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Dire di no!

Da Infanziadelbambino

Care mamme e papà, avete mai pensato a quante volte avete detto no ai vostri bambini?

Dire no ai bambini a volte è necessario. E’ difficile, soprattutto quando vi guardano con gli occhioni dolci e vi dicono che vi vogliono bene. E’ difficile anche quando dite no la prima volta e loro insistono e insistono e insistono… Ma cari genitori, restate fermi sulle vostre posizioni, questo aiuta il bambino a capire che fate sul serio e che siete coerenti. I bambini adottano l’insistenza come “guerra psicologica” perché sanno che alla fine voi cederete.

Ma vediamo meglio…
Una famosa psicoterapeuta, Asha Phillips, sostiene che spesso nelle famiglie dove si vivono situazioni di disagio, tale disagio è dovuto all’incapacità di dire no.

Un no, non deve essere vissuto come un rifiuto totale o una prevaricazione, ma è “utile” e a volte “obbligatorio” all’interno del contesto familiare.
Non esistono momenti o situazioni specifici dove dire no, o meglio, le situazioni e i momenti sono soggettivi e familiari.

Ci sono contesti e momenti comuni, dove un genitore dice no, anche per non creare disagi negli altri, ma parlando fondamentalmente del contesto “casa”, quando dire no lo scegliete voi genitori. Non esistono “frasi fatte” su come dire no, ma ognuno di noi può trovare i propri strumenti per far cambiare le situazioni negative o di disagio.

Ma quando si può iniziare a dire no?
Se partiamo dal presupposto che anche i bambini molto piccoli sono “persone” che capiscono, si può iniziare fin da neonati.
Winnicott sosteneva che “Un bambino non può esistere da solo, ma fa parte di una relazione”.

Perciò, quando neonati e genitori iniziano a creare la relazione, ossia quando il bambino che ancora non parla cerca di comunicare e il genitore interpreta e risponde ai segnali che riceve, dando amore, conforto, sicurezza, coccole e carezze, la pappa o il cambio del pannolino ecc, anche un no detto al momento giusto fa parte della relazione ed è importantissimo perché così i genitori entrano in sintonia con il bambino, comunicano e questo va bene perché il bambino si sente amato e compreso.

Aiutare il bambino piccolo, rispondendo ai suoi bisogni, lo aiuta a capire come si può trattare il disagio.
Ad esempio: un bambino di pochi mesi che ha appena finito la poppata, inizia a piangere, la mamma lo prende tra le braccia e lo calma parlando e accarezzando la pancia del piccolo. Lui si tranquillizza e capisce che la mamma in quel momento lo sta aiutando verbalmente e fisicamente a stare meglio.

Il pianto per molti bambini è una richiesta di aiuto, ma alcuni anche più grandicelli credono di ottenere l’attenzione dei genitori piangendo e urlando. Ma non è solo una richiesta di attenzione, è anche una scarsa capacità di comunicare con la mamma. L’unico mezzo per ottenere attenzione è piangendo, non va bene, però a volte è l’unico modo che hanno per farsi ascoltare.

Finiremo questo argomento con un altro post nei prossimi giorni, ma se avete domande, non esitate a farne.


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