dalla Val Susa – seconda parte

Da Gaia

prima parte

Arrivo alla stazione di Bussoleno, Val Susa, provincia di Torino, alle otto di sera di giovedì 26 maggio, da sola e senza conoscere nessuno, un po’ allo sbaraglio. Inizio a incamminarmi per quello che ritengo essere il viale che porta al centro polivalente di Bussoleno. Si ferma una macchina, due ragazzi mi chiedono dove sto andando, scopro che è la strada sbagliata. Mi offrono un passaggio e mi scaricano nel centro del paese, davanti all’osteria La Credenza, punto di ritrovo dei NO TAV della zona. Mangio una pasta al sugo di zucchine e caprino, seduta a un tavolo tra cartelli e foto della protesta e conversazioni animate pre-assemblea, poi pago e mi incammino.

Nel centro polivalente di Bussoleno ci sono già centinaia di persone in attesa. Salgo sul palco, dico a un uomo che sta preparando l’assemblea che vengo da Udine e ho bisogno di un passaggio per il presidio, e mi siedo per terra dove trovo. La sala è piena e ha l’odore di tante persone in un posto solo. Guardandomi in giro vedo che è venuta gente di tutti i tipi e di tutte le età, sul palco poi si succederanno dagli anarchici ai cattolici, dai professori universitari ai giovani valsusini. Verranno portati messaggi di solidarietà dei lavoratori della Fincantieri di Genova, dell’ANPI locale, dei no tav di Trieste, si prometterà l’istituzione di un’associazione di imprenditori “in difesa della valle”, si parlerà degli allarmi sul rischio degli scavi lanciati dagli operatori sanitari… vedo che i no tav della Val Susa sono un punto di riferimento a livello nazionale, e l’unità è veramente la loro forza e vanto, un’unità che deriva dal legame con la terra e gli uni con gli altri, e dall’avere palesemente ragione a fronte di qualsiasi esame razionale. Nessuno può batterli in dibattito, infatti i veri dibattiti non ci sono.

In assemblea vengono ribadite le ragioni della protesta – spreco di denaro pubblico, distruzione del territorio e dell’agricoltura che dà da vivere, inutilità a fronte di piccole opere che invece sarebbero necessarie come la manutenzione e il potenziamento della rete di trasporto pubblico locale… il dibattito ovviamente cade sulla questione del “lancio di pietre”, avvenuto lunedì scorso. La versione dei manifestanti è che le pietre (piccole) erano dirette a una telecamera autostradale puntata verso di loro anziché sul traffico, e non ai lavoratori o alle forze dell’ordine, ma i media ci hanno marciato facendo passare i no tav per violenti. Tutto il tempo che starò lassù, a ogni assemblea, verranno lanciati appelli a non tirare più niente, e questa sembra essere la posizione maggioritaria, anche se c’è chi dice: senza pietre non li avremmo fermati. Quello di lunedì infatti è stato un tentativo fallito, e il cantiere non è stato aperto. Ci riproveranno, ma nessuno sa né come né quando.

Trovo il passaggio per il presidio. Ogni giorno della mia permanenza ci sarà qualcuno che mi accompagnerà dove devo andare, che mi vestirà se ho freddo, mi offrirà da bere quello che sta bevendo e da mangiare quello che sta mangiando, mi metterà in guardia e mi racconterà quello che sa, mi regalerà dei guanti da lavoro, una piccola torcia, un libro, mi offrirà la sua tenda per dormire… tutti si stupiscono che io sia venuta su da sola, senza contatti, ma io sapevo che mi avrebbero aiutata, anche se non immaginavo così tanto.

La sera di giovedì quindi mi scortano alla prima barricata, un groviglio di metallo con un piccolo passaggio presidiato. Mi presento tendendo la mano con un entusiasmo eccessivo, dico che sono stanca, mi offrono di dormire nel camper, fa freddo ma niente in confronto a quello che sarebbe arrivato poi. Mi sveglio la mattina dopo, chi è lì mi offre la colazione e del caffè addolcito con il miele, e un altro signore ancora mi porta a fare un giro per il resto del presidio. Si sale dalla sede della prima barricata, che viene smontata dopo l’alba per far passare i lavoratori, su per una strada tra i vigneti, e si arriva al piazzale centrale dove ha sede un’azienda agricola e dove verrà presto montata una tenda per la cucina. Scendendo dall’altra parte per una strada asfaltata, sui sassi sotto all’oscena autostrada i cui piloni deturpano la valle da ogni angolo, e per un sentiero sterrato, si arriva a un boschetto di castagni dove si è stabilito il resto del presidio della Maddalena. La gente del posto ha costruito una casa di pietra e legno con un soppalco per dormire, una specie di struttura votiva no tav più lontano, e una casetta sull’albero. C’è un lungo tavolo per mangiare, con le panche, e un camper che è una sede del gruppo consiliare del Movimento a 5 Stelle, l’unico a schierarsi nettamente contro al progetto e ad aprire un ufficio lì, in mezzo al bosco – non ha caso gli elettori in Val Susa l’hanno premiato con quasi il 30% di voti alle ultime regionali.

Viviamo più selvatici che in un campeggio. C’è un bagno nella casetta, ma è buio e forse è meglio così – lo uso due volte in una settimana, poi passo definitivamente a pisciare nel bosco. Non c’è doccia, nulla. Ci laveremo nel fiume come le ninfe.

Il primo giorno trovo chi mi porta a fare un giro per i monti circostanti, è una valle stretta dicono, a me sembra immensa. Le cime hanno ancora la neve e soffia un vento sempre più freddo; la piana e i pendii sono coperti di boschi, in mezzo a una distesa piatta e verde c’è il presidio di Venaus teatro degli scontri e della vittoria del 2005, a custodirlo è rimasto un uomo solo, che spera ancora che la nuova battaglia sia lì e tutti tornino a Venaus. La sera ceniamo con Heidi Giuliani all’osteria dov’ero il giorno prima, alla fine c’è uno spettacolo di un gruppo molto popolare qui, si chiamano L’interezza non è il mio forte, ottimi. Quanta vita, penso, per una remota valle alpina.

Sabato quando mi alzo ancora non è successo nulla. La mattina vado con alcuni ragazzi della valle a fare il bagno al fiume, ci tuffiamo in biancheria, discutiamo di utopie sdraiati sui sassi, la sera c’è un’assemblea, parla un vecchio partigiano. Anche loro agivano sui trasporti, facevano saltare le linee ferroviarie tedesche, dice. Senza il consenso della popolazione non si può lottare, aggiunge. Io non ho mai visto una popolazione così unita ed efficiente, penso. La sera c’è una festa. Arrivano in tanti, la scadenza del 31 maggio si avvicina. C’è una cucina sotto a un tendone, farà da mangiare per noi ininterrottamente ogni ora del giorno e della notte. Non mi è mai capitato di entrarci senza trovare almeno pane e formaggi piemontesi, salame, biscotti, dolci, torte salate, mele, tè e caffè… e alle ore dei pasti c’è sempre buona pasta e minestra per tutti, e solitamente anche un secondo. Cercano di non usare bicchieri o piatti di plastica, ma di lavare quelli di ceramica, anche se è complicato. (In questo momento sto scrivendo da Palermo, dove danno bicchieri di plastica anche al bar, e rifletto sul contrasto). Dei ragazzi hanno messo un forno a legna in fondo alla piazzetta, e sforneranno pizze tutta la notte. Mentre sediamo al tavolo a giocare a carte e dadi, ogni tanto qualcuno arriva reggendo nelle mani una pizzetta calda, la butta sulla tovaglia e la divide con un coltello che si porta appresso. Sono buonissime. Ci si lava le mani abbastanza poco, personalmente ho abbassato i miei standard igienici per una settimana, perché altrimenti avrei avuto troppa fame e sete.

Non so dove dormirò stanotte, il camper è fuori discussione, perché è stata tolta la barricata più in giù, e rimarrei da sola e vulnerabile in caso di arrivo della polizia. Però fa freddo: insisto per andarci lo stesso e mi fanno capire che mi sto comportando da stupida. Una ragazza che ho appena conosciuto mi presenta un ragazzo che ha appena conosciuto che le offre una tenda in più delle sue. Ci dormo con lei. La mattina dopo mi sveglio e vedo che sulla tenda c’è scritto “pantera”. Ancora non sono arrivati né poliziotti né operai, nessun cantiere è stato aperto.

E così arriviamo al 29, la scadenza si avvicina, la gente aumenta, viene dalla valle e dall’Italia. Mi sento come un soldato prima della battaglia – credo – che la vuole e la teme, e se non la fa si sente inutile, quasi vuole mettersi alla prova. “Guarda che menano”, mi dicono delle forze dell’ordine, e mi raccontano che l’hanno già fatto molto, nel 2005, quando picchiarono, sorprendendoli nel sonno, i presidianti di Venaus – anche signore e anziani, dicono, in testa e dappertutto. C’è chi è abituato a essere pestato dalla polizia, ma non è il mio caso, e per questo ho più paura del freddo che delle botte, e uso i miei ultimi soldi al banchetto no tav per comprare un k-way anziché un casco.

[fine seconda parte]


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