Dell’inferno, del fine e degli altri mezzi

Creato il 02 gennaio 2012 da Sulromanzo

Forse una volta le citazioni erano un dono dell'uomo di cultura, un concentrato di sapienza e morale, una finestra da aprire nella mente per fare entrare l’aria della curiosità intellettuale e far respirare il pensiero in attesa di nuove prospettive umane. Così il “conosci te stesso” di Socrate, spuntava dalla bocca del sapiente di turno seguito dal “ciò che è reale è razionale” di Hegel e giungeva poco dopo “la religione è l’oppio dei popoli” di Marx. Ma cosa è veramente o cosa dovrebbe essere una citazione? Se è del tutto fine a se stessa allora si riduce a vuoto nozionismo. E tuttavia può costituire anche qualcosa di molto positivo. Questo accade quando rappresenta l’inizio di una dialettica che spinge chi l’ascolta ad approfondire il senso profondo di una frase. A mio parere una citazione dovrebbe soprattutto creare la motivazione per ricostruire intorno ad alcune parole famose il contesto da cui sono state tratte. Come una fessura da cui esce un bagliore che spinge a scoprire l’origine della luce. Ma forse stiamo assistendo ad un fenomeno strano. La citazione spesso è usata in quanto tale e chi la usa riduce la complessità culturale da cui proviene fino a farla coincidere con una formula appena buona alla soddisfazione di una battuta. Non è più il primo passo di un percorso intellettuale. E questo fenomeno a me sembra così avanzato che tante volte una frase molto nota è persino riportata in maniera sbagliata. Con l’aggettivo sbagliata voglio fare riferimento a due aspetti. Sbagliata nel senso che un’affermazione viene attribuita a qualcuno che non l’ha mai detta né scritta, ma anche sbagliata nel senso che una frase è così isolata dal contesto di origine che non rispetta in niente il significato complessivo a cui l'autore voleva fare riferimento.

Non so quale dei due errori sia più grave.

Un primo esempio importante è una frase usata un po' da tutti. “Il fine giustifica i mezzi”. Quando c'è bisogno di ornare una riflessione sulla necessaria e crudele concretezza di un'azione per raggiungere un risultato con urgenza, è comodo ed elegante chiosare, impettiti di gravità e saggezza, con questo insegnamento di logica e pragmatismo e farsi grandi ricordando orgogliosi il presunto autore: messer Niccolò Machiavelli. E tuttavia questa frase non è mai stata il vero criterio ispiratore delle sue idee sullo Stato.

In un libro di Maurizio Viroli, Il sorriso di Niccolò, ritroviamo ripercorsa la vera complessità e maturità del pensiero di Machiavelli. Sostiene l'autore: “Machiavelli non ha mai insegnato che il fine giustifica i mezzi o che al politico è lecito fare ciò che agli altri è proibito; ha insegnato che chi si impegna per realizzare un grande fine – liberare un popolo, fondare Stati, imporre la legge e la pace dove regnano l'anarchia e l'arbitrio, riscattare una repubblica corrotta – non deve temere di essere giudicato crudele, o avaro, ma saper fare quanto è necessario a realizzare l'opera. Così sono i grandi, così voleva che fosse un principe”.

Un secondo esempio. Specialmente in tempi di crisi, ricorrere a frasi incisive per lasciar intravedere un'insperata via d'uscita può dare l'impressione di essere intelligenti e originali. Ecco allora spuntare dalla bocca di qualcuno che “la bellezza salverà il mondo”. Il grande Fëdor Dostoevskij ne è l'autore, ulteriore garanzia per fare bella figura. Ma cerchiamo di approfondire. Innanzitutto sono parole di un suo personaggio e non direttamente sue. Non è una differenza da poco. È importante notare, basta un minima volontà di approfondire, che il testo originale in russo è il seguente: Mir spasët krasotà. Dunque la traduzione letterale sarebbe “Il mondo salverà la bellezza”.

Il mio obiettivo non è però quello di affrontare il problema della traduzione ma di capire quanto una citazione se presa fine a se stessa può tradire il significato generale di un testo. In particolare bisogna notare come nella maggior parte dei casi questa frase è attribuita da chi la cita al principe Myskin protagonista del grande romanzo, L'idiota. Tuttavia, se analizziamo il testo, ci accorgiamo che il primo a riferire la frase è Ippolìt, un personaggio sofferto, disperato. Molti lo considerano persino a rischio di suicidio. Ippolìt attribuisce al principe Myskin di avere detto quella frase e lui non smentisce né conferma. Poi è Aglàja ad attribuirle a Myskin. E ancora una volta il principe non commenta.

Il lettore deve fidarsi dei personaggi. L'impressione è che lo scrittore abbia voluto creare una serie di livelli in cui la verità si nasconde perché troppo complessa. È la verità nascosta nell'animo umano. Un mistero troppo grande per poter essere presentato come una ricetta da attribuire ad un singolo individuo. Dostoevskij aveva scritto in una lettera di voler raffigurare un uomo assolutamente buono ed era consapevole dell'immensa difficoltà che aveva davanti.

Proviamo a pensarci bene: se Dostoevskij avesse fatto dire a Myskin senza mediazione alcuna “La bellezza salverà il mondo” lo avrebbe fatto diventare un profeta, un essere superiore, un detentore della verità. In questo modo, invece, in linea con tutte le caratteristiche che emergono del personaggio, lo ha spinto verso la perfezione della bontà, senza raggiungerla. Lo ha fatto restare umano e dunque vicino, vicinissimo al lettore. Quando ci si confronta con il mistero dell'esistenza, sembra voler comunicare il grande scrittore russo, non è il caso di esagerare con le certezze ridotte a formule di comodo. E forse una citazione spesso si riduce a una formula di questo tipo.

Un terzo esempio. “L'inferno sono gli altri”. Questa frase trasmette qualcosa di misterioso, quasi un'essenziale descrizione della condizione umana. È il pessimismo cosmico che lascia amarezza e spinge a un pensiero disincantato ma potente.

L'autore è Jean Paul Sartre. Anche in questo caso bisogna notare che non è il filosofo francese ad averla espressa direttamente. È un suo personaggio a pronunciarla, Garcin, quasi alla fine del dramma teatrale Huis clos del 1943. La trama è semplice e nota. Un uomo e due donne si ritrovano senza essersi mai conosciuti prima in una stanza senza finestre e soltanto con una porta chiusa. Capiscono di essere all'inferno. E tuttavia sono meravigliati di non trovare il fuoco, il liquido bollente in cui doversi immergere o le lame taglienti di qualche demone con il compito di infliggere le peggiori torture. Ben presto si rendono conto di non avere la possibilità di osservarsi. Non possono usare specchi per controllare il proprio aspetto, il trucco, il rossetto, i capelli più o meno pettinati. E tuttavia ciascuno degli altri due può osservare il terzo. È come se la vanità, che tante volte li aveva fatti sentire importanti nel mondo dei vivi, adesso fosse ridotta a puro terrore di apparire ridicoli. Col passare del tempo si crea tra i personaggi un confronto sempre più serrato. Spesso la discussione inizia per un motivo banale. Dove sedersi, accanto a chi. Poi però s'innesca una serie di domande sulla vita passata e sui motivi per cui si trovano lì. Inizia un rimuginare continuo che non lascia tregua e crea un vortice di rimorsi, rabbia, paura. È questa la loro pena. Loro stessi sono il carnefice per gli altri compagni di quella misera stanza. “L'inferno sono gli altri”, conclude Garcin.

Eppure sarebbe sufficiente fermarsi e approfondire un po' il pensiero di Sartre per capire che questa frase, estratta dal contesto in cui è inserita, non è in grado di rappresentare il pensiero del filosofo francese. Addirittura rischia di esserne un pericoloso travisamento. Sartre ha spiegato in un testo breve, intenso e accessibile a tutti la sua filosofia: L'esistenzialismo è un umanismo.

La tesi di fondo è che l'esistenza precede l'essenza. La condizione originaria dell'uomo in questo mondo è il suo esistere. L'uomo è di fronte al peso della sua libertà e può agire per definire la sua essenza. Sartre indica anche uno strumento preciso per fare questo: l'impegno, l'engagement. Ma se io, soggetto, affermo che l'inferno sono gli altri, tolgo agli altri la libertà di definire la loro essenza in rapporto a me. Faccio coincidere cioè la loro esistenza con un'essenza da me decisa. Sono io, paradossalmente, ad essere l'inferno per gli altri. Per essere coerenti con Sartre, sarebbe necessario specificare la condizione essenziale per cui gli altri sono l'inferno per me, ad esempio dicendo: l'inferno sono gli altri nel momento in cui mi riducono alla perfetta immagine di me stesso.

Per concludere, dunque, la citazione è uno strumento elegante ma se pretende di essere una pillola di saggezza slegata dal contesto può tramutarsi in una mistificazione povera e banale di un pensiero in verità ricco e complesso.


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