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Cosa ci insegna la Sewa, il sindacato gandhiano delle donne

Da Milleorienti

C’è solo violenza intorno a noi? A volte parrebbe, ma così non è.  In uno dei miei viaggi in India ho conosciuto la Sewa, il sindacato delle donne di ispirazione gandhiana. La sede centrale è nella città di Ahmedabad, in Gujarat, dove sorgono anche l’Università Gandhiana (dove il Mahatma insegnava) e il Gandhi Ashram (dove il Mahatma meditava e preparava le sue campagne politiche).
La vitalità odierna di queste istituzioni testimonia tre cose: A) si può fare politica nonviolenta in modo efficace; B) il pensiero gandhiano ispira ancora delle realtà interessantissime;

Cosa ci insegna la Sewa, il sindacato gandhiano delle donne

 C) queste realtà, come il sindacato femminile Sewa, hanno parecchio da insegnarci (e infatti il modello-Sewa è già stato copiato negli Usa).
Su queste tre realtà gandhiane del Gujarat (lo Stato natale del Mahatma) ho scritto un reportage pubblicato nell’ aprile 2010 da Galatea-European Magazine, una rivista di cultura e politica che si pubblica nella Svizzera italiana (ma si può leggere anche in Italia). Ecco di seguito il reportage che ha avuto la cover story di Galatea, intitolata «Il lavoro delle donne: la Sewa e la città di Gandhi». Anche le foto che accompagnano il testo sono mie. Buona lettura.

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L’ufficio è di una modestia e austerità sorprendente, considerato che appartiene a una persona con un ruolo importante. E’ una stanzuccia disadorna con un tavolinetto e due sole sedie di legno: una per lei e una per l’ospite. “Lei” è Pratibha Pandya, una delle leader del più importante sindacato femminile dell’India: la Sewa, Self Employed Women Association. E’ vestita con un sari molto semplice e sulle pareti del suo ufficio spoglio tiene solo un paio di volantini, un calendario e due foto: una del Mahatma Gandhi, l’altra di Hillary Clinton.

«Siamo un sindacato gandhiano di donne per le donne, ispirato ai valori

gandhiani: non-violenza, pace, egualitarismo, semplicità nei costumi», spiega Pandya. «Siamo nate nel 1972 per iniziativa di Ela Bhatt,  che all’inizio lavorava nel sindacato dei tessili fondato dal Mahatma Gandhi. La prima ispirazione venne da lì, ma Ela, la nostra fondatrice, decise di dedicarsi in particolare alle donne che svolgevano le professioni più umili e non garantite: spazzine fuoricasta – intoccabili perché impure -  tessitrici a cottimo, contadine a giornata,  lavoratrici delle foglie di banano, rollatrici di bidi» (foglia di tabacco arrotolata che gli indiani più poveri fumano come sigaretta, ndr).

 

«Tutte donne che facevano e fanno lavori “informali” senza nessun inquadramento né garanzia. Quasi quarant’anni dopo, in Sewa abbiamo un milione di iscritte e coordiniamo più di 200 cooperative femminili che si occupano un po’ di tutto, dall’agricoltura alla radiofonia, e abbiamo una nostra banca, la Sewa Bank, dedicata al microcredito per le donne povere.  Pensi che in America la Women World Banking di New York è nata ispirandosi al nostro modello! Beh, abbiamo fatto tanto, eppure c’è da fare più di prima», sbuffa Pandya.

Cosa ci insegna la Sewa, il sindacato gandhiano delle donne

Pratibha Pandya, direttrice della Sewa, nel suo ufficio ad Ahmedabad. Foto di Marco Restelli

«Lei crede che dal 1972 a oggi il numero delle donne occupate in modo formale, cioè garantite da un contratto collettivo, sia molto aumentato? Macché! Nel 1972 le lavoratrici “garantite” erano solo il 7% delle donne; oggi, nella Shining India del boom economico, sono appena il 10%. Una crescita del 3% in quasi quarant’anni! Cioè nulla. Così noi continuiamo. Andiamo nei villaggi e nelle campagne a parlare alle donne per proporre loro un cambio di vita. Del resto, il Mahatma diceva “non ho mai trovato una buona ragione per arrendermi”».

Mentre parla, a Pratibha Pandya brillano gli occhi. Si spiega a bassa voce, senza particolare enfasi, ma esprime una determinazione ferrea. Guardandomi intorno in quest’ufficio spoglio comincio a percepire la tensione etica che anima questo sindacato anomalo: gandhiano, femminista e rivolto solo alle “non garantite”.  L’ufficetto di Pandya è al primo piano nella sede centrale della Sewa Bank, di fronte ai Victoria Garden di Ahmedabad, principale città del Gujarat indiano. Al piano terra c’è la filiale vera e propria della banca:  un gineceo esclusivo, pieno di donne che lavorano per altre donne, in un’atmosfera di rilassato, salottiero caos, che comprende anche qualche tazza di tè.

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Impiegate e volontarie nella Sewa Bank di Ahmedabad. Foto di Marco Restelli

Dietro agli sportelli della banca, affaccendate ai computer o sedute su divanetti a parlare con le “clienti”, ci sono signore e ragazze, dall’aria istruita e sorridente: sono membri della Sewa, impiegate ma anche studentesse che fanno volontariato qui. Davanti e intorno a loro ci sono donne con il viso segnato dal troppo sole preso nei campi, giunte qui per avere accesso a un microcredito. Per le ragioni più svariate: impiantare una piccola cooperativa per la distribuzione del latte o la produzione di tessuti al telaio; oppure, più semplicemente,  trovare i soldi per la cerimonia di nozze, che in India è molto costosa. O ancora, ottenere sostegno legale e politico per un’azione collettiva, finalizzata (per esempio) a far arrivare l’acqua potabile nel proprio villaggio. Perché sono ancora tanti, in India, i villaggi nelle zone più aride sprovvisti di acqua corrente; e questo è un problema che tradizionalmente ricade sulle spalle delle donne. “Ricade sulle spalle” in senso letterale, fisico: nella società rurale indiana l’approvvigionamento di acqua potabile è un’incombenza tradizionalmente femminile, e se non arriva acqua nelle case sono le madri di famiglia a dover andare a prenderla dal pozzo del villaggio vicino. Si caricano la giara piena d’acqua sulle spalle e poi camminano. Talvolta per chilometri.

Insomma, nel ricco Gujarat, in fondo alla scala sociale ci sono le donne delle campagne. E per capire chi siano basta guardare fuori dalla porta. Sul marciapiede antistante la banca c’è un grande albero, alla cui ombra si sta svolgendo una riunione di contadine, con una militante della Sewa che spiega loro il funzionamento del microcredito. I sari delle donne sono logori, evidente segno di povertà, e peraltro neanche la sede dell’assemblea – l’ombra di un albero in città – può essere definita “da convention”…però la Sewa funziona. Forse proprio per il suo spirito militante.

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Riunione di contadine della Sewa in strada, ad Ahmedabad. Foto di Marco Restelli

«La Sewa Bank – che oggi ha altre tre filiali oltre a questa sede centrale – nacque nel 1973, quando Ela Bhatt andò alla Banca Centrale dell’India a proporre l’idea di un istituto di microcredito dedicato solo alle donne povere» dice ancora Pandya. «Con sua sorpresa le risposero di sì: bastavano 40mila rupie come garanzia e lei poteva aprire la banca. Dove trovare quei soldi? Ela e le altre girarono le campagne per dire alle donne: “potete depositare anche poche rupie ciascuna per aprire un conto, e con gli interessi vi finanzieremo”. Trovammo 400 donne. Così nacque la prima banca indiana di microcredito per le donne. Certo, i problemi furono, sin dall’inizio, giganteschi. A partire da quello della firma sul conto corrente: moltissime donne erano analfabete. E moltissime, nelle caste più basse, lo sono ancora oggi. Problema risolto così: chiediamo alla donna il suo nome, lo scriviamo, lei passa con la penna sulla scritta, e così firma».

Tutto questo accade pure oggi nel rampante Gujarat, uno degli stati-simbolo del boom economico indiano e delle sue diseguali ricadute sociali. Da un decennio questo stato è governato da Narendra Modi, un satrapo che ha costruito il proprio successo politico con un mix di liberismo selvaggio e aggressivo fondamentalismo hindu. Il Gujarat è una roccaforte della destra hindu (le cui formazioni estremiste si sono macchiate di gravi fatti di sangue ai danni dei musulmani); ma è anche lo stato natale di Mohandas Karamchand Gandhi detto il Mahatma, cioè la  Grande Anima, che dell’induismo aveva una visione opposta a  quella dei fondamentalisti odierni. Dal 1915 al 1930 il Mahatma visse proprio qui ad Ahmedabad, nel suo ashram (un ritiro spirituale) sulla riva del fiume Sabarmati, che oggi è sede della Gandhi Foundation, tuttora sede di dialogo interreligioso fra le varie comunità indiane. Qui Gandhi accoglieva la gente che veniva a parlargli da tutta l’India e qui programmò alcune delle sue più celebri campagne politiche. Sempre qui, ad Ahmedabad,  c’è anche la Gujarati Vidyapit, l’unica università gandhiana del mondo, che perpetua anche oggi nella didattica gli ideali del suo fondatore e primo rettore, il Mahatma. Qui dunque, più che in qualsiasi altro stato dell’India, è ancora viva la memoria di Gandhi. Perciò la Sewa non poteva nascere che qui. E fra i movimenti gandhiani ancora attivi, questo sindacato femminile è uno dei frutti migliori, perché ha saputo attualizzare l’eredità politica del gandhismo.

«Le donne a cui ci rivolgiamo lavorano sin da bambine per sopravvivere, e spesso non sono andate a scuola. Fanno lavori manuali, e la mancanza di istruzione blocca ogni mobilità sociale, creando un circolo vizioso anche per le loro figlie. Noi cerchiamo di spezzare quel circolo: andiamo nelle campagne a parlare non solo di microcredito ma di assistenza sanitaria, di pensioni, di diritto familiare,  di nutrizione corretta, di educazione sessuale. Insomma il nostro sindacato fa un lavoro non solo sindacale, ma anche educativo. E la nostra banca finanzia programmi di ogni genere, dalla scolarizzazione delle analfabete all’acquisto di pannelli solari per uso domestico, rimborsabili in micro-rate», continua Pandya. Poi fa una pausa, fissandomi negli occhi perché io – maschio e occidentale – capisca bene: «sia chiaro, noi non facciamo beneficenza e non ne accettiamo nemmeno: facciamo politica economica al femminile. E tutto questo è nato dalla visione di Ela Bhatt».

Il nome di Ela Bhatt è ormai un mito per tante donne indiane. E’ una sorta di “grande madre” del movimento sindacale e femminista dell’India: «femminismo per me significa credere nella profonda uguaglianza della differenza», ripeteva. «Sono le donne il motore segreto dello sviluppo». Bhatt andava nei villaggi a spiegare alle donne le possibilità offerte dalla Sewa e si scontrava con i loro mariti che temevano la nuova indipendenza economica delle mogli. Ai mariti spiegava allora che «Sewa è per le donne, ma i vantaggi che ne derivano sono per tutta la famiglia, quindi anche per gli uomini». Nata nel 1935, Bhatt  decise di ritirarsi dalla guida della Sewa nel 1994 «per far crescere le giovani», ma mantiene sul “suo” sindacato  una sorta di autorità spirituale indiscussa. Gli ampi riconoscimenti ottenuti dalla sua azione con la Sewa l’hanno condotta prima a un seggio al Parlamento indiano e poi, per alcuni anni, alla presidenza della Women’s World Banking, della International Alliance of Home-based Workers (HomeNet) e di Women in Informal. Oggi, la storia delle sue lotte e il suo pensiero sono affidati a un bellissimo libro, We are Poor but so Many. The Story of Self-employed Women in India. Pubblicato nel 2006 dalla Oxford University Press, attende ancora una traduzione in italiano.

Tuttora la Sewa si mantiene fedele alla originaria ispirazione gandhiana – nonviolenza, egualitarismo, pace, semplicità – all’interno della quale la vita di villaggio e il lavoro delle campagne non sono viste come un retaggio di un passato da superare bensì come una grande risorsa e anzi un vero modello di vita; all’insegna di quel “piccolo è bello” che Gandhi sostenne sempre – facendone il padre nobile di tante elaborazioni ecologiste anche in Occidente – e che fa a pugni con lo sviluppo industriale selvaggio dell’India contemporanea. Ma ciò non significa che le donne della Sewa non si misurino con gli strumenti della contemporaneità.  Un esempio è la radio del sindacato, che trasmette ormai in tutta l’India. Un altro esempio è una cooperativa di video-maker molto “particolare” (come sempre, nella Sewa): venne fondata nel 1984 da un gruppo di donne quasi tutte analfabete fra cui Lilaben Dantani, una venditrice ambulante di verdura. Dantani non sapeva leggere i comandi sui tasti della cinepresa, ma a insegnarle cosa significano “play” e “rewind” fu la celebre giornalista televisiva americana Martha Stuart, che venne qui ad Ahmedabad come volontaria  (portando con sè la figlia) per tenere un corso di video-making.

Martha Stuart era una delle Sewa Sisters, come si chiamano ancora le donne di tutto il mondo –  spesso professioniste affermate nel loro campo – che si offrono alla Sewa per insegnare ciò che sanno alle indiane, in una istituzione appositamente fondata, la Sewa Academy. Stuart tenne un corso gratuito di tre settimane e la verduraia analfabeta ne uscì agguerrita documentarista: girò una video-inchiesta sullo sfruttamento e sui soprusi della polizia ai danni dei venditori ambulanti senza licenza. Risultato: negli anni a seguire centinaia di ambulanti di Ahmedabad vennero regolarizzati ottenendo la licenza di vendita. «Non sapevo leggere e venivo da una famiglia di verdurai ambulanti:  la mia vita non aveva alcuna speranza di cambiamento. Finché non ho incontrato la Sewa», dice con semplicità Lilaben Dantani, oggi documentarista. «Ogni donna povera è condannata dal destino se non le si offre un’occasione. Ma adesso non mi sento più sola. Certo nella mia casa non è ancora arrivata l’elettricità, però grazie alla Sewa sono diventata una video-maker, e ho imparato a denunciare con le immagini ciò che voglio dire». Attualmente la cooperativa femminile Video Sewa produce documentari sui temi più svariati, dalle questioni ambientali all’analfabetismo giovanile all’educazione sanitaria nelle campagne, e molti di questi documentari e cortometraggi sono stati premiati in vari festival di tutto il mondo, l’ultimo dei quali a Bologna nel 2007. Anche la TV di Stato indiana, Doordarshan, ne ha trasmessi alcuni. Così la cooperativa Video Sewa è diventata un fiore all’occhiello del sindacato. Il seme gettato da Martha Stuart ha dato ottimi frutti.

«Spesso le Sewa Sisters che arrivano ad Ahmedabad passano anche qui da noi,

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Kinnari Bhatt, direttrice del Gandhi Ashram ad Ahmedabad. Foto di Marco Restelli

per documentarsi sul pensiero e la vita del Mahatma: qui c’è un archivio immenso su di lui», spiega Kinnari Bhatt, portavoce del Sabarmati Ashram. Questo “sancta sanctorum” del gandhismo è così chiamato perché sorge sulle rive del fiume Sabarmati, in un luogo che un tempo era in campagna ma ora è inglobato nel tessuto urbano di Ahmedabad.Fra il 1915 e il 1930 fu la casa, il centro politico e il ritiro spirituale del Mahatma; ora è sede di una fondazione dedicata a perpetuare il suo pensiero, e di un museo. Un museo commovente, perché contiene – oltre a varie foto sull’epoca storica di Gandhi -  i pochissimi beni materiali che appartennero all’uomo: sandali, occhiali, libri, un arcolaio per tessersi i vestiti, un bastoncino di bambù…e null’altro. Gandhi non era un politico. Era un asceta che faceva politica.

Nel Sabarmati Ashram si avverte lo stesso spirito concreto, la stessa ispirazione politica e lo stesso “gandhismo al femminile” che si trova nella sede della Sewa. Il tutto in un’atmofera di assoluta informalità e semplicità, come appunto alla Sewa. Un’atmosfera che percepisco sin dal primo approccio: quando mi presento alla portavoce dell’ashram, Kinnari Bhatt, e le offro il mio biglietto da visita, lei mi risponde con un sorriso dolcemente ironico: «ah, già, il bigliettino con la carica…mi scusi ma non ce l’ho. Benché io sia una dirigente, qui siamo tutti uguali, e non li usiamo». Mi guardo intorno, e quasi tutti i membri della fondazione gandhiana sono donne. Molte delle quali collaborano ai progetti della Sewa.

Mentre Kinnari Bhatt mi parla del Mahatma, dell’ashram e delle attività in corso, mi accorgo che si riferisce a Gandhi parlando al presente, come se fosse vivo. Mi sorge spontaneo chiedermi per quanti indiani, oggi, Gandhi sia ancora “vivo”. L’India attuale è molto diversa da come Gandhi l’aveva sognata. Per Gandhi,

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Omaggio alla casa di Gandhi, nel suo ashram ad Ahmedabad. Foto di Marco Restelli

l’India doveva conquistare, insieme all’indipendenza politica dai colonialisti, l’indipendenza morale dai modelli occidentali: la sua visione del mondo era molto lontana dal capitalismo imperante oggi nella globalizzazione. Nonostante tutto, il Mahatma è ancora vivo per i due uomini adulti, giunti qui come pellegrini ad un tempio, che si genuflettono di fronte al suo ritratto. E’ esposto nel patio della semplicissima casetta, circondata dagli alberi, dove viveva: tre stanze, una per lui e la moglie Kasturba, una per accogliere gli ospiti, una per meditare leggere e commentare (con ospiti e seguaci) la Bhagavad Gita, la Bibbia, i testi sacri di varie religioni.

In ossequio all’ispirazione spirituale del Mahatma, che cercava il dialogo con i rappresentanti di tutte le religioni, al Sabarmati Ashram si tengono incontri di pacificazione (quanto mai necessaria in Gujarat) fra i rappresentanti delle ben tredici comunità religiose presenti ad Ahamedabad. Già, tredici: Ahmedabad riflette in piccolo quel museo mondiale delle religioni che è l’India. Ecco le comunità religiose presenti in città: tre sampradaya (tradizioni spirituali) hindu,  tre denominazioni cristiane (compresi i cattolici), musulmani sciiti e musulmani sunniti, e poi sikh, giainisti, buddhisti, parsi zoroastriani e anche ebrei (una comunità di 200 persone con una sinagoga attiva).

Una volta all’anno, per cercare di appianare le controversie che dividono le loro comunità, si riuniscono qui, intorno a  questa casetta; qui dove Gandhi pregava ma faceva anche tremare l’impero britannico. Da qui infatti, nel 1930, il Mahatma diede l’avvio alla celeberrima “marcia del sale”,  per contestare la tassa coloniale imposta su questo bene primario. Lui e altri 78 seguaci partirono a piedi da Sabarmati e, dopo 380 kilometri di marcia, arrivarono al mare in decine di migliaia, tutte persone aggiuntesi lungo il cammino. Sulla spiaggia, Gandhi sollevò il sale e disse: «questo è di tutti». Quel suo semplice gesto scatenò tali manifestazioni di massa in tutta l’India che gli inglesi, per sedarle, dovettero sbattere in galera più di sessantamila indiani. Niente male, per uno che Winston Churchill definiva «solo un fachiro seminudo».
Mi chiedo dunque quanto sia “vivo” e attuale, tutto questo, per gli studenti e le studentesse che gironzolano, ridono, amoreggiano e si sdraiano sui prati del Sabarmati Ashram.

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Studenti indiani in visita all'ashram di Gandhi ad Ahmedabad. Foto di Marco Restelli

Certo, per gli scolari del Gujarat la visita al Sabarmati Ashram è d’obbligo, come per gli studenti italiani il rito della visita ai vari Musei del Risorgimento. Ma Gandhi, “il padre della patria”, è per loro un mito lontano come Garibaldi lo è per i nostri ragazzi? Certo non sembrerebbe, a visitare un’altra istituzione gandhiana in città: la Gujarat Vidyapith, l’università fondata dal Mahatma nel 1920. E’ l’unica università gandhiana del mondo. Ed è “gandhiana” non tanto perché il Mahatma (attento alla pedagogia e all’istruzione) ne fu il primo rettore, bensì perché i suoi corsi rivelano subito l’impronta dei valori gandhiani. Accanto a Economia si insegna “Lineamenti di un ordine sociale nonviolento”. E in quale altra università si potrebbero trovare esami come “Educazione alla pace e al disarmo”, “Etica e business”, “Filosofia gandhiana”, “Arte e ahimsa”? L’ahimsa, la nonviolenza gandhiana, permea tutti gli insegnamenti di questa università unica nel suo genere. A farmi da guida in questa istituzione è ancora una volta una donna, ma stavolta si tratta di un’italiana: Sonia Deotto. Trasferitasi da Milano ad Ahmedabad nel 2004, è lei la docente di “Arte e ahimsa”. Sulla porta del suo Istituto c’è una frase del Mahatma: «La vera arte impara dalla natura, non lotta contro di essa». E’ lei a organizzare gli incontri interreligiosi che si svolgono nel Sabarmati Ashram, a ulteriore riprova di come siano collegate tutte le istituzioni gandhiane della città. Ed è ancora lei a organizzare «eventi artistici di impronta gandhiana» non solo qui ma anche all’estero. «Perché gli insegnamenti di Gandhi sono per tutti, non soltanto per gli indiani», spiega. Sonia lavora da anni a un progetto internazionale che coniughi «eventi di pace e performance artistiche» in tutto il globo. Si chiama Ora World Mandala,  dove O.R.A. sta per  Organism for Reconciliation through Art: un disegno di riconciliazione mondiale attraverso l’arte, un’utopia assolutamente gandhiana. Nell’ambito di questo progetto, Sonia ha lavorato a lungo anche in Messico, con gli indios del Chiapas e di altre regioni, sui temi della democrazia partecipativa, del disarmo e dell’educazione alla pace. Finendo per riunire in una grande manifestazione/performance indios di varie comunità: tutti intorno alla statua del Mahatma Gandhi che si trova in una piazza di Città del Messico.

«Molti ragazzi della nostra università credono in questo progetto. Sono ragazzi diversi dalla media dei loro coetanei indiani, non vogliono soltanto arricchirsi, hanno altri valori», mi dice sorridendo Sonia. «Ora è mattino, vieni a vedere come fanno prima  dell’inizio delle lezioni: così capirai lo spirito di questa università». Con queste parole Sonia mi conduce nell’Aula Magna della Gujarat Vidyapith. E lo spettacolo che mi si para davanti agli occhi è inusuale in una istituzione universitaria: alcune centinaia di ragazzi e ragazze seduti a terra in raccoglimento, ascoltando un canto di meditazione eseguito da un musico. Accanto a ciascuno studente c’è una specie di valigetta ventiquattr’ore di legno, chiusa. Sono tutti in divisa, per cancellare le differenze di origine sociale: camicione a righe sopra pantaloni bianchi per i maschi, la stessa cosa più uno scialle bianco sulle spalle per le ragazze. Ma ecco la sorpresa: al termine della musica, ogni studente – ma anche alcuni professori, seduti in mezzo ai ragazzi – apre la “valigetta” che si rivela essere un piccolo arcolaio portatile. Proprio come quello che usava Gandhi per tessere i propri abiti. Così, tutti insieme,  studenti e docenti della Gujarat Vidyapith compiono un rito arcaico, un gesto che per il Mahatma aveva un profondo significato simbolico: tessono i propri abiti.

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Studenti dell'Università Gandhiana di Ahmedabad tessono nell'Aula Magna. Foto di Marco Restelli

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Una docente dell’Università Gandhiana di Ahmedabad tesse con l’arcolaio. Foto di Marco Restelli

Un gesto che per Gandhi significava molte cose: indipendenza dalle industrie tessili britanniche; adesione alla tradizione indiana; scelta di uno stile di vita modesto e privo di inutili vanità; consapevolezza del proprio corpo, dei propri gesti; presa di coscienza di se stessi attraverso un’umile attività manuale.

Un gesto politico e, insieme, una meditazione.

Rifatto oggi, da studenti universitari, quel gesto risulta provocatoriamente inattuale. Quasi una sfida silenziosa alla frenesia consumista del presente.

Un gesto nonviolento.

Osservo questi ragazzi seduti a terra nell’Aula Magna: sono studenti di economia, di informatica, di scienze politiche, ma come massaie esperte tessono la propria tela sul piccolo arcolaio. Più tardi andranno a lezione, disperdendosi per l’università; ma ora  sono qui, insieme. Concentrati, silenziosi. In un angolo della grande sala, in piedi accanto a me, Sonia sorride. Io ripenso a ciò che ho visto ad Ahmedabad: le donne della Sewa, quelle del Sabarmati Ashram, e questi studenti.

No, il Mahatma non sarà davvero morto fino a quando qualcuno continuerà a sognare il suo sogno.

 


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