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End Zone, di Don DeLillo (Einaudi)

Creato il 16 giugno 2014 da Angeloricci @angeloricci
End Zone, di Don DeLillo (Einaudi)Esce in libreria End Zone è subito la sensazione è quella di avere davanti agli occhi il tassello di un mosaico narrativo ormai imponente al cui compimento editoriale assistiamo negli anni come in una marcia a ritroso della intera creazione dello scrittore nuovayorkese, marcia a ritroso che si compie con la pubblicazione dei suoi primi libri (l'anno scorso la mirabile silloge di racconti L'angelo Esmeralda) e che assume ormai affascinanti caratteri simbolici che rimandano allo stesso sviluppo a ritroso della struttura del ciclopico Underworld e che ci fa comprendere l’opera delilliana come un universo in cui la luce è anche il tempo e anche lo spazio. Seconda opera de DeLillo, pubblicata nel 1972, End Zone ha già in esso i prodromi di quelle che saranno le ossessioni e le ostensioni delilliane e non solo. Quella partita di football che divide la narrazione come un cuneo dal quale altre narrazioni germoglieranno e che è, e non può essere stato altrimenti, ne sono sicuro, causa ed effetto di quella eterna partita di tennis che incardina se stessa in quell’Infinite Jest che David Foster Wallace compone nella sua onnipresente stima, ricambiata, per DeLillo. E Myna Corbett, ragazza in carne che si dimena sulle cosce quando legge o declama e che ci rimanda al dimenarsi sulle cosce dell’altrettanto in carne Babette, moglie del professor Jack Gladney, durante il reiterarsi di coniugali e ponderati amplessi in Rumore bianco. E quella onnipresente incarnazione delle parole e dei loro significati, e dei verbi che furono in principio, che si animano e iniziano a vivere di vita propria, al di là del loro stesso vero o presunto significato, come divinità forse malvagie, quelle stesse divinità che semineranno la morte dei corpi ne I nomi. E il materializzarsi onnivoro di tabelle di ragionato annichilimento umano, di estrinsecazioni radioattive, di ordigni nucleari tattici utilizzabili in un wargame luciferino, in cui stati maggiori in uniforme sviluppano calcoli di sopravvivenze possibili e di residui arsi di un deserto militarizzato in cui la ragione disperata si illude di una vittoria da celebrarsi in isolati bunker nell’attesa della fine di un fallout che intanto cavalca destrieri di orrore. Ed è quello stesso deserto in cui si innalzano le camerate del Logos College, ma è anche il deserto dove strutture dalle architetture avveniristiche sezionano la semantica e la sintassi ne La stella di Ratner, il geniale virgulto della scienza che poi si incarnerà forse in Richie Ambrister, adolescenziale commerciante di porno movies in Running Dog, ed è forse quello stesso deserto in cui si definiranno le analisi ultime di Punto Omega o in cui si gireranno filmati dal contenuto ambiguo in Americana. End Zone è il passaporto per accedere ancora una volta a tutto l’universo delle parole che Don DeLillo ha saputo creare, in un gioco che ancora prosegue e che ancora proseguirà e in cui tutti noi lettori siamo inconsapevoli protagonisti, noi stessi per primi assisi nella voyeuristica osservazione di un asettico laboratorio in cui l'Autore analizza l'umanità contemporanea, i suoi vizi e le sue contraddizioni figlie dell'opulenza occidentale, e in cui i geniali lemmi dell’Autore annullano il presunto confine tra chi osserva e chi è osservato.
Un libro.
End Zone, di Don DeLillo (Einaudi).

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