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[Cronica Ateniese] Io casualmente lo nacqui

Da Subarralliccu @subarralliccu

[Cronica Ateniese] Io casualmente lo nacqui

Quando in terza superiore ho iniziato a fare filosofia ho pensato che fosse una bellissima materia; tutta questa gente che si fa domande e si da le risposte più disparate mi stimolava assai, anche se non abbastanza da non farmi lasciare il debito in quarta superiore.

In quinta ho gettato la spugna al secondo quadrimestre non appena ho scoperto che non avrei avuto la professoressa di filosofia in commissione d’esame. Ora un po’ me ne pento, ma sono errori di gioventù a cui si può rimediare col tempo. Quel che ricordo di quelle prime ore di lezione sono una classe troppo piccola per contenerci tutti nell’istituto vecchio del liceo scientifico in cui studiavo, la prof che ci confessa di non insegnare per passione ma per necessità e poi quelle domande, le tipiche domande: “chi siamo?”, “da dove veniamo?”, “perché siamo qui?” e via dicendo.

Sono passati molti anni, ormai non sono più alle superiori e i miei vecchi professori neanche mi riconoscono se li incrocio per strada. Però davanti allo scientifico ci passo lo stesso, ogni tanto – mi muovo a piedi che non mi sono manco presa la patente –  e quando calpesto il marciapiede davanti al cancello dell’istituto vecchio nero come sempre, spero di incrociare qualche viso dal passato, ma non capita quasi mai. Incrocio, però, i ragazzi che ci studiano e mi sembra di rivedermi lì in mezzo con gli occhiali e un serio problema di abbigliamento.

Quindi i domandoni esistenziali ti si parano davanti a 17 anni e in quei momenti succede sempre la stessa cosa: alla domanda “da dove veniamo?” c’è qualcuno che fa la solita battuta gridando il nome della città in cui è nato a voce abbastanza alta da farsi sentire da tutta la classe. Sfortunatamente anche dalla professoressa che, scandendo con lentezza nome e cognome del malcapitato lo iscrive nel libro degli interrogati della lezione successiva.

Ma dicevo che questo simpatico guascone griderà, in risposta alla secolare domanda, il nome della propria madrepatria insomma della sua città di appartenenza. A quei tempi metà classe alzò gli occhi al cielo per la pessima battuta, l’altra metà sorrise senza però fiatare e nessuno pensò che fosse una risposta con un minimo di senso.

Ora invece penso che avesse senso e se fossi stata nella professoressa avrei cercato di approfondire l’argomento perché nessuno di noi può scegliere dove nascere, nessuno di noi può scegliere “da dove viene”, ma dal luogo in cui nasce può partire per arrivare ovunque voglia. La seconda domanda che avrei posto ai miei alunni sarebbe stata se avrebbero preferito nascere altrove, magari in uno stato più ricco o dove si parla inglese così non siamo costretti a studiarlo a scuola. Però da adolescente mica ci pensi alla casualità del luogo in cui sei nata che ti lega a tutti gli esseri umani che, come te, sono nati casualmente tuoi vicini di casa o dall’altra parte del mondo.

Sembro una vecchia nostalgica, vero? Lo sono, molto. Però la mia intenzione non era annoiare con vecchi ricordi di un’adolescenza ormai passata, ma di giustificare e motivare quello che farò nel futuro e cioè cercare di descrivere la città in cui casualmente sono nata. Ho passato una settimana a cercare di capire cosa ne avrei potuto scrivere, che parte descriverne prima, cosa la caratterizzi e chi la caratterizzi, ma proprio non lo so. Non so cosa renda la mia città migliore o peggiore delle altre e tanto meno cosa distingua i miei concittadini da quelli che vivono nel paese accanto o in un altro continente.

So che casualmente mi son ritrovata a nascere in una cittadina al centro di un’isola che si trova al centro del Mediterraneo e, sempre casualmente, cercherò di raccontarla.


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