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Dopo la morte… las vegas!

Creato il 17 novembre 2013 da Marvigar4

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DOPO LA MORTE… LAS VEGAS!

Pièce in tre atti di Marco Vignolo Gargini

PERSONAGGI

Doktor M.

Tilde

Wernher

La Madre

SECONDO ATTO

A sipario chiuso, sottofondo musicale con volume “brillante”: l’inizio del terzo movimento, Allegro, della sinfonia n° 5 in do minore di Ludwig van Beethoven. Dopo una decina di secondi il sipario si apre sulla scena completamente buia. All’ingresso dei corni nel movimento della sinfonia le luci cominciano, lentamente, ad alzarsi mostrando il tavolo della singolare roulette: Wernher, senza il grembiule da cameriere, fa il croupier; il Doktor M. si trova in mezzo a due donne, Tilde e La Madre, quest’ultima più anziana di Tilde, vestita elegantemente con abito lungo anni trenta. I personaggi si muovono come in una qualsiasi partita di roulette, facendo vedere l’andamento del gioco attraverso la mimica, mentre la luce azzurra cresce d’intensità fino a raggiungere il massimo d’illuminazione della scena quando s’interrompe la musica, esattamente prima del Trio centrale che caratterizza la parte mediana del movimento della sinfonia di Beethoven. Da quello che è possibile intuire, la partita non sta procedendo bene per Doktor M.

Wernher: Dix-sept, noir, impair, manque!

Doktor M.: Scheiße!

Tilde: Herr Doktor, non sia volgare!

Doktor M.: Chiedo venia alle signore… anche al croupier. È che ritrovarsi da solo a dover recuperare uno svantaggio colossale mette addosso una certa tensione.

Tilde: Hai tutto il nostro supporto.

Doktor M.: Facile da parte vostra limitarvi al supporto. Ma io devo vincere! Mentre voi potete starvene in panciolle.

Tilde: Affatto. Ciò che perdiamo non conta; ciò che vinciamo è una goccia nel mare. Dobbiamo sperare nella tua abilità.

Doktor M.: Che non è mai stata assoluta. Anche il più provetto dei giocatori può incappare in una giornata storta.

Tilde: Non si può eccellere in tutto.

Doktor M.: Il numero che è uscito la dice lunga. Diciassette. Un orphelin, un orfano… A voler credere nelle coincidenze…

Tilde: Ci chiedevamo, la signora e io, se non fosse il caso di giocare in modo diverso. Dopo aver puntato sempre sui singoli, potresti provare altre combinazioni.

Doktor M.: Non otterrei molto e l’incerto sarebbe sempre altissimo.

Tilde: Dai, prova un cheval o un transversale.

Doktor M.: (Osservando La Madre con scarsa simpatia) La signora non è molto eloquente. Strano che abbiate potuto scambiare qualche parola.

Tilde: Comunichiamo con gesti convenzionali.

Wernher: Mesdames et Messieurs, faites vos Jeux!

Doktor M.: Vada per il cheval. (Punta una fiche a cavallo di due numeri)

Tilde: Siamo liete che tu abbia accettato di seguire il nostro consiglio.

Wernher: Les jeux sont faits. Rien ne va plus!

Durante lo scorrere della pallina i volti dei giocatori sono particolarmente tesi. Doktor M. si accende nervosamente una sigaretta.

Wernher: Vingt-neuf, noir, impair, passe!

Doktor M.: Finalmente!

Tilde: Hai visto?

Doktor M.: Sono cinquemila dollari moltiplicati per diciassette… Ancora il diciassette!

Tilde: Ottantacinquemila dollari ti sembrano pochi?

Doktor M.: Pochi, molti. Dipende. Se non si ha la conoscenza di quanto ammonta il debito…

Tilde: Non distrarti, concentrati. Insisti. Con questa vincita hai aperto uno spiraglio alla speranza.

Doktor M.: Già. La speranza! La vostra cara speranza. Io non ho mai trascorso uno dei miei giorni appoggiandomi a quel sentimento. La speranza!

Tilde: È ora di farlo. (La Madre fa un cenno a Tilde e le comunica qualcosa con una serie di gesti) Giusto. La signora mi suggerisce, anzi, ti suggerisce di tentare un carré.

Doktor M.: Ma davvero? E accontentiamola.

Wernher: Mesdames et Messieurs, faites vos Jeux!

Doktor M. pone una fiche nell’intersezione di quattro numeri, invece La Madre sceglie un numero pieno. Tilde fa la stessa cosa.

Doktor M.: Dico, siete ammattite?

Tilde: Non ti preoccupare.

Wernher: Les jeux sont faits. Rien ne va plus!

(Doktor M. ha un moto di stizza)

Wernher: Sept, rouge, impair, manque.

Tilde: La signora ha vinto!

Doktor M.: Quanto ha puntato?

Tilde: Diecimila dollari.

Doktor M.: Piccola incosciente…

Tilde: Rallegriamoci. Sono 350.000 dollari!

All’improvviso la luce dell’ambiente si fa rossastra e si ode una voce fuori campo.

V.f.c.: Leggiadre signore, egregio signore, vi rammento che il debito accumulato è lungi dall’essere saldato. Non posso intervenire direttamente nel gioco, non è nella mia facoltà suggestionarvi, ma confido in voi e, soprattutto, in lei Herr Doktor, che è stato scrupolosamente selezionato per partecipare a questa controversa roulette.

Doktor M.: Sono onorato per aver ottenuto la sua fiducia e nello stesso tempo sento su di me il peso pressoché insostenibile della sfida a cui venni, mio malgrado, convocato. Se a lei la fortuna non ha arriso, e lei possedeva i mezzi per trionfare su questo tavolo, come potrei io risolvere a vantaggio dell’umanità il problema fatale?

V.f.c.: Nonostante la sua modestia, che mi giunge del tutto nuova, non ho mai dubitato del grado di titanismo che ha guidato i suoi impulsi per tutta la sua vita. È l’ora della riscossa…

Doktor M.: Perché io e non un personaggio meno compromesso?

V.f.c.: Perché lei non si è mai fermato di fronte a nulla. Abbiamo bisogno di spregiudicatezza, di assenza di scrupoli, di amoralità.

Doktor M.: Il Bene chiede aiuto al Male, non è vero?

V.f.c.: Quando occorre.

Doktor M.: E Satana?

V.f.c.: Di lui non ne sappiamo niente.

Doktor M.: Dov’è andato?

V.f.c.: La domanda va posta in maniera diversa. La domanda è: è mai esistito?

Doktor M.: Ammetto che mi trova impreparato. Non sono abile negli indovinelli.

V.f.c.: Lei non è tenuto a rispondere. Dimentichi Satana e giochi per riacquistare il bene perduto.

Doktor M.: Perdoni se le ho fatto una domanda del genere, ma d’altronde a noi è sempre stato narrato che le potenze del Maligno possono molto…

V.f.c.: Se avessimo avuto a disposizione queste sedicenti potenze le avremmo immediatamente arruolate per la nostra causa.

Doktor M.: Dunque, mi permetta la licenza, niente Satana, niente Inferno…

V.f.c.: Taccia! Siamo troppo immischiati per poterci trastullare con insulse sottigliezze. Rinnovo il mio invito: la esorto a vincere.

Doktor M.: (Si alza dal tavolo e grida) Non ho tremato di fronte ai russi e non tremerò di fronte a lei e alle sue intimazioni. Se solo volessi potrei abbandonare il tavolo… Lo ha detto lei che sono un titano. Allora, lo abbandono? Ah, non si degna di rispondermi? (Esce dal suo posto e viene verso il proscenio) Si arrangi! Io non voglio cadere in un altro tranello.

Tilde: No, ti scongiuro! Resta. Qualunque sia il risultato non ti succederà nulla.

Doktor M.: E chi me lo assicura?

Tilde: Credimi, è stato stabilito in questo modo. Era una sua disposizione in un primo tempo segreta, ma l’avremmo rivelata qualora tu avessi minacciato di rinunciare.

Doktor M.: Ho la sua parola?

Tilde: Sì, hai la sua parola.

Doktor M.: Io lo voglio sentire dalla sua voce!

La luce dell’ambiente riacquista il colore azzurro originario. È il segnale che attendeva Doktor M..

Doktor M.: (Ritorna dietro il tavolo e si rimette a sedere) La ringrazio. Possiamo riprendere. Questa assicurazione mi trasmette serenità e adesso io continuerò la mia partita con maggior audacia.

Wernher: Mesdames et Messieurs, faites vos Jeux!

Doktor M. arraffa una pila di fiches e la posa su di un numero. Le due donne lo guardano allibite per un po’.

Doktor M.: Allora? Che avete da osservarmi?

Tilde: Stai puntando 30.000 dollari su un plein

Doktor M.: Voi occupatevi del vostro gioco e non badate a me.

Tilde: Veramente, non vedo come.

Doktor M.: So quel che faccio.

(Dopo un consulto animato tra Tilde e La Madre, le due donne puntano le loro fiches)

Doktor M.: Avanti, croupier, si dia una mossa.

Wernher: (Con voce incerta) Les jeux sont faits. Rien ne va plus!

Doktor M.: Su, animo! C’è ancora tempo per rimetterci in sella.

Wernher: Quatre, rouge, pair, manque!

Doktor M.: (Esultante) Un milione!

Tilde: Più cinquantamila dollari, eccellentissimo Doktor!

Doktor M.: Un milione e cinquantamila dollari. Una sommetta niente male. Quanto manca per raggiungere l’obbiettivo?

Tilde: Veramente non lo sappiamo…

Doktor M.: Che cosa? Ti rendi conto che non è possibile giocare al buio? Occorre un riferimento…

Tilde: Verremo informati quando sarà il momento. Stai calmo. Tutto a posto. È un’altra disposizione.

Doktor M.: Volevo ben dire.

Wernher: Mesdames et Messieurs, faites vos Jeux!

Appena pronunciata la canonica frase del croupier le luci si abbassano fino a lasciare la scena in penombra. Si ode l’inizio dell’ouverture del Coriolano di Beethoven, a indicare la gravità del momento. Le puntate dei giocatori dovrebbero, se possibile, accompagnare l’andamento della musica. Quando la melodia sfuma, dopo un minuto circa, in concomitanza con la prima variazione degli archi, una figura abbandona il tavolo e si dirige verso il proscenio. È La Madre. I riflettori sono rivolti su di lei, a isolarla dal resto della scena.

La Madre: Il criminale ha nuovamente vinto. Un milione e settecentocinquantamila dollari.

Avevo due figli. Durante l’orribile viaggio li ho tenuti stretti a me. Ad Auschwitz, appena scesi dal treno, ci imbattemmo in un giovane soldato di Weißenfels, che per fortuna era nostro amico di famiglia. Mi riconobbe ed ebbe pietà di me, dei miei figli. Ho potuto limitare le nostre sofferenze finché Wernher si è occupato personalmente di noi. Purtroppo una mattina Tilde si allontanò dalla baracca e si mise a vagare per il campo. Fu fermata da un signore molto elegante, gentile, che la carezzò amorevolmente e le chiese da dove veniva. Tilde si fidò e non si accorse che quell’uomo era un aguzzino della peggior specie.

«Dimmi, ragazzina, non c’è nessuno con te?»

«Oh sì, sono insieme a mia madre e a mio fratello.»

«Hai un fratello? E quanti anni ha?»

«Siamo nati insieme. Siamo gemelli.»

«Che meraviglia! E scommetto dieci marchi che lui ha gli occhi del tuo stesso colore.»

«È vero! Lei è un mago.»

«Me lo faresti conoscere tuo fratello? Ho dei bellissimi giochi a casa mia. Verresti?»

Non si erano perduti, i miei figli. Wernher venne a trovarmi, sconvolto, e mi riferì l’accaduto. Scoprirono che noi avevamo avuto un trattamento di favore rispetto agli altri internati. Io, non più protetta, correvo il pericolo d’essere uccisa nelle camere a gas. E Tilde? E Thomas? Se li era presi l’assassino per i suoi diabolici esperimenti… Non li ho più visti, ma lui non è riuscito ad ammazzarmeli entrambi. Tilde si è salvata miracolosamente. Thomas ha avuto la mia stessa sorte. Non siamo sopravvissuti alle camere a gas.

(Si volta e indica il tavolo da gioco sullo sfondo)

Adesso è là! Il mio ruolo è quello di assistere alla sua ennesima illusione, e vi parteciperò senza risparmiarmi. Un giorno qualcuno giocò sulla nostra pelle e a nostre spese. Si è venduto tutto: credibilità, amore, rispetto. Chi accettò sconsideratamente di puntare su quei numeri per veder uscire dalla ruota della roulette la vittoria totale… ha raccolto la nostra sconfitta. Tutti siamo finiti al “tappeto”.

Lui s’inganna se presume di poter riacquistare il…

Non ce n’è per nessuno.

Il mio nome è La Madre.

Giocherò. Oh sì, giocherò. Qualunque cifra guadagnata non basterà a risarcire l’orrore patito. Chi non c’è, seduto con noi a quel tavolo, è al corrente. Mi lascia fare. Ormai…

La Madre torna mestamente a sedersi, accompagnata dalla luce che riacquista il colore precedente alla pausa e avvolge l’intera scena.

Wernher: Mesdames et Messieurs, faites vos Jeux!

Doktor M.: Basta con l’azzardo. Un transversale, un sexain…

Tilde: Un po’ di cautela non guasta. Ah, noto con vera sorpresa che la mia amica ha deciso di giocare forte.

Doktor M.: La devi dissuadere.

Tilde: Posso tentare… (La Madre lancia un’occhiata di fuoco all’indirizzo di Tilde) Inutile. È proprio determinata.

Doktor M.: È un suicidio.

Wernher: (Ieratico) Les jeux sont faits. Rien ne va plus!

Doktor M.: No! Ci sta rovinando. Vecchia stronza…

Wernher: Huit, noir, pair, manque!

Tilde: La vecchia stronza ha vinto!

Doktor M.: Ritiro l’offesa. E… quanto è l’ammontare della vincita?

Wernher: Un milione e mezzo di dollari…

Doktor M.: Francamente, credevo di più…

Wernher: Quella era la puntata!

Tilde: Cinquantadue milioni e cinquecentomila dollari.

Doktor M.: Voglia di nuovo accettare le mie scuse per l’incresciosa espressione…

La Madre fa segno a Doktor M. di tacere.

Wernher: Mesdames et Messieurs, faites vos Jeux!

Doktor M.: Ma… E va bene. Proseguiamo.

La Madre con un gesto incomprensibile si rivolge al croupier, il quale annuisce.

Doktor M.: Io continuo nella mia tattica dei piccoli passi… (Si accorge in ritardo che l’equivalente della vincita della signora viene piazzato dal croupier su di un numero. Reagisce precipitandosi a bloccare il croupier prima che proferisca la formula temuta. Invano.)

Wernher: Les jeux sont faits. Rien ne va plus! (Quasi soffocato dalle mani di Doktor M.) Mi lasci…

Doktor M.: Ti faccio ingoiare la boule!

Wernher sferra un pugno sotto la cintura a Doktor M., piegandolo in due. Aziona la ruota e tira la biglia.

Doktor M.: (In ginocchio con la voce smorzata dal dolore) Ve ne pentirete…

Wernher: Trente-et-trois, noir, impair, passe.

La Madre: Un miliardo, ottocentotrentasette milioni, cinquecentomila dollari!

Doktor M.: (Si rialza ancora dolorante ma entusiasta per la vincita) Meraviglioso, meraviglioso. Signora, si abbia i miei complimenti. Però, forse, da ora in poi, sarebbe più saggio andarci piano, no? Non ne conviene?

La Madre: Spiacente, non ne convengo.

Doktor M.: Suvvia, signora, non si faccia accecare dal successo. Detto con tutto il rispetto, lei non mi sembra una professionista del gioco.

La Madre: Non è lei ad aver proferito la seguente frase «Io, come Amleto, non conosco “sembrare”»?

Doktor M.: Sì, sono stato io.

Tilde: Il che equivale ad ammettere che la signora non è una giocatrice professionista, perlomeno secondo il tuo parere.

Doktor M.: Cosa volete che aggiunga, mi sembra, cioè… credo che… mi fanno ancora male i testicoli…

Tilde: Prendi tempo e non rispondi.

Doktor M.: Il mio occhio clinico di rado erra. Aver bazzicato svariate case da gioco mi ha permesso di individuare con sufficiente precisione l’aspetto del professionista…

Tilde: Ma l’aspetto non è tutto. E poi il tuo occhio clinico non è infallibile.

La Madre: Io seguo alla lettera i consigli di alcuni famosi professionisti, e, non essendo una abitué, questo mi è di grande conforto. Li vuole conoscere? (Estrae dall’interno del vestito dei fogli di carta, verosimilmente dei documenti) Ecco, in bella grafia, dei saggi sulla roulette scritti da esperti dell’argomento. Il primo si chiama Heinz Stobert. Mai sentito?

Doktor M.: (Resta di stucco) Non ho la più pallida idea di chi possa essere.

La Madre: Il secondo, ritengo uno svedese, di nome fa Lars Balström.

Doktor M.: (Si deterge il sudore dalla fronte) No, mai incontrato.

La Madre: Che strano. E di un certo Helmut Gregor-Gregory cosa mi sa dire? Eppure era un luminare del gioco…

Doktor M.: (Sempre più imbarazzato) Può darsi lo abbia incrociato, magari a Venezia, o a Parigi.

La Madre: Se è stato a Venezia sicuramente avrà giocato allo stesso tavolo di Fausto Rendon. È l’ultimo dei miei “suggeritori”.

Doktor M.: Perdonatemi. Non sto bene. Il colpo ricevuto… e il caldo…

Tilde: L’emozione per la vincita e per aver ascoltato i nomi di persone a te note.

Doktor M.: Non le conosco, per Dio! Chi sono? E perché mi guardate con quell’aria strana?

Tilde: Il croupier sta attendendo…

Doktor M.: Vorrei poter rifiatare, magari bere qualcosa per riavermi. Si potrebbe avere un cognac?

La Madre: Come quello che le portava Maurice al Deux Magot a Parigi?

Doktor M.: Ecco un altro dei vostri personaggi immaginari. Maurice! Da dove l’avete scovato costui? Che fantasia malata.

La Madre: Maurice fu catturato il 4 settembre 1944 e internato ad Auschwitz il 7 settembre. La riconobbe e provò a chiederle, a implorarla di intervenire a suo favore. Lei si mostrò estremamente disponibile e… il 9 dicembre 1944 Maurice fu invitato gentilmente a fare una doccia. Non è così che definivate con un eufemismo la camera a gas? O mi sbaglio?

Doktor M.: Lei farnetica, signora. Insomma, vorrei un cognac, o una birra…

La Madre: Magari una Spaten, come quella che in uno dei pittoreschi locali di Monaco serviva Moses ai suoi clienti, tra i quali figurava lei … Ma come si chiamava quel locale dove lavorava Moses?

Doktor M.: Da bere, da bere…

La Madre: Vediamo un po’. Moses ha fatto il suo ingresso ad Auschwitz il 14 ottobre 1944 e il 17 gennaio 1945 ha preso la sua doccia…

Doktor M.: Basta! (Si alza dal tavolo barcollando e si aggira per la scena cercando una via di uscita) Questa penosa messa in scena ostacola il mio scopo. Ho ricevuto un incarico, un altissimo incarico, e voi interrompete il gioco con dei trucchetti, tentate di distrarmi, di confondermi. Non vi interessa della sorte dell’umanità. Solo vostro obiettivo è quello di sabotare il piano per riacquistare… Se qualcuno mi ascolta, allora mi indichi la strada per andarmene da questo luogo maledetto.

Tilde: Molli tutto?

Doktor M.: Cosa vuoi che faccia? Tu e la signora, che non so nemmeno come caspita si chiama, vi siete messe di mezzo per danneggiare la mia impresa. Mi infastidite con le vostre bestialità, e poi quei nomi…

Tilde: Avanti, torna qua. Stavamo scherzando.

Doktor M.: Io non amo gli scherzi.

Tilde: Ti prometto che continueremo a giocare e non ti disturberemo.

Doktor M.: Non mi fido. E il croupier? Wernher, cameriere dei miei stivali. Non ha fatto nulla per rendere regolare lo svolgimento della partita. Si pretende da me di partecipare a una roulette che non s’è mai vista, una buffonata senza capo né coda. Lui l’ha definita “controversa”. Per voi sarà pure normale che tutto si compia in tal modo, voi in fondo non avevate spazio nella bella società. Siete plebei, e per i plebei la roulette e la tombola sono la medesima cosa.

Tilde: In Paraguay esistevano dei casinò?

Doktor M.: Naturalmente. Persone d’alta classe, nobili, professionisti, rigidamente selezionati e rigidamente in smoking. Ovviamente di lingua tedesca. Occupavano i tavoli del chemin de fer, del baccarat, della roulette…

Tilde: Niente poker?

Doktor M.: Buono per i gangster, non per noi.

Tilde: Oltre a te, chi frequentava le sale da gioco di Asunción?

Doktor M.: Vedi che ti riveli per ciò che sei? Una povera plebea. Pensi subito a Asunción perché è la capitale. E secondo te dovevamo andare là a fare la nostra parata…

La Madre: Lei ha ragione. Noi non abbiamo mai visitato quei luoghi di piacere. Già, il piacere! Il guaio è che se anche l’avessimo visitati non ci sarebbe rimasto molto nelle nostre memorie per farcelo rammentare. Ma ora, la prego, torni a sedersi. Ha la mia parola che non le verrà più dato fastidio.

Doktor M.: Voglio un’altra garanzia. La pretendo. Cara signora, sarà bene che da adesso in poi lei la pianti di menare le danze con le sue puntate sfrenate. Condurrò io il gioco, giacché spetta a me l’incombenza. Sono un uomo d’onore, quindi porterò a termine il mio compito, vada come vada. Ci siamo capiti? (La Madre annuisce) Molto bene. Come potete vedere mi sento meglio e torno al mio posto. Ah, un’altra cosa gradirei con tutto il cuore…

Tilde: Dì pure.

Doktor M.: Il vostro silenzio. E poniamo anche un’ultima condizione… Tilde, tra noi due opterei per il ripristino del “lei”, o del “voi”. Voi vi siete presa una confidenza eccessiva. È bene che ognuno stia al posto suo.

Tilde: (Guarda il croupier e riceve l’assenso; La Madre posa una mano sul suo braccio come dire ‘fa’ come dice lui’) Se ciò le aggrada.

Doktor M.: Mi aggrada. Senza dubbio. E tu? Che aspetti, deficiente? Schnell, recita quelle quattro parole pronunciate orribilmente che hai imparato in fretta e furia. Sbrigati!

Wernher: Mesdames et Messieurs, faites vos Jeux!

Doktor M.: Sei un bravo bambino quando ti ci metti. Così mi piaci. Vediamo un po’. Ho qui trentamila dollari e li punto tutti su… questo numero. E voi non azzardatevi a copiarmi. Andate liscio.

Tilde: Però mi sembra eccessivo che lei…

Doktor M.: Ho detto silenzio! Puntate, poco, ma puntate. Sta a me risolvere la questione.

Tilde: Finora non è stato così brillante.

Doktor M.: Vuole chiudere quella bocca?

Tilde: Obbedisco.

Doktor M.: Sehr gut.

Wernher: Les jeux sont faits. Rien ne va plus!

Doktor M.: Vedo con piacere che avete accettato i miei consigli.

Wernher: Quatorze, rouge, pair, manque!

Doktor M.: Vai, ritira i tuoi trentamila dollari. E dai alla signora il corrispondente del suo transversale.

Wernher: Sono cinquantacinquemila dollari.

Doktor M.: Tu pensa a darglieli e ricominciamo.

Wernher: Mesdames et Messieurs, faites vos Jeux!

Adesso tutto avviene nel più completo silenzio, le puntate, il rollio della biglia, la dichiarazione del numero uscito.

Wernher: Les jeux sont faits. Rien ne va plus!

Doktor M. si accende una sigaretta.

Wernher: Vingt, noir, pair, passe!

Nuovamente si abbassano le luci e Tilde avanza verso il proscenio.

Tilde: Sta perdendo. Ma a cosa è servito tutto questo? Lo lasceremo in balia dei suoi risentimenti. Non fa altro che rimpiangere la sua gioventù infinita, l’infinita chimera. Ha lavorato una vita a realizzare un mostro, e quel mostro è lui, nemmeno ben riuscito, tra l’altro. Credo non gli importi nulla di vincere, dal momento che non è mai stato presente nei suoi giochi passati. Poverino, ha eseguito gli ordini della sua immaginazione irrimediabilmente compromessa. Non la riagguanterà più. Né ora, né mai. Impossibile riacquistare una beatitudine promessa e mai realizzata. Quando una giornata non si riscatta e ti arrovelli disperatamente per vivere una o un milione di vite, con tentativi inutili, assurdi, effimeri, hai l’eternità di contro che si prostituisce gratis, o a prezzi proibitivi, o svendendosi per cessata attività… Non si riscatta. E lui è quel giorno. Lui vi viene a trovare di notte, nei vostri sonni inquieti, come chi non c’è più, ma da straniero della luce del sole vi ammonisce: «Non sono terminati i miei effetti in voi, non potete considerarmi prigioniero dei vostri incubi. Io sono i vostri incubi, e li tengo sotto stretta sorveglianza. Io vi scruto dall’alto della mia assenza perché sono la coscienza abortita. Non torna, non può tornare ciò che non nasce, non s’incenerisce assieme al mio corpo scomparso; non giaccio inerte sui lenzuoli di carta sollevati da mani pigre per destarvi dai torpori dell’oblio; non mi sciolgo nell’acqua che deglutite ma resto invisibile in fondo al bicchiere… Eppure, cercate di prendermi con un cucchiaino, vorreste liquidarmi, mandarmi giù. Io sono il deposito incorporeo che non si mischia e troneggia nel cavo dei calici, si fa beffe della schiuma in superficie, testimonia l’imperfetta soluzione.»

Avete visto un gioco che si è svolto per occupare lo spazio svuotato della speranza, la speranza di riguadagnare la speranza. Sono stati minuti per voi, per noi gocce sospese che non cadranno mai. Le immagini apparse e svanite, quelle che appariranno ancora e ancora svaniranno, tutte riproveranno a rimestare i vostri sentimenti, a sciacquarvi la bocca dai sapori aciduli, a ripulire le mani che il sangue ha macchiato.

Dal buio della scena non illuminata Doktor M. urla.

Doktor M.: Il mio gioco si è spento. Questa è una fase delicata, lo riconosco. Se solo avessi meno dilettanti al mio tavolo a ostacolarmi. Ma io non mi lascio coinvolgere. Avanti, c’è tempo per rifarsi…

Wernher: Mi dispiace, la partita è finita.

Doktor M.: Finita? Non ho ancora vinto…

Wernher: Lei ha perso.

Doktor M.: No. Questa interruzione è arbitraria…

Wernher: Si faccia i conti da solo. Per saldare il debito lei dovrebbe giocare senza rimessa fino alla fine del tempo concesso al genere umano.

Doktor M.: Quanti anni, quanti secoli, quanti millenni?

Wernher: È impossibile. Lei è troppo sotto. Due minuti fa avrebbe potuto farcela, poi è iniziato il crollo.

Doktor M.: Due minuti soltanto? Io in un minuto sbanco tutto.

Wernher: Lei in un minuto ha decretato la fine di tutto.

Cala il sipario.



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