E’ necessaria una critica dell’economia politica

Creato il 01 agosto 2012 da Keynesblog @keynesblog

di Alfonso Gianni

Dobbiamo all’appello contro il “furto d’informazione”, comparso pochi giorni fa su il Manifesto e alle autorevoli firme che lo sottendono, se tra i caldi dell’estate si è infilato qualche refolo di dibattito economico. Se ne è accorta anche la grande stampa, proprio quella giustamente messa sotto accusa dai firmatari dell’appello. A essere puntigliosi dovremmo precisare che l’imputata principale è la stampa generalista, quella specializzata non ha potuto allo stesso modo nascondere la verità. Basta confrontare, per fare solo un esempio, la differenza che corre fra gli inserti economici di Repubblica o del Corriere della Sera e i loro contenitori per rendersene immediatamente conto.

Forse quell’appello non è immune da qualche ingenuità. Pretendere, come ha osservato Giovanni Mazzetti, che siano i nostri avversari ad usare concetti e linguaggi di chi li contesta è davvero un po’ troppo. Il Pensiero Unico non ammette invasioni di campo. Ma non è questo il punto essenziale. A ben guardare l’appello può essere invece letto – e forse è proprio questo il suo messaggio principale – come un richiamo severo a chi contesta, o vorrebbe farlo, l’ordine di cose esistenti a non lasciarsi schiacciare dalla macchina riproduttiva del modo di pensare dominante.
Purtroppo è proprio quanto è accaduto e tuttora è sotto i nostri occhi. Vi è stato un momento nel corso di questa grande crisi, nel quale pareva che i conti con il neoliberismo potessero essere chiusi. Mi riferisco a quei mesi a cavallo tra il 2008 e il 2009, nei quali il dogma reaganiano “lo stato non è la soluzione ma il problema” appariva frantumato dalla quantità di interventi statuali, dalla Cina agli Usa, a favore del mercato finanziario privato. A quel punto si sarebbe dovuto essere in grado di spingere la contestazione del sistema ben oltre le sue compatibilità. Fare, cioè, sul piano culturale quello che sul terreno dei rapporti di forza non era ancora immediatamente realizzabile. Ovvero esigere che l’intervento pubblico ponesse le premesse nell’economia reale di un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla difesa dell’ambiente e della solidarietà sociale, innovando oggetti e finalità produttive, sconvolgendo per questa via gli assetti proprietari.

In altre e molto semplificate parole, bisognava puntare a una inedita – per quanto teoreticamente temeraria – contaminazione tra Marx e Keynes. Non è stato così, oppure laddove qualche cosa di simile è avvenuto – si pensi alle lotte per i beni comuni, in più di un caso vittoriose, come nel referendum italiano – non ha fatto “sistema”, non ha creato un compiuto pensiero alternativo, meno che mai nel campo decisivo della politica economica. Basti pensare al “complesso del debito”, diffuso abbondantemente anche a sinistra e che ha contribuito non poco a determinare il fallimento della breve esperienza del secondo governo Prodi e la successiva defailllance della sinistra radicale che lo aveva sostenuto. Il varco si è a quel punto richiuso e le dottrine neoliberiste, alla faccia del loro storico fallimento, hanno ricominciato a secernere i loro veleni, particolarmente in Europa, abbondantemente diffusi dalla stampa generalista e dai potenti mass-media audiovisivi.

Così accade che chi critica il fiscal compact, recentemente votato a larghissima maggioranza nei due rami del nostro parlamento, viene tacciato di antieuropeismo, mentre invece chi sostiene che per vent’anni il nostro paese deve ridurre del 3% il proprio bilancio – ai valori attuali 48 miliardi in meno ogni anno fino al 2034 – passa per campione dell’unità europea. Un capovolgimento radicale della verità, più che un furto di informazione, in questo caso. Infatti sono proprio le misure contenute nel fiscal compact che spingono i Piigs fuori dall’euro e dalla Ue, allo stesso modo che le lacrime e il sangue imposte dalla Troika al popolo greco hanno aumentato a dismisura il debito pubblico di quel paese e non viceversa. Anche per questo eviterei di fornire altra corda indugiando anche a sinistra su prospettive di uscita dall’euro che “ordinata” in ogni caso non potrebbe essere, ma darebbe ulteriore stimolo agli spiriti più animali e selvaggi del sistema. Né si può sperare, come curiosamente sembra credere Lunghini nella sua bella intervista al Corriere, che la salvezza ci venga da Mario Draghi in ragione della sopravvivenza del suo tasso di keynesismo, che peraltro lo stesso ha dichiarato di avere superato nel suo discorso in una recente commemorazione di Federico Caffè.

Oppure succede che non si riesca a stabilire una convincente connessione di causa-effetto tra le politiche economiche fin qui perseguite in Europa e in Italia e le condizioni reali di vita delle persone. Nel giro di due giorni Istat, Bankitalia e Unioncamere hanno dipinto a rapide ma incisive pennellate il quadro della miseria italiana. Ci hanno raccontato dell’aumento della condizione di povertà relativa (sotto i 1.011 euro mensili per una famiglia di due persone) e dell’incremento del precariato, visto che nel giro di sei mesi gli atipici, su dieci assunti, sono aumentati da sette a otto. Ma tutto ciò viene presentato come distante e comunque non riconducibile alle scelte di politica economica dell’attuale governo, continuamente gratificato di un virtuoso risanamento dei conti pubblici, ai fini fin troppo scoperti di perpetuare “l’agenda Monti” anche dopo le prossime elezioni. Così fa sorgere più dubbi il fatto che lo spread sui titoli di stato sia tornato al livello cui lo aveva lasciato lo sciagurato Berlusconi che non le crude cifre sulla condizione sociale del paese. Non c’è da stupirsi: l’operazione di mascheramento della realtà, anche a “carte” scoperte, è funzionale al disegno di posizionare la crisi anziché nella sua base materiale e sociale, nelle crudeli anomalie dei flussi finanziari.

La separazione della critica dell’economia politica dalla sinistra è stata sicuramente una delle cause principali della crisi e dello stato miserevole dell’attuale condizione di quest’ultima.


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