Cose polacche (Varsavia, Lodz, Danzica, Poznan e il mare)

Creato il 18 agosto 2012 da Elettra

(Forse la linea di demarcazione tra l’adolescenza e l’età adulta è l’arrivare al giorno prima della partenza ancora in affanno per le cose di tutti i giorni e chiudere la valigia, buttandoci dentro cose alla rinfusa, dieci minuti dieci prima di partire).

Varsavia
Ryanair è com un centro commerciale: continui annunci pubblicitari e di prodotti in vendita per due ore di viaggio. L’aeroporto di Varsavia, il secondo, è una bella stazione ferroviaria immersa nel verde dove è più semplice, per arrivare in centro, contrattare con un tassista che parla due parole di inglese, che capire quale bus e poi treno prendere.
Siamo vicini alla stazione ma me ne accorgo solo a sera tarda vedendo le prostitute serie e con i seni enormi camminare sui marciapiedi vicino ai palazzi bassi. Tutt’intorno è un brulichio silenzioso, che scema con il passare del tempo, di ragazze bellissime che si accompagnano a ragazzi brutti che bevono e fumano nei locali piccoli ed accoglienti e con poca luce dentro. Sarà che è inizio settimana o che non siamo nel mediterraneo, ma è tutto molto soffuso tranne per il grattacielo sovietico, unica testimonianza tangibile ad occhio nudo della Russia che fu e che, suo malgrado probabilmente, svetta insieme ai grattacieli moderni di alberghi e negozi globali, illuminati a giorno ma contemporaneamente spettrali. Il centro è architettura mitteleuropea classica alternata a posti turistici ma silenziosi e alle università e alle chiese cattoliche imponenti. Ci scontriamo con la biblioteca universitaria che nel buio e nel silenzio è un corpo magnetico. Nei locali delle corti dei palazzi che non ti aspetti si trova tutta la varietà umana polacca, due ragazze si baciano sul divanetto rosso del locale rosso con le luci rosse dove beviamo. Un ragazzo ci prova con la barista, la barista vuole scopare con l’altro barista. Lo sappiamo anche senza conoscere il polacco.
Ritmi giamaicani è il mood del viaggio: facciamo colazioni morbide, passeggiamo piano ma molto. Lungo la strada delle ambasciate faccio foto al vetro specchiato di quella americana, il militare di guardia mi intima di cancellarle: non sa che sono una che si fotografa davanti agli specchi. Il Museo di Arte Contemporanea è un bel palazzetto immerso in una macchia di verde fittissima, un gioiello con pochissimi visitatori ma innumerevoli guardie, più che altro donne cinquantenni, che si alzano non appena varchi la soglia della sala. Esposizioni interessanti, una sorta di studio ben fatto e ben reinterpretato di cose già viste. Ritmi giamaicani nel cuore della Polonia: basta il sole un po’ più caldo, il cielo che ha smesso di minacciare pioggia e delle amache. Mi dondoli un altro po’? Passa un’ora e non ce ne accorgiamo.
Ritorniamo alla biblioteca che di giorno è magnetica ma viva: vetro, cemento, ferro e verde. Una struttura insieme leggera e maestosa, un continuo viavai di adulti e bambini, colori e libri. E il giardino enorme sul tetto, noi, i ritmi giamaicani, i programmi futuri, la gente che passa.

Lodz (intermezzo)
Due ore di treno e una signora che ci osserva mentre legge il suo giornale di gossip polacchi e arriviamo a Lodz, città industriale, città strana, città indecifrabile forse perché una giornata o un anno non bastano a capire le città (che poi sono le città a capire te e ad aderirti come tu vuoi, lasciandoti credere di averle capite).
Restano i palazzoni dritti e grigi nei pressi della stazione, un po’ rotti e un po’ ricostruiti, le strade vuote, vuotissime e i cortili pieni di bambini che giocano e si rincorrono. Il centro lungo, classico, uguale, che sembra una scenografia tirata a lucido che confluisce all’improvviso di nuovo tra i palazzoni, le piazze rotonde ed enormi e piene di macchine, i negozi con i manichini dalle parrucche stoppose. E poi il Manufaktura, gioiello della città: classica riconversione di fabbrica a centro culturale e di aggregazione, con tutto dentro e tutta la varietà umana immaginabile, che varca i cancelli in massa e poi prende direzioni diverse.

(Le consuetudini sono importanti, crearle ovunque è necessario. Superare l’ansia del dover vedere tutto e per forza è emanciparsi. Sappiamo che ci sono posti belli e che ci fanno stare bene: alla fine per quanto si possa decidere di girare e scoprire, certe volte i passi vanno proprio lì. E allora cena israeliana a Varsavia, di nuovo, perché no? Poi dopo facciamo due passi a zonzo e dove capita, vediamo le prostitute all’angolo della strada e la fila per comprare l’alcool, fa freddo, domani partiamo per Danzica. C’è una festa nel palazzo di fronte, ci siamo anche noi).

Danzica
(E’ sui mezzi pubblici che vedi le interazioni sociali. Cosa fa la gente per sei che poi diventano quasi sette ore su un treno. Cosa mangia, cosa legge, cosa guarda, come dorme, come piange, come sbuffa. E le persone guardano noi, come ridiamo, cosa guardiamo, come ci annoiamo, come stendiamo le gambe, cosa ci diciamo, come ci guardiamo. Racconteranno di noi, della ragazza col vestito a righe che dorme a bocca aperta, legge libri di 900 pagine, ride e poi si annoia. Racconteremo di loro, del signore vecchio che beve una marca fasulla di coca cola e gira solo con uno zaino, della madre e della figlia che sono l’una lo specchio dell’altra, della figlia che mi sta antipatica e che mi osserva quando non dorme, della mamma che pinge appena sa che la figlia si è addormentata e guarda fuori, con gli occhi rossi, poi mette gli occhiali da sole ma il naso resta paonazzo. Intanto il panorama è tedioso e piatto).
Danzica è vivissima. Di una vivacità diversa dalla capitale ma molto intensa, lo si capisce dalla stazione e dal centro che non è una scenografia e basta ma un posto abitato da persone vere che convivono con noi turisti. Danzica è fredda, sferzata da un vento gelido che viene dal Baltico. I bar e i locali sono il posto migliore dove rifugiare e mettere al riparo dei corpi mediterranei. Il caso vuole che un posto bello, di quelli che nella vita vera frequenteremmo ad occhi chiusi, sia sotto casa. Una sera, due sere, tre sere. Poter dire il corrispettivo meno cinematografico de “il solito” al barista che ci riconosce, farci consigliare varianti che secondo le scelte precedenti potrebbero piacerci: le consuetudini.
Si segue il flusso delle persone per strada la mattina e ci ferma a guardare questo e quel palazzo, lo stile è quello del nord, blu, rossi, verdi accesi, le cattedrali sono severe all’esterno e imponenti dentro ma gli arredi cattolici sembrano più kitsch degli austeri arredi protestanti e molto più simili a quelli ortodossi. Gli ex voto sono uguali e ammassati uno accanto all’altro a quelli che ci sono a Pompei. Camminiamo lungo il canale che sfocia a mare: bancarelle, ambra di plastica, ambra più o meno vera, pelle e cibo, tanto cibo, cibo ad ogni angolo, di ogni tipo e polacchi che mangiano sempre, qualsiasi cosa a qualsiasi ora del giorno e della sera, gli odori alle volte sono disgustosi e alla lunga lo è anche vedere continuamente pane nero con lardo e cetrioli a portar via, sempre, ovunque.
Danzica è una città portuale ed è una città industriale, le due anime si sposano perfettamente all’interno dei Doki, una di quelle cose che non ci aspettavamo di trovare, una di quelle cose che ci rapisce dal primo istante, una di quelle cose cambia indirizzo al pomeriggio che trascorriamo tra fabbriche dismesse e distrutte e non ancora riqualificate. Qui non è Berlino. Le fabbriche sono ancora sventrate dal lavoro che non c’è più, da Walesa che è diventato presidente. In quelle ancora in piedi ci sono esposizioni d’arte contemporanea che guarda a quando il lavoro qui c’era. Nelle altre si lavora ancora, uomini in macchine scassate, uomini a piedi con giubbotto e marsupio. Gli anni ’80, gli anni ’90, gli anni ’00. Le facce, sono sempre quelle. Le fabbriche non sono riqualificate. Sono così e basta. Qui non è Berlino.

La mia bici è verde acqua, una graziella col cestino e il freno a pedali. Il vento nei capelli e sulle gambe, nonostante il freddo, nude. Le imbarchiamo sul traghetto, due ore di mare agitato e ragazzi che reggono i capelli alle fidanzate che vomitano e siamo ad Hel, la punta dell’istmo di terra che sporge dalla Polonia nel Mar Baltico e che guarda il suo interno e Kaliningrad. 10 km in bici lungo sentieri di conifere che oscurano il sole, tra dune di sabbia bianchissima e il mare che non è poi così freddo, è il vento, che soffia dal nord, ad essere gelido. 10 km, pochissime parole, solo pedalare e puntare la testa in avanti per superare le salite. La graziella non è una bici da sentiero, ma aveva il cestino.
Ritmi giamaicani sempre e comunque, colazioni lente ad osservare. E’ domenica, andiamo di nuovo al mare. Aspetta che metto il maglione e il giubbotto, passami la sciarpa. Sopot ci pare di capire sia il troiaio della costa polacca, che di domenica dà il meglio di sé in quanto a sociologia spicciola e birre sulla spiaggia. Ci sono i negozi per i russi con i soldi, i posti per i polacchi benestanti, il pontile più lungo d’Europa per accedere al quale bisogna pagare. Noi lo struscio non lo facciamo e perché mai quando poco più in là c’è una spiaggia bianca e delle sdraio al sole con la cappottina per proteggersi dal vento gelido che viene dal Baltico sulle quali stare a far finta che sia agosto mentre gli adolescenti provano tecniche di approccio uguali in tutto il mondo e le le adolescenti fanno finta di schernirsi.

Poznan
(C’è una studentessa accanto a noi, caschetto rosso guarda un film sul suo computer portatile e mangia cornettini preparati in casa e messi nei contenitori di plastica degli studenti fuori sede, beve caffè dal termos e ha le mani piccole. Non guarda mai fuori. E’ noioso per noi il panorama, immagino che lo sia anche per lei che torna all’università dopo qualche giorno trascorso a casa, come ogni volta da un po’ di tempo).
Poznan, ultima tappa, Poznan, sì città universitaria ma poi? Poznan architetture maestose a ridosso del centro che si stagliano nel cielo limpido ma alto, schizzato di bianco qua e là.
Alle due del pomeriggio Poznan è deserta e zitta come le città del mediterraneo alle due del pomeriggio, come se anche qui esistesse una sorta di controra durante quale la gente mangia, dorme, rifiata. Poznan è un po’ più calda o forse abbiamo avuto troppo freddo a Danzica, Poznan è più rilassata o forse la gente è tutta nel centro commerciale più grande del mondo come effettivamente poi vedremo (sulle dimensioni non possiamo relativizzare). Pranzi vegetariani e dolci da raccontare a mio padre, ci incamminiamo verso il centro della città e la sua piazza, perfettamente quadrata con al centro la torre dell’orologio con le capre che a mezzogiorno ogni giorno da trecento anni si incornano per il divertimento dei turisti. La perfetta pulizia, eleganza e l’aria classica che si respira nei centri delle città del nord si alterna qui alle strade dissestate che portano fuori da essi, un po’ più sporche, grigie e depresse, ottima location per più o meno discreti club per soli uomini dalle vetrine ampie ma oscurate, i sexy shop, i negozi con i manichini dalle parrucche stoppose fino al più grande centro commerciale del mondo (come continuano a ripeterci) classico esempio di riqualificazione di fabbrica, come a Lodz ma fatto meglio. La fabbrica che diventa centro commerciale: c’è qualcosa di simbolico, mi pare, ma ci sono troppi negozi e un parco incantevole e una promessa da andare ad assistere, per soffermarmi sui tempi che cambiano signora mia.
Il lunedì sera Poznan è deserta, c’è gente nei bar e nei locali – che sono belli, dove si mangia bene e si beve bene – ma per strada ci siamo solo noi e i pensieri di metà agosto.
Poznan ultimo giorno, ritmi giamaicani, un letto rosso, cereali al miele e al cioccolato insieme. C’è di nuovo il sole, ci sono esposizioni belle di gioielli belli, le api che mi ronzano intorno sempre, le capre che si incornano loro e nostro malgrado.
E i giardini dentro e fuori le pareti degli edifici, dove mangiare insalate e bere vino fresco, piccole Parigi ovunque nel mondo.
E poi ci sono i pensieri di metà agosto, di fine viaggio, di basta rimandare, vabbè poi la settimana prossima vediamo che ci inseguono e si attaccano addosso ma poi si diluiscono, così, all’improvviso in volo, su chilometri di verde, campi gialli e ancora più noiosi dall’alto, tempia sulla tempia.


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