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Il governo Monti, in principio, si era presentato particolarmente attento non solo alle priorità dimenticate, ma anche alla propria immagine. Monti e i suoi ministri parlavano da politici navigati, a cominciare dai suggerimenti dati ai giornalisti: “Chiamatelo decreto Salva Italia”; “Chiamatelo decreto Cresci Italia”. Poi qualcosa si è inceppato, il governo ha dovuto fare i conti con la dura realtà fatta di numeri e di dati spesso poco lusinghieri per il nostro Paese. Ogni mossa dell'esecutivo si è rivelata così un'arma a doppio taglio: da una parte il plauso della comunità internazionale, dall'altra la crescente delusione (Monti ha perso via via consensi) dei cittadini troppo discostati dalle logiche di Bruxelles e di Berlino nonché l'acuirsi di una tensione sociale paventata anche mediaticamente. Tutto quello che il governo ha fatto finora – sempre meglio del niente dei predecessori, non mi stancherò mai di ripeterlo – è stato proiettato “in una prospettiva di crescita”. E intanto il tasso di disoccupazione, tanto per dirne una, è aumentato oltre il 10%. Tempo fa Bersani disse una cosa che a ripensarci oggi sottoscrivo ancora di più. Riassumo: bene il governo tecnico, ma in futuro saranno di nuovo necessari i partiti perché ai tecnici manca quella “sensibilità” che invece caratterizza (o dovrebbe caratterizzare) la vita politica. Al governo Monti è mancato proprio questo. Tra le misure obbligate, i cui benefici ne trarremo chissà quando, non vi è stato nulla di immediato, niente da toccare subito con mano. Si è parlato solo e soltanto di lungo periodo, del ruolo fondamentale che l'Italia interpreta di nuovo in sede europea, di eurobond, di Germania, crescita e rigore. Tutto giusto, per carità. Ma qualcuno ha pensato anche alla casalinga di Voghera?
