La disoccupazione è scesa a livelli
inferiori di quelli trovati da Mariano Rajoy quando è arrivato al
Governo, strillano da ieri tutti i media. I disoccupati, raccontano
le statistiche, sono scesi a 4,4 milioni di persone, una cifra sempre
impressionante, ma meno dei 5 milioni di qualche tempo fa. Un dato
che fa il paio con l'ottimismo del FMI, secondo il quale la Spagna è
uno dei Paesi a maggior ritmo di crescita tra i malati d'Europa, con
un invidiabile 1,2% (solo sei mesi fa il Fondo Monetario stimava uno
0,6%). Tutto bene, dunque, per la Spagna avviata verso la
ripresa?
Non erano ancora usciti i dati sulla disoccupazione che
dal suo blog di elconfidencial.com, l'economista Roberto Centeno avvertiva già
della trappola: il metodo di conteggio dei disoccupati introdotto da
Mariano Rajoy fa sì che "se si perde un posto di lavoro di 40 ore
e si creano due di 10 ore, si considera che si è creato un nuovo
posto di lavoro e che la situazione è migliorata, quando la realtà
è esattamente l'opposto. Si sono generati 402.400 posti di lavoro
usando questa trappola; e, per di più, i posti si riducono a 61mila,
se le cifre vengono destagionalizzate e si correggono le bugie sulla
popolazione attiva". Il quadro che dipinge Centeno è un po' più
fosco di quello del governo: "Il numero di ore totali di lavoro è
caduto di 3,8 milioni, cosa che, insieme alla precarietà e ai salari
da miseria, sta portando la Spagna verso il Terzo Mondo, verso una
società duale: un'elite sempre più ricca, una burocrazia gigantesca
di raccomandati dipendenti del regime e la maggior parte della
popolazione impoverita e indebitata".
Ci sono 2,5 milioni di
persone che non hanno alcuna speranza di tornare al mercato del
lavoro, denuncia Centeno. "Sono i paria di questo regime
oligarchico, che spreca decine di migliaia di milioni nel salvare
inetti e corrotti e taglia le borse di studio e le mense, condannando
alla fame e alla denutrizione centinaia di migliaia di bambini, porta
alla povertà il 30% dei bambini e getta letteralmente per la strada
2,5 milioni di persone, senza alcuna speranza”. E la situazione dei
nuovi occupati è più precaria che mai: “Molte volte i salari sono
intorno ai 500 euro e un laureato su tre (all'interno del 50% che ha
la fortuna di non essere disoccupato) esercita un lavoro per il quale
non è necessario alcun titolo. L'impressione è che la deriva del
mercato del lavoro in Africa, inizi dai Pirenei".
Rajoy non ha
fatto alcuna delle riforme che avrebbero potuto produrre risparmi alla spesa
pubblica e che avrebbero potuto cambiare il Paese: non ha ridotto il numero dei Comuni, non ha chiuso la metà
delle imprese pubbliche, non ha abolito province né riunito regioni
(la Francia, che ha appena accorpato province, anche storiche, è l'esempio che porta Centeno). "Quanti impieghi si
sarebbero creati, se invece di salvare nella totalità un sistema
bancario incompetente e corrotto, cosa che non è successa in alcun
altro Paese del pianeta, si fosse analizzato quali entità potevano
essere salvate e quali no e si fossero concentrati tutti gli sforzi
sulle prime e chiuso il resto? Perché bisognava restituire tutto il
denaro alle casse tedesche, francesi e olandesi, che così
irresponsabilmente avevano prestato a casse di risparmio gestite da
politici inetti, senza analizzare minimamente i rischi? Neanche
questo è successo in altri Paesi".
Non ci può essere alcun
trionfalismo davanti ai dati della disoccupazione, perché il secondo
trimestre è tradizionalmente il migliore e perché le cifre sono
manipolate dai cambiamenti di metodo della misurazione. Secondo
Centeno, il settore privato ha creato circa 60mila posti di lavoro,
molti di meno dei 402.400 pubblicamente annunciati. E le ore di lavoro
sono crollate. Nel suo durissimo articolo, l'economista spagnolo
sottolinea un argomento che vale per la Spagna e per buona parte
dell'Europa meridionale, a testimoniare la continua perdita
d'acquisto della classe media, negli ultimi trent'anni: fino alla
fine degli anni 70 le famiglie erano monoreddito e il solo reddito
del capo famiglia era sufficiente per garantire la dignità della
casa, buoni studi per i figli, che avrebbero poi trovato lavoro
migliore di quello dei genitori. Oggi nessuna famiglia può
mantenersi dignitosamente con un solo salario, i figli studiano, ma
il crollo della qualità della scuola e la crisi economica fanno sì
che la metà di loro non trovi lavoro e sia destinata a vivere, per
la prima volta in secoli, peggio dei propri genitori.
La Spagna
di Rajoy è oggi in testa in qualunque classifica europea per
disuguaglianze tra ricchi e poveri, per precarietà, per povertà
infantile, per fallimento scolastico, per persone disoccupate senza
alcun sostegno economico. Le esportazioni cadono e le importazioni
aumentano, il finanziamento al settore privato è sceso del 5,5% a
maggio, il reddito a disposizione delle famiglie continua a ridursi
anche a causa delle tasse. I numeri che propone Centeno sono
disastrosi e apocalittici, tanto che lo spingono ad affermate che "la
Spagna non sta andando verso l'uscita dalla crisi, ma verso un
default in mezzo a una situazione deflazionista". Un'altra immagine
della Spagna, che i media ufficiali tendono a non raccontare e che è
più facile incontrare negli stati d'animo dei cittadini spagnoli.
