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Dal banco alla cattedra.

Da Maestrarosalba
Dal banco alla cattedra. A scuola ci vado da quando avevo sei anni, nel frattempo ho solo cambiato posizione nel banco. E' ciò che ho pensato ieri dopo aver letto qui. E da qualsiasi parte mi sia seduta in questi quarantacinque anni ho imparato, né per dovere, né per scelta, ma perché questo mestiere non si può fare altrimenti in qualsiasi grado di scuola si insegni. Apprendere è stata la parola d'ordine di questo lungo percorso dal banco alla cattedra, il culmine non è solo in ciò che faccio in aula con e per gli alunni, ma persino in queste righe. 
Nel vortice di tutto ciò che riteniamo vada male nel nostro paese finiamo con il contestare l'ovvietà, la banalità. Quelle ribadite dal Ministro sono ovvietà sconcertanti tali che nessuna discussione ne dovrebbe nascere, anzi a voler essere puntigliosi ci sarebbe da aggiungere che aver fatto qualche anno di supplenza non conferisce il diritto a dettare le condizioni del proprio ingresso in ruolo. E  l'unica verità è che davvero questo meccanismo infernale per cui ci sono persone che rimangono nel limbo della scuola per decenni andrebbe fermato. Fare in modo che si possa stare o dentro o fuori, sempre previo accertamento dell'adeguatezza al ruolo.
Inoltre, lo abbiamo detto più volte e da più parti, il lavoro nella scuola non può essere il ripiego da altre scelte lavorative morte sul nascere. Insegnare richiede doti quali appunto la capacità d'imparare, l'autorevolezza e la chiarezza d'intenti. Il sapere perché. C'è una domanda che andrebbe fatta a ciascun candidato, preliminarmente al concorso che verrà espletato a breve: Lei, perché vuole insegnare?  Una domanda non da quiz, ma da risposta aperta, perché è da quella motivazione che discende tutto il resto, compresa la capacità di imparare che coincide con la capacità di rendersi disponibile come risorsa agli studenti prima e alla società poi. Se uno non ha ben chiaro questo è meglio che ritorni al suo mestiere originario.  E su quelle risposte io sarei molto severa, ma è la stessa severità che ho utilizzato per me stessa quando sono entrata ventitreenne a fare questo lavoro e dopo vent'anni, ancora, quando ho dovuto ripensare il mio ruolo e cambiare in quanto richiesto dalla situazione. Mi sono trattata con estrema severità e prima di chiedere a chi mi circondava qualcosa che sentivo mi fosse dovuta, ogni sera prima di addormentarmi mi sono chiesta se io avevo fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità d'insegnante.  Ecco se la vostra risposta è sì, se siete disposti ad aprire un libro dopo cena anche quando crollate dal sonno, se siete disposti a incaponirvi di fronte una cosa che non capite, a cercare risposte a domande di altri, ai dubbi, se siete disposti a confutare le certezze e a seminare a vostra volta dubbi, impegnandovi a rimuovere lo strato di banalità e di errate certezze che ricoprono la scuola, allora il concorso è già superato.
Superato non con la sola competenza oltremodo necessaria sui metodi e sui contenuti, ma con l'attitudine che si matura già ai tempi della scuola e come persone scegliendo consapevolmente di fare questo lavoro, lavoro che non è quindi esclusiva possibilità di impiego e di sostentamento per se stessi, diritto individuale inalienabile, ma mai disunito dallo scopo sociale che il mestiere impone e che nella mia esperienza viene prima del diritto personale.
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