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Desperia - Il Maestro

Da Nicolapasa
Respirare nel lezzo di Rue Cazière, il fango sollevato dalle carrozze che imbratta le mura degli oscuri negozi, sgomitare tra ceffi di ogni risma, signori dalla visiera ben calzata, ottuse signore dai modi scortesi nascoste dietro le maschere di protezione, uomini neri sotto le bombette metalliche ad ogni angolo di quel lurido buco. Lukas, il giovane depresso e pallido, detestava scendere in strada ma gli offici paterni ai quali prestava la sua opera non erano nulla rispetto alla mole dei doveri cui il padre era devoto, lungimirante e stimato, usuraio e notaio di professione, ufficiale della corte regia presso il ministero del gran consiglio bancario, e il suo attardarsi in piccole quisquilie sull'opportunità o meno di scendere in strada trascurando così i suoi studi era cosa risibile e oggetto di scarse discussioni in casa presso la signora moglie del padre. La strada brulicava di umanità malsana, Lukas camminava inquieto stretto nel suo cappotto liso, nascosto sotto il cappuccio, la casa del maestro era poco distante ma sul tragitto egli non avrebbe potuto fare a meno di passare davanti alla bettola di messere Frankfurter, un vecchio arrugginito debitore del padre a cui di solito non sfuggiva l'occasione di prendere per il bavero del cappotto lui, il legittimo figlio di Sir Nottamburg e strattonarlo un poco facendogli intendere un po' del suo alito malato e del suo disprezzo verso la sua familia, parole appena sussurrate, profumate e inzaccherate di odio "morte, lo voglio vedere morto, impiccato a quel trave', dicendogli così lo faceva voltare a forza e sempre spingendogli giù nel gargarozzo il puzzo infame del suo tumore maligno gli indicava il trave che sosteneva la malconcia per nulla promettente insegna del suo pub. Si calcò il cappuccio sulla testa lasciando appena uno spiraglio per gli occhi e chinò la testa al fango della strada ignorando gomitate e imprecazioni che si levavano dalle genti. La pioggia ferrosa screziava l'aria polverosa, lucidava stivali perché fossero ben imbrattati dal fango acido. Passò indenne la locanda di messere Frankfurter, gli sembrò deserta, nessuna luce appesa alla bisogna al di là dei vetri spessi e unti, una vecchia mendicante senza un occhio lo fermò di fronte alla porta del maestro, gli si fece vicino con l'occhio buono mentre con l'occhio morto sembrava guardarlo dentro, dalla sua bocca sdentata si levava come un caprimulgo al sorgere della luna un odore di putrefazione, la vecchia disse qualcosa in un idioma a lui oscuro ma dal suo occhio buono ricavò un senso di disgusto per la vita tale che l'occhio era forse morto per non vedere più il mondo e della donna rimaneva un putrido inservibile maleodorante involucro a cui la questua servisse un comodo alibi per deambulare invano. Si liberò con un maldestro strattone, la mendicante cadde nel fango per poi rialzarsi come un pupazzo a molla e continuare come nulla fosse il suo calvario. Lukas si scrollò dal bavero la polvere maleodorante di quella vecchia beghina ed entrò nell'androne della casa del maestro. La vecchia proseguì malconcia la sua strada imprecando sottovoce. Le scale della casa del maestro erano immerse nel buio, al pian terreno solo una porta sconnessa uscita dai cardini e appoggiata come a coprire un anfratto, la tana di Bulgakov, il poeta sordo, la vecchia palandrana della mancata rivoluzione del 17 Luglio di circa vent'anni fa, e ancora il vecchio grasso poeta si gloriava della luce passata, di quell'attimo di splendore quando tutta la corrotta nazione ascoltò in servile attesa e silenzio i suoi ormai dimenticati versi.

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