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Elezioni, considerazioni di un impolitco

Creato il 18 maggio 2014 da Albertocapece

euroAbbandonare l’austerità liberista, tornare ai valori del lavoro e della solidarietà, ma conservare e anzi rafforzare il sogno europeo. Cosa c’è di meglio e chi meglio di Tsipras interpreta questa ambiziosa speranza? L’equazione è fin troppo facile per non nascondere delle trappole e infatti su questo cammino c’è una tagliola: tutto questo non può essere fatto a partire dalle istituzioni europee che ad onta dello scenario del Parlamento di Strasburgo rimangono essenzialmente una emanazione permanente di trattati fra singoli stati. Senza parlare del fatto, ahimè sconosciuto alla stragrande maggioranza degli elettori, che gli istituti che costringono concretamente all’austerità fanno parte di trattati paralleli e prefigurano l’Europa merkeliana e bancaria connessa attraverso accordi bilaterali fra il centro e la periferia.

Se anche Tsipras o qualunque altro candidato  prendesse il 100% dei voti, tanto per fare un’ipotesi fantascientifica, non potrebbe fare proprio nulla perché il presidente della commissione Ue viene scelto dal consiglio dell’Unione, ovvero dalla conferenza di capi di stato e di governo europei a maggioranza qualificata. Il parlamento di Strasburgo ha la sola possibilità di non confermare la scelta, ma non quella di nominare qualcun altro. Si avrebbe dunque una situazione di stallo e di conflitto che potrebbe risolversi o di nuovo con accordo fra stati o con lo sfascio delle istituzioni continentali. Però supponiamo – per amore di ipotesi impossibili – che il Parlamento la spunti e che sia eletto un presidente della Commissione di suo gradimento. Sarebbe la fine della dottrina dell’austerità? Nemmeno per idea: essa come detto è attuata da trattati diversi (fiscal compact, mes e quant’altro) rispetto al diritto comunitario, che si configurano come supporto all’euro e sono totalmente autonomi ancorché resi possibili dall’esistenza della Ue.

Mi scuso per questa noiosità, ma solo attraverso una cognizione chiara di ciò che è in concreto l’ Unione che si può valutare la consistenza dei programmi e delle parole spese. Purtroppo bisogna constatare che la Ue non si può cambiare senza contestarne o programmaticamente o di fatto l’intera costruzione, che una trasformazione non può nemmeno essere immaginabile senza partire dai singoli stati che di fatto muovono la vera dialettica all’interno del continente assieme ai poteri finanziari e atlantici. Questo mette in nuova luce, certo più complessa, il significato di europeismo ed euroscetticismo di solito tagliato con l’accetta del populismo eurista, ma soprattutto mostra come l’idea di Europa non possa davvero sopravvivere senza prima essere stata messa apertamente in crisi. Per questo la via per linee interne al cambiamento della Ue, accettandone la logica e gli strumenti o mi appare come una bandiera bianca che già spunta dalla tasca oppure un miraggio dovuto alla volontà di salvare capra e cavoli: i cavoli amari del liberismo e le pulsioni ideologiche residuali. Nella realtà, quella in cui viviamo, Tsipras  premier della Grecia sarebbe assai più efficace nella contestazione della logica liberista che come presidente della commissione Ue, anche se stravincesse e nelle sue file non venissero eletti, come purtroppo potrebbe accadere in Italia, personaggi di tutt’altre tendenze rispetto alla sua. Anzi a dirla tutta questa candidatura ne depotenzia le possibilità ed è come un bastone tra le ruote favorendo fra l’altro le linee di frattura in Syriza.

Ecco perché preferisco la contestazione, magari concettualmente insufficiente o stravagante, magari sciamannata e comica, atellana e impolitica alle sottili e ragionate rese nei fatti: solo un contrasto  frontale che metta in pericolo il gioco austeritario e soprattutto le sue premesse politiche di disuguaglianza può costringere la governance europea a fare dei passi indietro e dunque ad evitare il rinascere di nazionalismi veri e non più contenibili. Con tutto ciò che segue.

E la cosa è ancora più evidente in Italia, che in questa occasione è il vero terreno di scontro continentale: se un Paese massacrato rimane nell’ovile, appoggia il progetto oligarchico promosso dai governatori che si sono susseguiti, allora vuol dire che si può andare avanti su questa strada. Di nuovo si deve constatare che per cambiare qualcosa in Europa bisogna che prima si cambi qualcosa nel Paese e che si faccia fronte al tentativo di strozzare la democrazia con i porcellum, le assemblee nominate, la cultura della corruzione e le invereconde chiacchiere da acchiappa citrulli del blocco Renzi – Berlusconi. Solo una chiarissima sconfitta della linea oligarchica, un colpo al gattopardismo, potrà invertire la tendenza, favorire la rinascita della politica e anche della sinistra che arranca a traino. E preferisco il populismo rustico a quello falso e protervo di padroni e padroncini che fingono amore per la democrazia mentre trasudano peronismo istituzionale e mediatico.

 


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