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Da Leonard Cohen a Patti Smith: quando la musica è poesia (Parte II)

Creato il 25 gennaio 2011 da Sulromanzo

Patti SmithNell'articolo dello scorso mese avevamo introdotto il tema che tratta il rapporto tra musica e poesia attraverso alcune strofe di Bob Dylan e Bruce Springsteen.

Continuando nella disamina di interpreti che, con i loro versi, hanno permesso a queste due diverse espressioni artistiche di intrecciarsi sempre più nel corso degli anni, mi pare più che doveroso citare in primis Leonard Cohen. Nato in Canada, da una famiglia ebraica, Cohen è dapprima poeta e poi cantautore. La sua prima raccolta di componimenti poetici risale infatti al 1956, ovvero dieci anni prima che raggiungesse il successo come cantante grazie alla stupenda “Suzanne” (forse ancora oggi il suo brano più famoso). Leonard Cohen è l'artista che probabilmente rappresenta più di tutti l'essenza della fusione tra versi poetici e musicali. Spesso tacciato di trasmettere quella stessa depressione che lo ha afflitto fin da giovane (i temi della depressione e del suicidio sono di fatto ricorrenti nell'opera di Cohen), ha rielaborato personalmente il genere folk e regalato testi indimenticabili. Vediamo, per esempio, alcuni versi del testo tradotto di “I'm your man”, in cui è centrale il tema dell'amore (altro tema caro a Cohen).

 

...striscerei fino a te ragazza

E cadrei ai tuoi piedi

E ululerei alla tua bellezza

Come un cane in calore

E graffierei il tuo cuore

E strapperei la tua coperta

Direi per favore, per favore

Sono il tuo uomo

 

Dal testo di “I’m your man”, come da numerosi altri di Cohen, si evince quanto per lui l’amore sia fonte d’ispirazione. Sofferenza, desiderio e sacrificio si mescolano in un testo incisivo, in cui eloquenti similitudini risultano più che mai appropriate.

Un’altra straordinaria personalità della musica, nella quale è altrettanto forte l’intreccio tra poesia e canzone, è la sacerdotessa maudit del rock: Patti Smith. L’interprete americana esordisce nel 1975 con l’album “HORSES” ed è già capolavoro. I suoi testi di indubbia qualità si accostano persino a sonorità punk. Ma prendiamo come esempio un testo del 1979, dall’album “WAVE”, quando ormai Patti Smith aveva conosciuto la consacrazione internazionale. Rimanendo fedeli al tema dell’amore, il testo in questione è quello di “Dancing barefoot”.

 

Lei è la benedizione

Lei dipende da te

Lei è una radice tramite cui connettersi a lui

 

E poi, saltando di strofa e continuando:

 

Lei è sublimazione

Lei è la tua essenza

 

E ancora, prendendo i versi sul finire del brano, dove risaltano parole ricche di rimandi esistenziali:

 

Cos’è che ci chiama?

Perché dobbiamo pregare urlando?

Perché la morte non deve essere ridefinita?

Abbiamo chiuso gli occhi e proteso le nostre braccia

e volteggiando su una lastra di vetro

abbiamo tentato di definire qualcosa di indefinibile…

 

Le doti di poetessa di Patti Smith si rivelano particolarmente durante i suoi live. Assistere a un concerto della Smith, in effetti, significa anche prendere parte a un reading di poesia. Letture recitate ed energiche interpretazioni si susseguono sul palco, dando vita a uno spettacolo unico.

Non si può non citare poi Jim Morrison, leader dei Doors e senz’altro tra gli antesignani di questo particolare legame tra musica e poesia, con i suoi testi profondi e tormentati. Il testo di “Break on through (To the other side)”, primo singolo in assoluto dei Doors, è paradigmatico in questo senso.

 

Tu sai che il giorno distrugge la notte

La notte divide il giorno

Ho cercato di correre

Ho cercato di nascondermi

Fuggire dall’altra parte

Fuggire dall’altra parte

Fuggire dall’altra parte

 

Senza dimenticare i bellissimi versi della penultima strofa:

 

Ho trovato un’isola nelle tue braccia

Un paese nei tuoi occhi

Braccia che ci legano

Occhi che mentono

 

Prima di chiudere, sarebbe ingiusto comunque non fare riferimento a uno dei più grandi cantautori italiani di sempre: Fabrizio De André. Vengono in mente subito la metrica e le quartine di “Via del campo” o le rime baciate di “Amore che vieni, amore che vai”, ma vorrei terminare con gli ultimi versi di “Giugno ‘73”.

 

E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato 
I miei amici ti hanno dato la mano, li accompagno, il loro viaggio porta un po' più lontano 
E tu aspetta un amore più fidato, il tuo accendino sai io l'ho già regalato 
E lo stesso quei due peli d'elefante, mi fermavano il sangue, li ho dati a un passante 
Poi il resto viene sempre da sé, i tuoi "Aiuto" saranno ancora salvati 
Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati

Non c’è bisogno di aggiungere altro.


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