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Corea 1966, la squadra operaia che fece innamorare l’Inghilterra

Creato il 11 dicembre 2015 da Calcioromantico @CalcioRomantico

da Mondocalcio Magazine

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Inghilterra, 1966. Il calcio torna a casa. La Coppa del Mondo, all’epoca ancora Coppa Rimet, arriva nel paese dove tutto è nato. Sarà il mondiale delle polemiche e delle sorprese: dal Portogallo del grande Eusebio passando per l’eliminazione clamorosa del Brasile due volte campione, fino alla vittoria contestata dei padroni di casa contro la Germania Ovest nella finale di Wembley.
In realtà, i problemi arrivano ancor prima del fischio di inizio, con gli ultimi spareggi per le qualificazioni. Siamo nel 1965, le regole prevedono un unico gruppo per Africa, Asia e Oceania, ma le squadre africane decidono di ritirarsi a causa di un posto fisso non assegnato che loro pretendevano. Rimangono a giocarsi una storica qualificazione la solita Australia, la Corea del Sud e la Corea del Nord. Questo spareggio a tre dovrebbe giocarsi in Giappone, ma la FIFA decide di spostare il tutto in Cambogia, i sud coreani protestano anche a causa dei possibili rapporti tra il paese ospitante e la Corea del Nord e decidono di ritirarsi. A giocarsi l’arrivo in Inghilterra saranno i nordcoreani e gli australiani.

Le due partite si giocano tra il 21 e il 24 Novembre del 1965 a Phnom Pehn. Stesso anno, stesso posto un nipote di una ballerina di Corte arriverà in città. Da lì ci sarà la nomenclatura che per 10 anni porterà al potere Saloth Sar, che militarmente si farà chiamare Pol Pot e manderà avanti uno dei regimi più cruenti della storia.

Lo spareggio sembra una partita dall’esito scontato, con tutto il tifo da parte dell’Europa verso gli oceanici, perché la Corea del Nord non è un’entità politica riconosciuta da molti paesi, tra questi l’Inghilterra, e, quindi, una sua presenza al Mondiale sarebbe oltremodo scomoda. La sfida in realtà non comincia mai, i nord coreani infliggono prima un’umiliante 6-1 e poi un sonoro 3-1. L’allenatore dell’Australia, tale Tiko Jelisavčić, dichiara al termine del doppio incontro: “La mia squadra non è granché ma se loro si presentano con la stessa disciplina e organizzazione tattica se ne accorgerà il mondo intero”. Ovviamente non sarà ascoltato da nessuno.

Nessuno vuole comunque la Corea del Nord, ma la FIFA interviene in modo drastico con una semplice richiesta: o vengono o la Coppa cambia nazione. Serve una soluzione e arriva il prima possibile: il governo di Pyongyang non verrà riconosciuto da Londra, ma la squadra potrà giocarsi il suo Mondiale e sarà mandata a Middlesbrough, nord del paese.[1] Città industriale e operaia, colpi di tosse fin dalla nascita. Le sarà assegnato un campo da periferia e la bandiera non dovrà mai essere esposta. Ma qui succede l’impensabile (o forse no): gli abitanti adottano completamente la nazionale, seguendoli in ogni dove e tifando per loro in ogni partita. Diventano per un mese gli eroi cittadini. Nel frattempo è tempo di sorteggi e gli asiatici vengono messi nel girone 4 con URSS, Cile e Italia. Non proprio un girone semplice. La prima partita è contro i sovietici e non c’è storia: un 3-0 in cui i nordcoreani evidenziano limiti tattici e atletici, con l’aggiunta che la partita è in serata, cosa mai vista per la squadra asiatica.[2] Sembra la fine di un sogno per la cenerentola e una passerella per le altre due squadre. La seconda partita è contro il Cile, che parte forte grazie al gol del vantaggio su rigore da parte di Marcos e riesce a controllare la partita senza particolari paure. In tribuna c’è Ferruccio Valcareggi intento a visionare gli asiatici, prossimi avversari degli azzurri. Esce intorno all’80’ e tornando nella sede dove alloggiano i giocatori della nazionale definisce i nord coreani una comica di Ridolini. Gianni Brera annuncia, invece, che in caso di sconfitta non scriverà più una riga. In questo lasso di tempo, siamo al minuto 88, il buon centrocampista Pak Seung Jin segna il gol del pareggio. La partita finisce 1-1 e l’ultimo match con l’Italia sarà uno scontro da dentro o fuori.

1966 Italy-lose-to-North-Korea
Sugli azzurri ci sarebbero tante cose da raccontare. La Nazionale ha fatto un grande premondiale, ma di solito chi inizia bene nelle amichevoli finisce per crollare improvvisamente. Poi le scelte del ct Edmondo Fabbri sono state contestate un po’ da tutti. Ha preso il blocco Bologna al posto di quello dell’Inter per una semplice controversia con il presidente Moratti: nel 1962 l’allenatore dei nerazzurri doveva essere lui, ma poi arrivò la riconferma di Helenio Herrera, che avrebbe fatto decisamente bene negli anni a venire. L’esordio col Cile è stato, comunque, vittorioso (e vale come rivincita dopo Santiago 1962), mentre la sconfitta con l’URSS griffata Chislenko ha raffreddato gli animi.
Arriva il giorno della partita con la Corea del Nord. È il 19 Luglio del 1966, in uno stadio completamente a favore dei nord coreani, l’Italia comincia bene creando numerose occasioni da gol ma Perani sbaglia tanto e poi Bulgarelli, il capitano, si fa male. Le sostituzioni sono concesse solo per i portieri e gli azzurri giocano la partita in 10. Siamo al 42′, Rivera perde palla e i coreani con precisi scambi arrivano al limite dell’area di rigore. Pak Doo Ik incrocia una rasoiata dove Albertosi non può far nulla. È il gol della vita, è la rete che rimarrà nella storia. La leggenda lo narrerà dentista, in realtà Pak Doo Ik era un professore di educazione fisica con un diploma da tipografo. L’Italia è fuori, sconfitta dai Ridolini. Al ritorno solo uova marce e pomodori e Fabbri scomparirà dalle scene. Middlesbrough è in festa per i suoi beniamini, partono quasi in 3mila per andare a Liverpool e sostenerli per la gara contro il Portogallo valevole per i quarti di finale. La prima mezz’ora è un massacro: i portoghesi sono sotto 0-3 e non hanno idea di cosa li abbia investiti. I coreani vanno semplicemente il doppio. Poi il dio del Calcio decide che Eusebio debba salire in cattedra. Quattro gol, di cui due su rigore, e un assist per far svanire il sogno di una nazione.

Alla fine si scoprirà che i nord coreani hanno dei metodi di allenamento durissimi: mattina e pomeriggio scatti chilometrici conditi da flessioni con corde ai piedi. Fanno la cavallina, sportivamente non proprio corretta ma permette a centrali alti tra l’1.65 e l’1.70 di saltare mezzo metro per colpirla di testa. Prima di cena canto dell’inno nazionale, pretattica e dopo cena la partita. Di sera, con i riflettori perché devono abituarsi. 90 minuti dove chi ha la palla può mantenerla massimo 10 secondi e non ci sono ruoli fissi. Ognuno deve muoversi liberamente e intelligentemente nella direzione del pallone. Una sorta di calcio proto-zemaniano.
Per anni resterà l’unica squadra asiatica ad essere arrivata nelle prime otto del mondo. Record che sarà battuto nel 2002 dai cugini/nemici, vedi alle voci Ahn e Guus Hiddink.

Il ritorno a casa per gli eroi di Middlesborough è, però, avvolto dal mistero. Lo scrittore Kang Chol-Hwan, sopravvissuto al campo di prigionia di Yodok e autore di The Aquariums of Pyongyang, racconta che tutti i giocatori, eccetto Pak Doo Ik, al ritorno in patria vengono spediti in campi di “rieducazione”: l’accusa è di essersi fatti corrompere dall’imperialismo e di aver passato la notte successiva alla vittoria contro l’Italia dedicandosi ad alcol e donne. Kang scrive anche di aver incontrato a Yodok Pak Seung Jin e che in quel posto l’autore del gol al Cile era soprannominato “scarafaggio” perché si cibava solo di larve e insetti. Questa versione dei fatti è fermamente smentita anni dopo da alcuni ex giocatori, che racconteranno di aver vissuto da veri eroi nazionali nel documentario The Game of Their Lives.

Al di là di tutti i dubbi sul dopo 1966, c’è la certezza che la storia sa anche essere dolce nelle sue forme. Proprio per le riprese del documentario, nel 2002, sette giocatori e l’allenatore di quella squadra sono invitati dal Middlesbrough per assistere alla partita tra i padroni di casa e il Leeds. Prima del match un giro di campo tra un tripudio di 30mila persone. Nessuno si è dimenticato di loro.[3]
L’Ayresome Park, lo stadio dove hanno giocato le loro partite del mondiale, non esiste già più dal 1997. Ci hanno fatto un residence. All’entrata si possono notare dei palloni di bronzo. Come se uno spirito vagasse nell’impianto. Quei palloni sono stati colpiti da Pak Doo Ik e compagni. Per entrare nella storia. Per giocare la partita della loro vita.

salvo

Per approfondimenti:
The Game of Their Lives, 2002, di Daniel Gordon
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[1] Inno e bandiera costituiscono un altro problema. Gli organizzatori decidono di far suonare gli inni solo in occasione del match inaugurale (Inghilterra-Uruguay) e della finale e limitano al massimo l’esposizione delle bandiere delle squadre partecipanti, nell’ottica di minimizzare la visibilità dei simboli dei nord coreani
[2] Nel premondiale la Corea del Nord ha giocato un po’ di amichevoli in terra sovietica, tra cui una vittoriosa contro lo Spartak Mosca. L’URSS conosce, dunque, gli avversari e per questo imposta il confronto sulla fisicità
[3] Oltre a Pak Doo Ik e Pak Seung Jin, giungono in Inghilterra il portiere Li Chang Myong,il centrocampista Im Song Hui, le ali Han Bong Jin e Yang Song Guk, il difensore Rim Jung Son e l’allenatore Myong Rye Hyun

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