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Day 118 – Bangalore: Caos Dinamico

Da Thechinup

Esami conclusi, e per il resto, non ho altre news, se non che fra 7 ore parto per il Nepal, prima di ritornare in India a inizio Dicembre.

Questo post è l’anteprima dell’articolo che verrà pubblicato nel numero di dicembre del giornalino universitario TraILeoni. Ho tratto molto spunto da quello che avevo già scritto in precedenza nel blog, quindi nessuna nuova.

Di seguito l’articolo.

 

Dietro alla scelta di andare in Scambio, non c’è solo una motivazione accademica. C’è molto di più: viaggiare, immergersi in una nuova cultura, conoscere nuove persone e la diversità nel nostro pianeta. Specialmente se la destinazione è l’India. Studiare in India ti porta ad assumere una prospettiva totalmente diversa: una nuova prospettiva sull’economia e sicuramente sulla vita stessa.

Bangalore è definita la Silicon Valley indiana, ma dal tragitto tra l’aeroporto e il campus, le prime impressioni deludono le attese. Il taxista slalomeggia fra rickshaw, mucche e caprette, senza alcuna regola, con il palmo ben premuto contro il clacson per segnalare la propria presenza. I venditori ambulanti sono ovunque, gli uffici delle multinazionali occidentali si alternano alle slums.

Questa è l’India, con tutte le sue contraddizioni. Prendere o lasciare. Odi et amo.

Il campus, fra i muri di pietra e gli stretti corridoi, ospita circa 750 studenti. Per tutti quelli che aspirano a una carriera in business administration, entrare all’IIM Bangalore è un’impresa proibitiva, il sogno di una vita. Il processo di selezione è molto competitivo e circa 400 studenti competono per un unico posto. I più fortunati e smart hanno due anni di studio intenso davanti a loro e nessuno di loro uscirà dal campus senza un’offerta di lavoro. L’equazione è molto semplice: studiare duro per due anni per diventare parte dell’elite indiana.

Ma questa è solo parte della verità. L’altra faccia della medaglia sono gli studenti che, anche ora che il semestre è agli sgoccioli, faccio fatica a capire del tutto, con il loro strano accento e un linguaggio del corpo spesso incomprensibile. Sembra che non dormano mai, hanno group meeting nel bel mezzo della notte e ascoltano musica a tutto volume quando più gli piace. Sono cordiali e gentili, ma spesso preferiscono la comunicazione via e-mail a un confronto faccia a faccia.

E poi ci sono gli Exchange Students. 75 in totale, per la maggior parte Francesi e Tedeschi, qualche Americano e Scandinavo, oltre alla sparuta delegazione italiana.

Abitiamo in campus in mezzo agli studenti locali. Alcuni di noi si sono adattati alle camere di pietra che, di primo acchito, evocano associazioni fin troppo scontate con le piccole celle di una prigione. Altri, invece, dopo numerosi tentativi con la mastodontica burocrazia indiana, sono riusciti ad ottenere una camera nel nuovo “hostel block”.

Vivere in campus significa plasmare le proprie abitudini al nuovo ecosistema. Ogni evento prende piede agli orari più assurdi, ma specialmente di notte.

Poi ci sono i lavoratori invisibili. Lavorano dietro le quinte, molto più diligentemente di quanto molti di noi abbiano mai fatto: imbiancano pareti, distribuiscono giornali, fanno il bucato, puliscono i corridoi, tagliano l’erba, sempre con la schiena china e senza mai alzare gli occhi al cielo. Per pochi centesimi di euro svolgono umili mansioni, ma senza di loro il campus non sarebbe lo stesso.

La vita del campus consente di osservare direttamente le dinamiche e i comportamenti degli studenti e comprendere certi aspetti della mentalità indiana che non sono immediati per un normale turista.

Quattro mesi fa, lasciavo l’Italia verso una direzione che non avevo mai preso prima, con molti dubbi e poche certezze. I punti interrogativi sono aumentati, non perché non abbia trovato risposte alle mie domande, ma perché ne ho di nuove.

Lo Scambio in India ti può aprire molte porte in una futura carriera lavorativa, ma la cosa di cui sono più grato è l’apertura mentale che una simile esperienza è in grado di fornirti.

Stay Tuned

G.



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