allietato da un mucchio di tempo libero per oziare alle spalle di chi lavora sul serio.

Per fortuna tutto adesso cambierà. È in arrivo la riforma dei sessanta minuti. Che poi in concreto significa dare agli insegnanti tre o quattro ore in più a settimana, vale a dire un numero maggiore di studenti, un contingente superiore di preparazioni da svolgere, compiti da correggere e riunioni da fare, mantenendo ovviamente invariato il livello di retribuzione. Con un’operazione del genere è assai dubbio che lo stereotipo dell’insegnante fannullone subirà nella percezione pubblica un mutamento decisivo (gli stereotipi, si sa, sono duri a morire). In compenso non migliorerà la qualità dell’insegnamento e non crescerà l’entusiasmo di una categoria che non ha certo bisogno di lavorare “di più”, ma semmai “meglio”.

Il vero punto è infatti proprio questo. Forse la polemica sulle ore “intere” dovrebbe essere riformulata e contestualizzata a partire da un esame approfondito dei problemi complessivi della scuola. Perfino nelle aziende, quando si devono tagliare i costi, si ragiona su come razionalizzare il processo produttivo senza incidere sul prodotto, anzi, perfezionandolo, e non si procede con l’accetta.

Corriere dell’Alto Adige, 10 novembre 2012


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