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“Elogio dell’imperfezione” di Rodolfo Vettorello, nota critica di Lorenzo Spurio

Creato il 21 agosto 2015 da Lorenzo127
di Rodolfo Vettorello LuoghInteriori, 2015 Recensione di Lorenzo Spurio “Elogio dell’imperfezione” di Rodolfo Vettorello, nota critica di Lorenzo SpurioÈ sempre un grande piacere poter assaporare un libro di Rodolfo Vettorello sia perché le sue opere sono sempre ricche di tematiche e rifuggono quindi un concettismo unico, sia perché il linguaggio adoperato si svincola volutamente da un linguismo stringente fatto di arcaismi e di pesanti articolazioni e ancor più per la sua stupefacente abilità nel saper colloquiare con il Tempo. Qui, ancor più, il dialogo tra lui, poeta che ragiona sul momento storico attuale, con squarci di passato rievocato con un mesto entusiasmo, si fa ancora più serrato e pregnante. Non tanto perché Vettorello si consideri oramai solamente un anziano e quindi dà una visione sfiduciata del presente perché talmente diverso e dissonante da quel passato culla di ricordi, emozioni e valori, ma perché sono connaturate alla sua natura di pensiero la considerazione e la sperimentazione del tempo. Tempo che, a questa altezza, trova spesso un collegamento nelle liriche a ciò che è la dimensione dell'aldilà, dell'altrove sconosciuto o misconosciuto, di quel viaggio oltre tempo e spazio che ognuno di noi compirà. Partendo da una poetica che predilige le piccole cose, l'osservazione di cosa lo circonda, da una rumorosa e degradata stazione a una città che lo ha ospitato durante una vacanza, Vettorello giunge a una disanima più attenta della sua condizione di uomo: approfondisce il legame della coscienza e rivitalizza il suo sentimento d'amore verso la natura e gli altri. Elogio dell'imperfezione si nutre prevalentemente di quattro nuclei tematici che sono rispettivamente l'ossessione della morte, la città di Milano, il ricordo accorato dei genitori defunti e l'indignazione sociale. L'ossessione della morte o sarebbe più opportuno dire il pensiero del trapasso, che nell'opera si configura come un tema dominante: la morte non è solo un pensiero, ma un presagio e un annullamento di ogni tipologia di attesa. Nei versi che si susseguono leggiamo così dell' "attimo prima di finire" (19) tanto da dedicare una lirica all'epanalessi, una figura che consiste nella "ulteriore ripresa" cioè atta alla reiterazione di un dato termine nel corso dei versi che seguono ma qui non è tanto l'epanalessi dal punto di vista metrico-stilistico interesse del Nostro quanto quella concettualizzata, appunto, nel ciclo della vita di nascita-morte-rinascita: "l'inizio che riparte dalla fine./ Le troverò cercando le parole/ per chiudere quel cerchio che non chiude" (22). In "A mia insaputa" il Poeta si pone faccia a faccia con la Morte rivelando la sua paura di fronte ad essa e augurandosi che si compia nel modo più furtivo e veloce tanto che possa avvenire, appunto, a sua insaputa o comunque in un momento di non consapevolezza. Particolare attenzione merita la lirica "Così è morire" a mio modesto parere la più intensa e spessa di riflessioni molto oneste nella quale il lettore non può che soffermarsi nei versi centrali "Finisce il mondo,/ tutte le volte che qualcuno muore" (34) passando poi ad elencare brevemente alcune manifestazioni concrete della morte dell'umanità: le catastrofi naturali di terremoti, frane, eruzioni in cui "s'apre la terra/ e inghiotte prati boschi e acquitrini" (34) momenti di derelizione ed ecatombe in cui "tutto si ferma" (34) che il poeta annota anche nell'eclissamento del sole. La lamentazione e le lacrime divengono, allora, poca cosa ("Il nostro pianto è nulla e si disperde", 34) tanto da annullarsi brevemente nei fragori di un mondo limitrofe estraneo alla tragedia e che imperversa con le sue attività. Per questo la lirica si chiude con un verso lapidario, nefasto e privo di consolazione, in cui il Nostro avverte con durezza la mancanza di fraternità e compartecipazione tra popoli ed anche tra gente dello stesso popolo, l'indifferenza e l'incuria emotiva, l'abbandono della comunione: "Si muore soli e senza far rumore" (34). A seguire sono prospetti della propria dipartita, volontà sfumate e pensieri circa il giorno in cui il suo corpo avrà abbandonato il reale in cui Vettorello si augura una dipartita veloce e non vista, nel silenzio: "Voglio andar via in un attimo e sparire/come la nube ch'è trascorsa adesso" (25). Una fuga nebulosa che vorrebbe accadesse in maniera improvvisa e velocemente tanto da apparire inavvertita anche se lascerà traccia, proprio come le nubi che ridestandosi e cambiando struttura, lasciano sfilacciamenti ed abbracci sfumati nel cielo. Il concetto dell'aldilà, pur sostenuto da un animo cristiano, è in Vettorello concepito come una dimensione della quale è impossibile avere certezze e fondamenti ed anche per questo il poeta, molto compostamente, asserisce "Io non vorrei per me nessun altrove,/ mi basterà la vita che ho vissuto" (29). L'aldilà è per il Nostro non la proiezione di un universo di pace, felicità e coralità che si preserva all'infinito senza scadenze né tribolazioni, ma una "strana idea [...] che non sappiamo bene dove esista" (29), una sorta di illusione più o meno convinta o una allucinazione perdurante ("ci insegue dalla nascita,/ da sempre", 29). Vettorello parla del difficile da attestare, quella "bellezza dell'imperfezione" (17) sottolineando come sia "il fango che produce/ le fioriture magiche del cuore" in un componimento d'apertura, che è quello che dà il titolo all'intera raccolta, ricco di suggestioni: il fango, metafora dell'indistinto e una sorta di magma onnicomprensivo del quale si ha ribrezzo, è in grado di aprire alla vita e condurre a "fioriture magiche": non si parla qui in termini direttamente materiali del processo di produzione e crescita della natura, quanto piuttosto delle logiche del sentimento. Il cuore, dice Vettorello, può fiorire e dunque aprirsi o addirittura esplodersi anche dinanzi ad avvenimenti, incontri e situazioni che apparentemente non hanno in sé nulla di luminoso ed edificante. Vettorello uomo, che ha alle spalle un lungo cammino fatto di esperienze, incontri e viaggi, è la persona più cara che può trasmetterci piccole pillole di saggezza (non sono insegnamenti, né denunce morali, né hanno un intento didattico che rifugge dalle volontà di un uomo spontaneo quale lui è) come quando in "L'incapacità della parola" annota "Nessun istante è uguale/ a un altro" (18) instillando con vigore la straordinarietà di ciascun momento che non ha nulla di duplicativo all'altro o di tendenzialmente banale. È una asserzione questa assai importante nel Nostro dove spesso ho letto tracce di crepuscolarismo nel tinteggiare grigiori e desolazioni, mancanze e desolazioni di chi è portato troppo spesso a navigare nel passato ancorato da ricordi che altisonantemente risuonano a cascata. A mitigare la foschezza di alcuni impianti lirici già evocati sono una serie di "diapositive" di alcuni viaggi fatti dall'autore tra cui Camaldoli e Reggio Calabria (la poesia intitolata "Fata Morgana", 43) e vari ambienti della città di Milano, luogo dell'autore, in cui Vettorello sembra voler andare sempre a rintracciare un'immagine del passato per porla in comparazione a quella che vede al presente. Così "Milano alla mattina/ è triste come il sogno che finisce/ quando la sveglia ha già suonato l'ora" scrive in "A Rogoredo" (42) ed ancora è il grigiore, questa cappa indistinta di a-solarità e noia di Via Ghiberti e di Piazza Duomo 19 (precisissimo il riferimento toponomastico, quasi stessimo leggendo una cartolina!) che si riallaccia al ricordo della madre, passata a quell' "altrove" indefinibile e che ha lasciato suppellettili che ora, col trascorrere del tempo, anch'essi sembrano disfarsi: "si fanno bruni d'ossido e di morte/ i rilucenti pomoli d'ottone" (49). Riflessi civili (già presenti nelle precedenti opere dell'autore) confluiscono anche in quest'opera contribuendo ad arricchirne le sfumature tematiche. La partecipazione del Nostro dinanzi alle dinamiche sociali internazionali è una costante che gli rende merito (si ricordi la poesia dedicata a Rajm contro la lapidazione di una donna indiana) poiché è compito della letteratura, ancor più oggi giorno, denunciare con asprezza le ingiustizie e le forme di tortura che dominano ancora in varie realtà. Vettorello lo fa non con uno svolazzante pietismo come spesso viene fatto quando si prende dalla cronaca per farne una poesia, ma con profondo interesse indagatore ("si dissangua/ quell'operaio che non ha lavoro", 50) e con una commozione di fondo che risiede nell'indolenza comune, l'inedia comunicativa e nell'apatia generalizzata. Ed è così che i suoi occhi cadono sul mondo della disoccupazione, sugli anziani abbandonati che muoiono nella completa solitudine, sui civili giovanissimi di una guerra che sembra non finire mai (quella siriana). Nelle tante ferite che la società ha sul suo corpo e dalle quali grondano sangue tanto da non riuscire a cicatrizzarsi spunta lo spauracchio più pericoloso che è quello del negazionismo e della dimenticanza: "Non c'è stupore e non c'è novità,/ quello che accade è come sempre uguale" (50). A chiudere il volume è la poesia "Lager" nella quale Vettorello non manca di dipingere alcune delle scene più dolorose e raccapriccianti del periodo nazista degli internamenti forzati: sono immagini che sfilano davanti ai nostri occhi come se sfogliassimo un manuale di storia contemporanea. L'attenzione è posta su quei "reticolati,/ corone di spine per tanti calvari" (85) in cui non è solo il metallo acuminato che punge e fa sanguinare che ci ricorda la corona di spine del Cristo della Passione ma anche l'elemento che divide e dissacra la separazione dell'umanità libera. Ed è lì che sui "reticolati malati di gelo e cristalli rappresi" (85), la luce sembra esser stata sconfitta per sempre tanto che Dio sembra essersi annullato per non assistere a quel massacro. Vettorello, com'è tipico della sua verve proclamatoria e libertaria, è ancora una volta il cantore spontaneo di una situazione dove il delirio ha preso il sopravvento tanto da produrre un processo omertoso di ammutolimento e di disinteresse globale: "Nessuno si accorge di nulla,/ non s'odono gridi,/ la morte che uccide/ sa farlo anche senza rumore" (85). Ritorna qui, con esiti impareggiabili nella resa delle immagini, il nero girotondo di solitudine, morte e silenzio che è spesso causa-conseguenza di tragedie, tanto personali e familiari, quanto sociali e internazionali. A completare il volume, come già accennato, sono una serie di liriche dedicate dal Poeta ai propri genitori e in particolare quella alla "dulcissima mater" (59) nella poesia "Gli addii". Sono poesie cariche di ricordi e d'affetto nelle quali si respira una certa inquietudine mitigata solo dall'anzianità lucida e saggia dell'autore dove, come risultato di una sorta di immancabile rito di passaggio, leggiamo: "Ho capito/ che si diventa un uomo solo quando,/ quando si impara a dire/ il primo addio" (59). Se la società nella quale viviamo è talmente insensibile da non mostrare la benché minima precauzione è anche vero che la potenza del pensiero, l'autenticità di un animo riflessivo, contemplativo e tenacemente razionale quale quello di Vettorello è, non devono lasciarsi intorbidire dai meccanismi utilitaristici del mondo, dalle logiche altisonanti del progresso privo di etica, dai fragori e dalle maleducazioni di sorta: "Mi tiene vivo, in fondo l'incertezza,/ la mia precarietà, la voglia folle/ d'altre bandiere da affidare al vento,/ di nuovi porti ed altri approdi certi" (67). C'è solo da sperare, allora, in un piacevole e salvifico vento di bonaccia. Ma la speranza è poca cosa se manca la volontà di fare e il credere in noi stessi. Grazie Rodolfo per i tuoi insegnamenti di cui fai gratuito dono alla collettività! Lorenzo Spurio Jesi, 21-08-2015

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